lunedì 14 agosto 2017

Almeno un'ora al giorno


Per due mesi non ho scritto una riga.
Quello che vi sto confessando per me ha una certa importanza. E una certa gravità. Per anni, diciamo da dieci anni, non sono mai stato tanto a lungo senza aver scritto qualcosa: un racconto, qualche pagina di un romanzo, un saggio breve. Che poi la maggior parte di ciò che ho scritto non fosse granché, bene, lo accetto: ho sempre pensato che finché scrivevo non potevo che migliorare, e la cosa mi sembrava abbastanza. L'atto stesso della scrittura, per me, rappresentava quella che per altri potrebbe essere una palestra, o una corsa mattutina. Era sia una valvola di sfogo, che credo mi abbia mantenuto sano di mente dall'adolescenza fino ad oggi - benché io abbia rarissimamente scritto qualcosa di biografico -, sia un modo per rendere me stesso l'uomo che ho da sempre desiderato essere. Non ho mai perso di vista il mio obiettivo: ogni parola che battevo sulla tastiera del mio computer, anzi dei miei computer visto che ne ho usati almeno quattro, tra fissi e portatili per le vacanze, mi avvicinava un po' di più alla realizzazione del mio sogno. Che è essere uno scrittore. Meglio se pubblicato, col che intendo "retribuito in base ai miei meriti". Quello che voglio, insomma, è creare, e creare cose belle. Lo stesso pensiero che accomuna, credo, pittori, musicisti e ogni genere di artista. Nel mio caso il modo per creare la bellezza non è attraverso un'esecuzione perfetta del Canone in re maggiore di Pachelbel o altro, ma attraverso l'accostamento di parole, l'equilibrio della frase, la verosimiglianza e la tenuta dell'intreccio, la veridicità dei personaggi, il puro e semplice senso di meraviglia che si prova a leggere una storia ben fatta.

Comunque voi godetevelo

Per dieci anni, quindi, si diceva, ho scritto quasi ininterrottamente. Una o due volte la settimana, è vero, che molti considererebbero poco, ma senza mai pause considerevoli tra una sessione e l'altra. E quando non scrivevo in genere leggevo, o studiavo per scrivere meglio. Era tanta la mia foga che spesso i miei progetti si accavallavano, e ne abbandonavo uno per seguirne un altro (anche se non credo di aver mai abbandonato un progetto che non se lo meritasse; tranne forse un paio, che però mi riprometto di riprendere in mano prima o poi). Quando scrivevo entravo in uno stadio che si chiama "flow", in psicologia, flusso se vogliamo, uno stato d'attenzione prolungata che si instaura durante un'attività finalizzata, molto piacevole, e che spesso si raggiunge in situazioni di totale immersione, come ad esempio quando si gioca a un bel videogame. Il semplice atto della scrittura mi ricompensava, e rafforzava il mio desiderio di scrivere.
Poi, all'improvviso, il nulla. Ero come svuotato. Ho finito un lavoro, un racconto lungo, che nel 2018 dovrebbe essere pubblicato in ebook da un Editore di cui, per il momento, non voglio farvi il nome; ho messo giù la penna - anzi, ho chiuso il pc, e non l'ho più riaperto. Ho anche smesso di scrivere il piccolo zibaldone che tengo sulla scrivania, che all'inizio dell'anno avevo iniziato ad aggiornare con pensieri, idee, piccoli paradossi, proposte, e tutto ciò che non trovava spazio qui o nella mia narrativa. Riuscivo giusto ad aggiornare il blog una volta a settimana. Il nuovo lavoro, un lavoro vero, pagato, che non c'entra molto con la scrittura ma che mi serve per mangiare, mi prosciugava le energie, acuiva il mio stress e diminuiva sensibilmente il tempo a mia disposizione per leggere e scrivere. Cercavo di buttare giù qualcosa ma dopo le prime righe dovevo lasciar perdere. E questo quando riuscivo a scrivere qualche riga. 


Prima d'ora non avevo mai sperimentato un blocco dello scrittore, anche se supponevo bene che potesse succedermi. Non riuscivo a uscirne, e già dopo il primo mese iniziavo a sentire che sarei soffocato se non mi fossi... sbloccato. Poi mi sono ricordato una cosa: spesso i grandi scrittori, nei loro consigli, dicono che è importante scrivere almeno qualcosa al giorno tutti i giorni. Prima imporselo come regola, e insistere finché non diventa una sana abitudine. Ancora una volta credo che sia lo stesso principio del jogging. Ho pensato fosse una buona idea; ho recuperato, dal mio schedario, l'idea per un romanzo per ragazzi che avevo avuto tempo fa (non c'è nulla di meglio, per creare meraviglia, che scrivere un bel romanzo per ragazzi. Chiedetelo a C.S.Lewis) e ho iniziato a buttare giù le prime pagine. Questo succedeva una settimana e mezza fa, e da allora mi prendo un'ora al giorno per farlo. Così ho ricominciato a scrivere. Oggi - cioè ieri, domenica 13 - eccezionalmente ho investito la mia ora di scrittura (che poi, a dire il vero, sforo sempre: è un'ora e un quarto, un'ora e venti) per redigere l'articolo che state leggendo. A parte questo ho battuto 47405 caratteri spazi esclusi in dieci giorni. Non so se siano molti o pochi, o se magari, più probabilmente, siano la normalità; ma non sono abituato a fare gare di velocità con nessuno, tanto meno con me stesso. Mi bastano 47405 caratteri. E soprattutto mi basta essere tornato a scrivere, finalmente.




lunedì 7 agosto 2017

Il paradosso della comare

Geoffrey Chaucer iniziò a scrivere I Racconti di Canterbury nel 1388; nel 1400 morì, e non li aveva ancora completati. Dei centoventi racconti che s'era prefissato riuscì a finirne soltanto ventiquattro. Tanti ci bastano per considerarlo il capolavoro del Middle English.


La cornice dei Racconti è nota a tutti, e ispirata putacaso al nostro Boccaccio, o al più al nostro Dante (Chaucer conosceva bene i poeti italiani). La ricordo comunque: un gruppo di persone decide di raccontarsi delle storie per ammazzare il tempo durante il pellegrinaggio alla tomba di San Thomas Becket.
Nell'articolo di oggi parlerò di uno dei racconti più famosi dei Tales, quello della Comare di Bath, che Harold Bloom riconosce come uno dei grandi antesignani dei personaggi shakespeariani; e in particolare di un paradosso logico che si trova abbozzato al suo interno. Non sono riuscito a trovarne un'altra trattazione nell'internet, quindi fornirò la mia fingendo che sia la prima.
Dei Tales possiedo l'edizione Bur con la traduzione in prosa di Cino Chiarini e Cesare Foligno: tutte le citazioni che farò vanno cercate in quell'edizione.

Bene, il racconto della comare è all'incirca questo. Ai tempi di Re Artù (già l'ambientazione mi piace) c'era un cavaliere, anzi un baccelliere, che stuprò una ragazza. Artù lo condannò a morte; ma poi sua moglie, la Regina Ginevra, commutò la pena. Il baccelliere ha tempo un anno e un giorno (come il mio Galvano) per trovare la risposta a una certa domanda, e se non la dovesse trovare si eseguirà la sentenza del re. La domanda in questione è cosa desiderino maggiormente le donne.


Il baccelliere si fa un esame di coscienza e riconosce che delle donne non ha mai capito nulla. Allora parte alla ricerca della risposta, sperando che qualcuno prima o poi gliela dia; ma l'anno è quasi trascorso e lui ancora non l'ha trovata. Certe donne che interroga dicono questo, altre dicono quest'altro, e insomma una cosa certa nessuno la sa dire. Finché non incontra una vecchia, una strega probabilmente, o più probabilmente ancora una fata, che acconsente a dargli la risposta purché il baccelliere le conceda, se è in suo potere, la prima cosa che lei gli chiederà. Il baccelliere accetta quell'unica condizione.
Alla corte di Ginevra il nostro protagonista fornisce la risposta che la vecchia gli ha rivelato giusto un attimo prima. Le donne, dice,
[...] "bramano d'aver signoria così sul loro marito come sul suo amore e d'aver dominio sopra di lui".
Un attimo di silenzio. Ma il baccelliere può tirare un sospiro di sollievo: la risposta è esatta. A quel punto gli tocca però fare i conti con la vecchia, e non so se avrebbe preferito venire impiccato. Il suo desiderio è che lui la prenda in sposa.
"Ohimè! Ohimè! Troppo ben so che tale fu la mia promessa" - piagnucola il baccelliere - "ma, per amor  di Dio, scegli una diversa richiesta; prendi tutto il mio avere e lasciami la mia persona".
La vecchia è spiaciuta, spiaciuta davvero, ma non può chiedergli altro. Il baccelliere deve capitolare, anche perché tutta la corte di Ginevra è testimone della promessa.
La prima notte di nozze il baccelliere è comprensibilmente angustiato, e si lamenta con la moglie che lei non è né giovane né di alto lignaggio, e che insomma poteva aspettarsi di meglio. Al che la vecchia, che come sappiamo è molto saggia, gli dimostra con l'esempio di Gesù, che è un Dio che ha deciso di farsi povero, che la povertà non è incompatibile con la nobiltà, e che un titolo e una ricchezza non rendono una persona degna di possedere il titolo e la ricchezza. Poi lo avvisa che lei avrebbe anche il potere di tornare giovane, ma gli ricorda che, così com'è, e cioè vecchia, in virtù degli anni e del lordume, corre meno rischi di tradirlo. A lui la scelta: preferisce che lei rimanga vecchia e fidata, oppure che torni giovane e lo rodi per sempre col tarlo del dubbio?
Il baccelliere, che, ormai abbiamo capito, è un povero idiota, si arrende: faccia ciò che ritiene meglio.
"Dunque" chiede la vecchia, "ho io ottenuto su di voi signoria, poiché m'è lecito di eleggere e di decidere come mi talenta?"
"Sì, per certo, donna" risponde lui, "questo mi pare il meglio".
La vecchia, che come dicevo o è una strega o una fata, è soddisfatta di come si sono svolte le cose, e premia il suo povero marito tornando a essere una bella figliola.

˜˜˜˜˜

Insomma, alla fine della storia la vecchia ottiene dal baccelliere ciò che ogni donna desidera (secondo Chaucer, comunque), che è poi la potestà assoluta sul proprio marito. Ora facciamo un passo indietro. Il baccelliere aveva chiesto alla vecchia di fargli un'altra richiesta, che non fosse quella di sposarlo. Se la vecchia l'avesse fatto allora non avrebbe più avuto un marito su cui esercitare la propria potestà. Chiamiamo F(x) la risposta che il baccelliere dà a Ginevra, ed ∀ x F(x)* il fatto che F sia valido per ogni donna; se la vecchia avesse chiesto qualcos'altro al baccelliere oltre al matrimonio, che il baccelliere poteva concederle, allora avrebbe contraddetto F(x), che non sarebbe più stato valido per ogni donna ma al massimo per alcune donne: ∃ x F(x)**. Se cioè la vecchia avesse preferito qualcos'altro ad F(x), allora l'ipotesi ∀ x F(x) sarebbe stata falsa; il baccelliere non avrebbe potuto dire quello che tutte le donne desiderano, e Ginevra avrebbe dovuto farlo giustiziare... col che, incidentalmente, la vecchia non avrebbe avuto diritto ad esprimere affatto il suo desiderio.
Quello che intendo dire è che, una volta pronunciato, F(x) diventa vincolante per la vecchia e per il baccelliere. Lei non può fare altro che esprimere il desiderio che il baccelliere la sposi, in modo da poter realizzare F(x). Da ciò si vede come la logica abbia catene non meno sottili della magia, e non meno resistenti della nevrosi. Certo il povero baccelliere non doveva essere versato in logica, altrimenti l'avrebbe di certo saputo!


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* Che si legge "La frase F di x è vera per ogni x".
** Che si legge "La frase F di x è vera per alcuni x".