lunedì 7 agosto 2017

Il paradosso della comare

Geoffrey Chaucer iniziò a scrivere I Racconti di Canterbury nel 1388; nel 1400 morì, e non li aveva ancora completati. Dei centoventi racconti che s'era prefissato riuscì a finirne soltanto ventiquattro. Tanti ci bastano per considerarlo il capolavoro del Middle English (anzi, è vero il contrario: il Middle English è quello perché ci scrisse Chaucer. L'autore del Pearl e del Sir Gawain era contemporaneo di Chaucer, ma il suo inglese era completamente diverso).


La cornice dei Racconti è nota a tutti, e ispirata putacaso al nostro Boccaccio, o al più al nostro Dante (Chaucer conosceva bene i poeti italiani). La ricordo comunque: un gruppo di persone decide di raccontarsi delle storie per ammazzare il tempo durante il pellegrinaggio alla tomba di San Thomas Becket.
Nell'articolo di oggi parlerò di uno dei racconti più famosi dei Tales, quello della Comare di Bath, che Harold Bloom riconosce come uno dei grandi antesignani dei personaggi shakespeariani; e in particolare di un paradosso logico che si trova abbozzato al suo interno. Non sono riuscito a trovarne un'altra trattazione nell'internet, quindi fornirò la mia fingendo che sia la prima.
Dei Tales possiedo l'edizione Bur con la traduzione in prosa di Cino Chiarini e Cesare Foligno. Tutte le citazioni che farò vanno cercate in quell'edizione.

Bene, il racconto della comare è all'incirca questo. Ai tempi di Re Artù (già l'ambientazione mi piace) c'era un cavaliere, anzi un baccelliere, che stuprò una ragazza. Artù lo condannò a morte, ma sua moglie, la Regina Ginevra, cuore tenero, gli commutò la pena. Il baccelliere ha tempo un anno e un giorno (come il mio Galvano) per trovare la risposta a una certa domanda, e se non la dovesse trovare si eseguirà la sentenza del re. La domanda in questione è cosa desiderino maggiormente le donne.


Il baccelliere si fa un esame di coscienza e riconosce che delle donne non ha mai capito nulla. Allora parte alla ricerca della risposta, sperando che qualcuno prima o poi gliela dia; ma l'anno è quasi trascorso e lui ancora non l'ha trovata. Certe donne che interroga dicono questo, altre dicono quest'altro, e insomma una cosa certa nessuno la sa dire. Finché non incontra una vecchia, una strega probabilmente, o più probabilmente ancora una fata, che acconsente a dargli la risposta purché il baccelliere le conceda, se è in suo potere, la prima cosa che lei gli chiederà. Il baccelliere accetta.
Alla corte di Ginevra il nostro protagonista fornisce la risposta che la vecchia gli ha rivelato giusto un attimo prima. Le donne, dice,
[...] "bramano d'aver signoria così sul loro marito come sul suo amore e d'aver dominio sopra di lui".
Un attimo di silenzio. Ma il baccelliere può tirare un sospiro di sollievo: la risposta è esatta. A quel punto gli tocca però fare i conti con la vecchia, e non so se avrebbe preferito venire impiccato. Il suo desiderio è che lui la prenda in sposa.
"Ohimè! Ohimè! Troppo ben so che tale fu la mia promessa" - piagnucola il baccelliere - "ma, per amor  di Dio, scegli una diversa richiesta; prendi tutto il mio avere e lasciami la mia persona".
La vecchia è spiaciuta, spiaciuta davvero, ma non può chiedergli altro. Il baccelliere deve capitolare, anche perché tutta la corte di Ginevra è testimone della promessa.
La prima notte di nozze il baccelliere è comprensibilmente angustiato, e si lamenta con la moglie che lei non è né giovane né di alto lignaggio, e che insomma poteva aspettarsi di meglio. Al che la vecchia, che come sappiamo è molto saggia, gli dimostra con l'esempio di Gesù, che è un Dio che ha deciso di farsi povero, che la povertà non è incompatibile con la nobiltà, e che un titolo e una ricchezza non rendono una persona degna di possedere il titolo e la ricchezza. Poi lo avvisa che lei avrebbe anche il potere di tornare giovane, ma gli ricorda che, così com'è, e cioè vecchia, in virtù degli anni e del lordume, corre meno rischi di tradirlo. A lui la scelta: preferisce che lei rimanga vecchia e fidata, oppure che torni giovane e lo roda per sempre il tarlo del dubbio?
Il baccelliere, che, ormai abbiamo capito, è un povero idiota, si arrende: faccia ciò che ritiene meglio.
"Dunque" chiede la vecchia, "ho io ottenuto su di voi signoria, poiché m'è lecito di eleggere e di decidere come mi talenta?"
"Sì, per certo, donna" risponde lui, "questo mi pare il meglio".
La vecchia, che come dicevo o è una strega o una fata, è soddisfatta di come si sono svolte le cose, e premia il suo povero marito tornando a essere una bella figliola.

˜˜˜˜˜

Alla fine della storia la vecchia ottiene dal baccelliere ciò che ogni donna desidera (secondo Chaucer, comunque), che è poi la potestà assoluta sul proprio marito. Ora facciamo un passo indietro. Il baccelliere aveva chiesto alla vecchia di fargli un'altra richiesta, che non fosse quella di sposarlo. Se la vecchia l'avesse fatto allora non avrebbe più avuto un marito su cui esercitare la propria potestà. Chiamiamo F(x) la risposta che il baccelliere dà a Ginevra, ed ∀ x F(x)* il fatto che F sia valido per ogni donna; se la vecchia avesse chiesto qualcos'altro al baccelliere oltre al matrimonio, che il baccelliere poteva concederle, allora avrebbe contraddetto F(x), che non sarebbe più stato valido per ogni donna ma al massimo per alcune donne: ∃ x F(x)**. Se cioè la vecchia avesse preferito qualcos'altro ad F(x), allora l'ipotesi ∀ x F(x) sarebbe stata falsa; il baccelliere non avrebbe potuto dire quello che tutte le donne desiderano, e Ginevra avrebbe dovuto farlo giustiziare... col che, incidentalmente, la vecchia non avrebbe avuto diritto ad esprimere alcun desiderio.
Quello che intendo dire è che, una volta pronunciato, F(x) diventa vincolante per la vecchia e per il baccelliere. Lei non può fare altro che esprimere il desiderio che il baccelliere la sposi, in modo da poter realizzare F(x). Da ciò si vede come la logica abbia catene non meno sottili della magia, e non meno resistenti della nevrosi. Certo il povero baccelliere non doveva essere versato in logica, altrimenti l'avrebbe saputo!


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* Che si legge "La frase F di x è vera per ogni x".
** Che si legge "La frase F di x è vera per alcuni x".

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