lunedì 24 aprile 2017

Storia di una storia (parte 1)

Iniziamo: nel 1899 il filosofo Josiah Royce (Il mondo e l'individuo) scrisse questa parabola:
Immaginiamo che una porzione del suolo d'Inghilterra sia stata livellata perfettamente, e che in essa un cartografo tracci una mappa d'Inghilterra. L'opera è perfetta; non c'è particolare del suolo d'Inghilterra, per minimo che sia, che non sia registrato nella mappa; tutto ha lì la sua corrispondenza. La mappa, in tal caso, deve contenere una mappa della mappa, che deve contenere una mappa della mappa della mappa, e così all'infinito.
Il problema di Royce, che cercò di tradurre in forma narrativa, riguardava l'immagine mentale che un individuo ha della propria mente, che dovrebbe contenere un'immagine dell'immagine e così via. Il problema naturalmente è lo stesso che ha sollevato Zenone di Elea, e si chiama regressus ad infinitum. Prima di Royce l'Amleto, il Chisciotte e Le Mille e Una Notte portavano esempi illustri di storie contenute all'interno di se stesse e potenzialmente ripetute in eterno; dopo di lui, l'esempio più famoso è quello di Ende.

























Nel 1946 Jorge Luis Borges scrisse un'altra breve storia, attribuendola però - gioco letterario e filosofico a cui spesso prestava la propria penna - a un tale Suàrez Miranda (Viaggi di uomini prudenti, 1658). Questo studioso, inutile dirlo, non è mai esistito. La storia, o meglio la nota, si intitola Del rigore della scienza, e in italiano la potete trovare nella raccolta di poesie L'artefice.
... In quell'Impero, l'Arte della Cartografia raggiunse tale Perfezione che la mappa di una sola Provincia occupava un'intera Città, e la mappa dell'Impero un'intera Provincia. Col tempo, queste Mappe Smisurate non soddisfecero più e i Collegi dei Cartografi crearono una Mappa dell'Impero che aveva la grandezza stessa dell'Impero e con esso coincideva esattamente. Meno Dedite allo Studio della Cartografia, le Generazioni Successive capirono che quella immensa Mappa era Inutile e non senza Empietà l'abbandonarono alle Inclemenze del Sole e degli Inverni. Nei deserti dell'Ovest restano ancora lacere Rovine della Mappa, abitate da Animali e Mendicanti: nell'intero Paese non vi sono altre reliquie delle Discipline Geografiche.
Come si può vedere Borges, che conosceva i paradossi del regressus, eliminò quello che c'era dalla storia di Royce e conservò l'idea della mappa. Ispirato da un altro racconto di Kafka (di cui parleremo nel prossimo articolo), spostò il luogo dove questa mappa fu realizzata dalla prosaica Inghilterra all'esotica Cina, proprio perché lontanissima nello spazio e nel tempo.

Ma la storia di questa storia non finisce qui.

Nel 2006, per l'introduzione alla sua raccolta di racconti Cose Fragili, Neil Gaiman riciclò una vecchia storia che aveva scritto e che ricorda da vicino sia la parabola di Royce che l'apocrypha di Borges. Ve ne propongo una traduzione mia, e me ne scuso in anticipo, dato che non ho mai acquistato il libro in italiano. Il racconto si intitola Il cartografo, o, meglio, Il creatore di mappe.
Si può riassumere al meglio una storia raccontandola. Capite? Il modo in cui si riassume una storia, a se stessi o al mondo, è raccontando quella storia. È un atto d'equilibrio, ed è un sogno. Più è accurata la mappa, più essa assomiglierà al territorio. La mappa più accurata possibile dovrebbe essere il territorio, e così sarebbe perfettamente accurata e perfettamente inutile.
Il racconto è la mappa che è il territorio.
Questo dovete tenerlo a mente.
C'era un imperatore della Cina, quasi duemila anni fa, che divenne ossessionato dall'idea di creare una mappa del territorio su cui si estendeva il suo governo. Su un'isola artificiale fece costruire la Cina in miniatura, con grande dispendio di denaro e incidentalmente anche di vite umane (poiché le acque erano profonde e fredde) in un lago all'interno della tenuta imperiale. Su quell'isola ogni montagna era un monticello di talpe, e ogni fiume il più piccole dei rivoli. Serviva una mezzora buona all'imperatore per fare tutto il giro della sua isola.
Ogni mattina, nella pallida luce che precede l'alba, cento uomini avrebbero guadato il lago e nuotato verso l'isola e avrebbero riparato e ricostruito con attenzione qualunque elemento del paesaggio che fosse stato danneggiato dal clima o dai passeri selvatici, o portato via dal lago; e avrebbero tolto e rimodellato qualsiasi territorio imperiale che fosse stato danneggiato nella realtà da inondazioni o terremoti o frane, per meglio riflettere il mondo così com'era.
L'imperatore si sentì soddisfatto della sua isola per la maggior parte di quell'anno, poi si avvide dell'insoddisfazione che cresceva dentro di lui e iniziò, nei momenti di dormiveglia prima del sonno, a pianificare un'altra mappa del suo dominio, in scala uno a cento. Ogni capanna e ogni casa e ogni palazzo, ogni albero e ogni collina e ogni animale sarebbero stati riprodotti in scala uno a cento della loro reale altezza.
Era un piano maestoso, che avrebbe prosciugato il tesoro imperiale per essere realizzato; e avrebbe necessitato di più uomini di quanti la mente umana ne possa contenere, uomini per mappare e uomini per misurare, agrimensori, addetti al censimento, pittori; avrebbe richiesto creatori di modellini, vasai, muratori e artigiani. Seicento sognatori di professione sarebbero serviti, per svelare la natura delle cose nascoste dietro le radici degli alberi, nelle più profonde caverne montane, e negli abissi del mare, poiché la mappa, per valere qualcosa, doveva contenere sia l'impero visibile che quello invisibile.
Questo era il piano dell'imperatore.
Una sera il suo Ministro della Mano Destra si lagnò con lui, mentre camminavano nei giardini del palazzo sotto una grossa luna dorata.
"Dovresti sapere, o Maestà Imperiale" disse il Ministro della Mano Destra, "che ciò che hai intenzione di fare è..."
E poi, avendolo il coraggio abbandonato, fece una pausa. Una carpa con le squame pallide infranse la superficie dell'acqua, rompendo il riflesso della luna dorata in cento frammenti che danzavano, ognuno a pieno diritto una piccola luna, e poi le lune si fusero in un unico cerchio di luce riflessa, dorato nell'acqua del colore del cielo notturno, che era un porpora così intenso che nessuno avrebbe mai potuto confonderlo col nero.
"... Impossibile?" chiese l'imperatore quietamente. È quando gli imperatori e i re sembrano più calmi che sono più pericolosi.
"Niente di ciò che l'imperatore desidera potrebbe mai plausibilmente essere impossibile," disse il Ministro della Mano Destra. "Sarà, comunque, costoso. Prosciugherai il tesoro imperiale per fare questa mappa. Svuoterai città e fattorie solo per ottenere il terreno su cui piazzare la tua mappa. Lascerai dietro di te un Paese che i tuoi eredi saranno troppo poveri per governare. Come tuo consigliere, verrei meno ai miei doveri se non ti avvertissi di questo pericolo".
"Forse hai ragione" disse l'imperatore. "Forse. Ma se dovessi ascoltarti e dimenticare la mia mappa del mondo, lasciarla incompiuta, essa infesterebbe il mio mondo e la mia mente e toglierebbe il sapore al cibo sulla mia lingua e al vino nella mia bocca".
E poi fece una pausa. Lontano nei giardini potevano sentire il canto di un usignolo. "Ma questa mappa" gli confidò l'imperatore, "è soltanto l'inizio. Poiché persino mentre essa sarà costruita, io già mi starò struggendo per pianificare il mio capolavoro".
"E quale sarebbe?" chiese il Ministro della Mano Destra, quietamente.
"Una mappa," disse l'imperatore, "dei domini imperiali, in cui ogni casa sarà rappresentata da una casa a grandezza naturale, ogni montagna sarà ritratta da una montagna, ogni albero da un albero della stessa grandezza e della stesse specie, ogni fiume da un fiume, e ogni uomo da un uomo".
Il Ministro della Mano Destra si inchinò alla luce della luna, e se ne tornò al palazzo imperiale a parecchi e rispettosi passi di distanza dall'imperatore, che era chiuso nei suoi pensieri.
È scritto nei registri ufficiali che l'imperatore morì nel sonno, e questo è vero fino ad un certo punto - sebbene qualcuno possa osservare che la sua morte non fu interamente non assistita; e il suo figlio più anziano, che divenne imperatore a sua volta, nutrì ben poco interesse in mappe e cartografia.
L'isola nel lago divenne asilo per i passeri selvatici e per tutti i tipi di uccelli acquatici, con nessun uomo che li scacciasse, ed essi beccarono fino a far crollare le piccole montagne di fango per costruire i propri nidi, e il lago erose la spiaggia dell'isola, e presto essa venne dimenticata completamente, e rimase solo il lago.
La mappa se n'era andata, e il cartografo, ma la terra sopravvisse.
In Gaiman rimane l'idea della mappa, e della mappa smisurata, e della Cina; e insomma è una specie di narrazione piana della nota di Borges. Anche, a inizio del testo inserisce una piccola battuta: tutti gli psicologi conosco l'aforisma di Alfred Korzybski per cui "La mappa non è il territorio, e non rappresenta tutto il territorio"; che invita, tra le altre cose, a tenere presenta la distinzione tra teoria e pratica individuale, e tra patologia sulla carta e patologia vissuta.



Siamo ormai arrivati alla fine di questo articolo, e al presente. Quattro anni fa avevo già letto queste tre versioni della storia (lo dico per non farmi bello delle idee degli altri); e pensando che fosse una bella storia, e che fosse una bella serie (non dimentichiamo che Borges e Gaiman sono due dei miei scrittori preferiti), decisi di contribuirvi anche io, per come potevo, nel mio piccolo. A dire il vero era solo un gioco tra me e me, ma questo ne è stato il risultato.
La prima volta che il racconto venne pubblicato fu su Lokee - il social network del fantastico, e lo potete ancora trovare a questo indirizzo. Si intitola Il Problema della Pagoda.
L’Imperatore Wu ordinò di costruire una pagoda. Questa pagoda avrebbe dovuto contenere un numero infinito di piani; in ogni piano, l’Imperatore aveva piacere che fosse allestito un riassunto, una breve rappresentazione di ognuna delle grandi attrazioni di cui si componeva l'Impero di Mezzo. Così, ad esempio, al primo piano un sistema di pulegge e acquedotti avrebbe dovuto simulare il Fiume Giallo, e un campionario di piante e animali ne avrebbe preservato l’ambiente; al secondo, un muro doveva essere contenuto tra quattro mura, e questo muro sarebbe stato la sconfinata Muraglia che proteggeva l’Impero dai mongoli. Viaggiando di piano in piano, l’Imperatore avrebbe potuto viaggiare di regione in regione e visitare tutti i suoi possedimenti. Certo le ambientazioni avrebbero dovuto essere costantemente aggiornate, perché l’Imperatore non si trovasse a giudicare un villaggio che era appena stato raso al suolo, o una miniera di rame che i demoni avevano prosciugato anzitempo. In questo modo le sue legiferazioni (che egli contava ormai di prendere all’interno della pagoda) non sarebbero risultate vane.
La realizzazione della pagoda richiese dodici anni e vasti progetti prima che l'Imperatore fosse chiamato a visionarla. Egli esaminò con piacere i piani di cui si componeva la sua opera; ma, arrivato all’ultimo, prese da parte i costruttori e li fece fustigare.
“Ma come”, sentenziò. “Vi ho ordinato di costruire una pagoda che racchiudesse tutte le meraviglie del mio Impero, e voi vi dimenticate la meraviglia più grande di tutte, che è la pagoda stessa?” Quindi, poiché era un sovrano generoso, rinviò la punizione che i costruttori giustamente meritavano e concesse loro di completare l'opera.
Quello posto dal Figlio del Cielo sembrava un problema insolubile: come riassumere un riassunto? Come sintetizzare un diagramma? Alla fine qualcuno propose che replicassero, in una stanza, tutte le altre stanze: non sarebbe stato difficile, ora che anche gli altri progetti erano pronti. Il suggerimento parve disorientare i più, ma alla fine venne accettato.
L'adeguamento della pagoda richiese sei anni. I costruttori avevano deciso di mandare a chiamare l’Imperatore, quando uno di loro, memore delle scudisciate dispensate dalla mano generosa dei soldati, osservò con prudenza che la pagoda non era ancora completa: avevano riprodotto la pagoda, ma ora la pagoda era cambiata e la riproduzione doveva essere a sua volta cambiata. La pagoda era, affermò, non più solo la pagoda, ma la pagoda cui era stata aggiunta la stanza della pagoda: secondo gli inappellabili dettami dell'Imperatore, così doveva essere rappresentata.
I lavori ripresero, instancabili; ma la conclusione preluse a un nuovo aggiornamento, perché ormai la pagoda conteneva la pagoda e una stanza che conteneva una pagoda con una terza pagoda, e così doveva essere rappresentata. I nuovi progetti raddoppiavano di volta in volta l'estensione, per star dietro all'innaturale crescita dell'opera.
Gli architetti e i muratori perirono durante l’infinita costruzione e le loro ossa furono trasformate in calce con cui continuare il loro lavoro. Anche l’Imperatore morì, e il suo successore si dimenticò della follia della pagoda che era infinita.
Un ordine dell’Imperatore non può essere revocato da altri. I figli degli architetti e dei muratori continuarono la costruzione della pagoda, e dopo di loro i loro figli. Ancora oggi, nei deserti della Cina, si narra di una setta di architetti, abbruttiti dall'incesto e dall'isolamento, che continua la costruzione di una pagoda infinita.
Il sogno che mosse un Imperatore ora è l'incubo di continue generazioni.


Nel mio racconto ho mantenuto l'idea della Cina e della mappa che si trovano in Borges, e della follia dell'imperatore di Gaiman; e ho re-introdotto quella del regressus, che era stata di Royce. L'idea della pagoda è un ribaltamento di quell'insegnamento di Hui Shi, per cui se dovessi dimezzare un bastone lungo un piede ogni giorno (quindi il secondo giorno dimezzare la metà del primo, e il terzo la metà del secondo), anche dopo diecimila generazioni me ne sarebbe rimasto comunque un poco da dimezzare. Queste riflessioni provocarono lo sdegno di Chuang Tzu.

Eccoci alla fine. Abbiamo seguito la storia di un paradosso, in prosa, per più di un secolo. La cosa migliore di questa serie è, mi pare, che essa diventa a sua volta, se non un paradosso, comunque una realtà ad infinitum: ognuno degli autori ha stimolato quelli successivi a ricrearla. Abbiamo quindi un segmento a cui, per virtù proprie, si aggiunge un altro segmento, e poi un altro, e un altro ancora; ma, al contrario della corsa di Achille e della Tartaruga, ogni segmento ha la stessa estensione del precedente. Non ci resta che vedere se questa tendenza si manterrà anche in futuro; potenzialmente, essa non ha necessità di interrompersi mai.

[La prossima settimana parleremo di un'altra serie di racconti e di un altro paradosso. Quindi, se non volete perdervi nulla, ricordate di visitare regolarmente questo blog e di iscrivervi alla nostra pagina FB. Basta un clic.]

martedì 18 aprile 2017

Una difesa dell'ingannevole oroscopo

Io non credo nell'oroscopo. Sono anzi convinto che credervi sia sbagliato non solo, diciamo, epistemologicamente, ma anche moralmente. Ogni volta, infatti, che una persona mente assassina una parte del mondo, e questo è certo; ma ogni volta che una persona crede in una menzogna quando ha le capacità e i dati per smascherarla, è colpevole tanto quanto lo è il mentitore.
Non voglio spingermi più un là con questo discorso, perché ciò che vorrei dire è poco educato, è comunque evidente, e per di più rischia di assomigliare ai monologhi di quella sottocategoria umana a cui appartiene chi indossa i fedora.
Questo articolo, nel caso non si fosse capito, riguarda l'oroscopo.


A COSA CREDE CHI CREDE NELL'OROSCOPO
Chi crede nell'oroscopo si affida al fatto (ha quindi propriamente fede, nel senso che compie un salto irrazionale verso una credenza non dimostrabile, esattamente come fa chi, ad esempio, crede in Dio*) che, interpretando correttamente gli avvenimenti celesti, si possa conoscere qualcosa del futuro terrestre. Questo al netto dell'astronomia ufficiale: vedere un meteorite con un diametro di nove chilometri che punta dritto sulla Terra... be', qualcosa del nostro futuro ce lo dice, ma in maniera del tutto razionale e afideistica, vivaddio.
Che l'oroscopo sia una credenza vera o una credenza falsa non è argomento del nostro articolo - benché io creda sia falsa, esattamente come credo che non esistano unicorni invisibili, o. per dirla con Russell, una teiera in orbita tra la Terra e Marte -: propriamente, è una credenza il cui valore di verità è indecidibile. Anche, è una credenza non scientifica, secondo la distinzione di Popper, perché non falsificabile. Tra le varie cose perché non presenta un corpo organico di credenze da analizzare attraverso metodi statistici, e perché chi vi si affida sembra incapace di riconoscerne gli errori, e quindi di usarli come prova di un fallimento del sistema**. Col che non voglio dire nulla di male: secondo lo stesso principio anche il materialismo dialettico marxista e la prima psicanalisi non sarebbero dottrine scientifiche (e infatti non lo sono).
Dunque, credere che studiare gli astri sollevi il velo del domani significa essenzialmente credere in una delle seguenti:

  1. che i casi celesti esercitino un influsso decodificabile su quelli terreni. In questo caso, che Giove entri in Vergine causa un cambiamento nella vita di chi è nato Vergine.
  2. che i casi terreni esercitino un influsso decodificabile su quelli celesti. In questo caso la Stella Cometa scende verso Betlemme perché è attirata dalla nascita del Bambin Gesù, e non il Bambin Gesù nasce a Betlemme perché passava di lì anche la Stella.
  3. sia (1) che (2)***.
  4. che i casi celesti e quelli terreni siano sincronizzati, e ogni minimo cambiamento dell'uno corrisponda a un cambiamento dell'altro. Dietro l'astrologia non ci sarebbe quindi il principio di causa-effetto, ma semplicemente di contemporaneità.

Che (1) sia un'assurdità bella e buona è certo da molto tempo. Oltre al fatto che non esistono prove scientifiche di questo fenomeno - ma credere nell'oroscopo è un atto di fede, e quindi prescinde da una spiegazione scientifica - è facile dimostrare come la fede nell'oroscopo sia una fede malriposta. Per farla breve, anzi brevissima, cito Odifreddi (2001):
In ogni caso, le costellazioni visibili dello Zodiaco sono tredici e non dodici: manca infatti all'appello Ofiuco, o Serpentario. E il Sole percorre le dodici costellazioni canoniche in tempi diversi, non mensili. E la processione degli equinozi ha ormai sfasato l'assegnazione classica dei segni [...].
Se gli eventi celesti esercitano un influsso su quelli terreni, insomma, l'astrologia non prende in considerazione i giusti eventi celesti per indagare quale sia questo influsso. A meno che la nostra fede non ci spinga a credere che le Potenze sovralunari abbiano tanti riguardi nei nostri confronti da agire in accordo con la nostra ignoranza dei loro movimenti.
La falsità di (2), che è una falsità semantica, la possiamo dimostrare allo stesso modo: se anche fossero i casi terreni a esercitare un influsso, l'astrologia questo influsso non potrebbe leggerlo, perché non prende in considerazione i giusti casi celesti. Ergo, affidarsi all'astrologia è fideisticamente inconsistente, dato che si crede a una cosa e se ne ascolta un'altra del tutto diversa.

[Per finire, che (3) sia sbagliato è evidente, ma lo dimostreremo lo stesso sintatticamente. La congiunzione di due proposizioni, in questo caso (1) ∧ (2), nella logica proposizionale, è falsa se almeno una delle due proposizioni è falsa: e in questo caso sono entrambe false. Ma questo è un mio scrupolo, e spero che al punto in cui siamo nessuno abbia davvero potuto credere in (3).]

Passando a (4), invece, il discorso si fa leggermente più serio. Includiamo pure questa posizione tra le applicazioni di quella teoria parascientifica che si chiama della sincronicità, la cui prima enunciazione risale all'introduzione all'I-Ching di Jung. La sincronicità, nonostante i contributi del Premio Nobel per la fisica Wolfgang Pauli, manca di prove scientifiche a sostegno a livello macroscopico (la sincronicità junghiana, si dica quel che si dica, riguarda il mondo macrosposico e non quello microscopico; ed è bene ricordarlo viste le diverse leggi che sembrano regolarli). Io posso credere, e anzi credo, nell'esistenza di significati emergenti nella psiche dell'uomo, e nella sincronicità come processo di attribuzione di tali significati a elementi fisici; ma non credo che essa sia anche un principio fisico. Tuttavia affidarsi alla teoria della sincronicità (4) è di per sé non contraddittorio (1, 2, 3), e quindi, se si ha fede, accettabile.

Wolfgang Pauli

REALTÀ DELL'OROSCOPO
Questo articolo - nonostante le premesse - si propone come difesa dell'indifendibile, e come giustificazione dell'oroscopo. Questa giustificazione può giungere dall'analisi personologica dell'uomo.
È risaputo che nascere in un determinato mese ha un effetto sull'individuo. Nascere nel mese X significa essere stati concepiti in X - 9 o in X - 8 mesi, a meno di casi particolari. Significa anche che il nutrimento nella fase prenatale è stato di un certo tipo (frutta e verdura di stagione), l'apporto di vitamine e di sole è stato di un certo tipo, e spesso che anche l'umore della madre è stato più o meno solare di quanto sarebbe stato, ceteris paribus, in un'altra stagione. Lo stesso si potrà dire per la fase immediatamente postnatale. Qui e qui ci sono alcuni articoli, liberamente consultabili, che riportano i risultati di un paio ricerche - il cui numero è, vi assicuro, legione - in proposito agli effetti del periodo di nascita sulla vita del bambino.


Ora, essere di un segno zodiacale, cioè della Vergine o della Bilancia, significa per l'appunto essere nati in un determinato periodo di tempo della durata di un mese - anche se, come abbiamo visto, non nel mese in cui il Sole si trova nella casa del segno. In questo caso il segno zodiacale può essere considerato un nome, un metodo di categorizzazione, che trae valore non tanto dalle costellazioni quanto dal periodo a cui è tradizionalmente associato.
Certo, come strumento di analisi personologica l'oroscopo è alquanto limitato. Passare il periodo perinatale in una valle montana in cui il sole c'è quattro ore al giorno è ben diverso dal passarlo in pianura... e così via, dato che, ad esempio, la stagione delle piogge non corrisponde a nessuna delle stagioni europee. Inoltre allo sviluppo personologico individuale (le ricerche sono generalizzazioni su popolazioni significative) contribuiscono tanti e tali accidenti che dire che un Leone è così e così perché è nato ad agosto è peggio che un'ingenuità. Al massimo si può dire che, al netto di tutto il resto, sia predisposto in tal senso.
Ancora una volta l'oroscopo, pur avendo, se considerato dalla giusta prospettiva, un fondamento scientifico, risulta inadeguato a descrivere le complessità della vita. Col che concludo la mia filippica contro l'astrologia e vi invito a cliccare sui pulsantini qui sotto per condividere l'articolo sui social. A presto, Veri Credenti!


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* Per questo chi è cristiano non dovrebbe ridere di chi crede nell'occulto, a meno di non voler sembrare ipocrita. Prova ne è il fatto che, nell'antichità non potendo i cristiani credere nella predestinazione a scapito del libero arbitrio, ma non potendo neanche credere che l'astrologia fosse falsa a causa delle fonti che la citavano come certa, risolsero l'antinomia dicendo che sì, l'astrologia vincola pure i non battezzati; ma che i battezzati, in grazia del Signore, sono liberi dagli influssi celesti. Chi non lo crede provi a rileggersi Clemente Alessandrino. In Età Medievale invece - e poi mi fermo, prima che la nota diventi più lunga dell'articolo -, il pensiero corre a Dante, che nel XVI del Purgatorio afferma (fa affermare a uno dei suoi personaggi) che gli astri potranno pure avere un qualche influsso sulle cose terrene, iniziando tutti o alcuni gli affari degli uomini, ma in ogni caso è proprio dell'uomo dover scegliere tra il bene e il male (letteralmente: "Lo cielo i vostri movimenti inizia; | non dico tutti, ma, posto ch'i 'l dica, | lume v'è dato a bene e a malizia, || e libero voler; che, se fatica | ne le prime battaglie col ciel dura, | poi vince tutto, se ben si notrica").
** L'astrologia si trova davvero, oggi, in una situazione unica tra quelle che la coscienza scientifica ha prodotto. Chi vi crede accetta senza battere ciglio i suoi errori, proprio perché sono errori attesi (dato che a livello razionale la maggior parte delle persone ammette che non ci si possa basare sull'oroscopo per conoscere il futuro); le volte in cui invece sembra che le sue predizioni siano corrette sono considerate prove a favore della sua esattezza generale.
La coscienza scientifica popolare sembra quindi assorbire i colpi degli errori del metodo e preservarne le conferme: ancora una volta ci troviamo di fronte a una situazione di infalsificabilità secondo la filosofia popperiana.
*** In questa ipotesi, che a prima vista può sembrare contraddittoria, credevano gli antichi alchimisti. Sulla Tabula Smaragdina di Ermete Trismegisto sta per l'appunto scritto che "Ciò che è in alto è come ciò che è in basso". La precedente è a tutti gli effetti un postulato di isomorfismo tra realtà microcosmica e realtà macrocosmica. Studiare l'essere umano, quindi, equivarrebbe a studiare l'universo; e cambiare se stessi significherebbe cambiare il mondo, non in astratto o in piccolo, ma in concreto e completamente. 

mercoledì 5 aprile 2017

Ma gli argentini sognano ovejas eléctricas?

Già nello scorso appuntamento di Ma gli italiani sognano pecore realiste? avevamo letto le parole di un grande scrittore che ci parlava, attraverso il muro degli anni, in difesa del fantastico. Oggi, nello stesso spirito, vi propongo un'altra voce: quella di Jorge Luis Borges. Chi fosse Borges sarà materia per un altro e più complesso articolo: vi basti sapere che è stato uno dei maggiori letterati del secolo scorso.

Entrambe le citazioni sono tratte da prologhi che Borges scrisse per libri di altri. La prima - in originale - si trova nell'edizione argentina di Cronache Marziane di Ray Bradbury (1955), e la seconda in L'Invenzione di Morel del suo caro amico Adolfo Bioy Casares (1953). Quest'ultima contrappone la letteratura "psicologica" a quella "d'avventura"; ma essendo la psicologica una variazione di quella realistica ed avendo Borges, tra gli avventurosi, ricordato L'asino d'oro, i Sette viaggi di Sindbad e altri, direi che possiamo, dati gli ovvi distinguo, considerare i suoi argomenti validi anche per la nostra tesi: che la letteratura fantastica non sia inferiore a quella realistica.
Iniziamo. Innanzitutto Borges ci dice che
Ogni letteratura [...] è simbolica; esistono poche esperienze fondamentali ed è indifferente che uno scrittore, per trasmetterle, ricorra al "fantastico" o al "reale", a Macbeth o a Rasklni'kov, all'invasione del Belgio nell'agosto del 1914 o a un'invasione di Marte. Che importano le finzioni, o le fantasie, della science-fiction
Questa, o una tesi simile, il blog l'ha sostenuta fin dal momento della sua fondazione. Basti leggere questo articolo o quest'altro per averne la prova.
Stevenson, intorno al 1882, osservò che i lettori britannici disdegnavano un po' le peripezie e ritenevano maggior abilità scrivere un romanzo senza argomento*, o con un argomento infinitesimale, atrofizzato. José Ortega y Gasset - La deshumanizaciòn del arte, 1925 - cerca di analizzare il disdegno notato da Stevenson e stabilisce, a pagina 96, che "è molto difficile che oggi si riesca a inventare una trama in grado di interessare la nostra superiore sensibilità" e, a pagina 97, che tale invenzione "è praticamente impossibile". In altre pagine, in quasi tutte le altre pagine, intercede per il romanzo "psicologico" e ritiene che il piacere per le avventure sia inesistente o puerile. Questa è, indubbiamente, l'opinione comune del 1882, del 1925 e persino del 1940. Alcuni scrittori (tra i quali mi piace annoverare Adolfo Bioy Casares) ritengono sia ragionevole dissentire. [...] il romanzo "psicologico" vuole anche essere romanzo "realistico": preferisce che dimentichiamo il suo carattere di artificio verbale e fa di ogni vana precisione (o di ogni debole vaghezza) un nuovo tratto verosimile. Ci sono pagine, capitoli di Marcel Proust, che sono inaccettabili come invenzioni: a esse ci rassegniamo, senza saperlo, come alla banalità e alla futilità di ogni giorno. 


Sembra quindi impossibile, anche andando a ritroso, da che i francesi e i russi hanno inventato o sdoganato il romanzo psicologico, che l'intellighenzia di un Paese riconosca le pari qualità di quello realistico e fantastico. Ci consoliamo: a riconoscerle sono gli scrittori, col che si intendano i grandi scrittori... ammetteranno i critici (a malincuore?) che anche loro capiscono qualcosa di scrittura.


Tutti gli articoli nella categoria Ma gli italiani sognano pecore realiste? in difesa del fantastico:

  1. Ma gli italiani sognano pecore realiste?
  2. Ma gli italiani sognano (ancora) pecore realiste?
  3. Ancora di italiani e di pecore realiste
  4. Così vasto e intenso


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*Che è poi la tesi, egualmente ridicola, di molti intellettuali o critici italiani.