venerdì 17 marzo 2017

Le dieci sigle più belle della storia dei telefilm

Si è parlato tanto di telefilm, negli ultimi anni, come della nuova frontiera della letteratura, sia d'intrattenimento che colta. Tralasciando l'ormai tragica confusione di medium, che è una delle grandi malattie della critica popolare, capisco e condivido il sentimento di questa affermazione perché io stesso sono un grande consumatore di serie televisive. Ho quindi deciso di ritagliarmi questo articolo per scriverne un po'.


Di telefilm, si diceva, parlano in tanti - ma poco spazio, almeno per quello che ho potuto constatare, è stato dedicato a quella nuova forma d'arte senza la quale i nostri pomeriggi su Netflix non sarebbero più gli stessi: l'arte di comporre, di questi telefilm, le sigle d'apertura. Non voglio colmare questo vuoto - non ne sarei capace -, ma così, per sfizio, mi è venuta l'idea di raccontarvi quali sono le mie sigle preferite.
Le sigle sono elencate non in ordine di bellezza (non sono capace di fare queste classifiche), ma in ordine cronologico: cioè, a seconda di quando ho visto per la prima volta il telefilm. Pronti? Pronti.


ECCE CLASSIFICA 

1. Buffy l'Ammazzavampiri



Sono passati vent'anni dalla prima stagione di Buffy l'Ammazzavampiri, che era, è e sarà per sempre il mio telefilm preferito. Vent'anni da quando un gruppo di artisti, capitanati dall'oramai leggendario Joss Whedon, con abbastanza spiccioli da riempirci un portauovo e tanta voglia di sovvertire i cliché del genere hanno messo in piedi un capolavoro. Per capirlo basti guardare la sigla d'apertura: parte maestosa, con un motivo da film horror classico, e poi via, il rock, quello che non ti aspetti. Praticamente un manifesto. 
Potrei stare qui per ore a parlare di Buffy, Dio mio è testimone, ma stavolta siete salvi. Solo una cosa vi dico: recuperatela recuperatela e recuperatela. Non si parlerà mai abbastanza bene delle stagioni di Buffy dalla seconda alla quinta, e mai abbastanza bene di una manciata di episodi della sesta e della settima. Per esempio (e di esempi ve ne potrei fare a bizzeffe) Il corpo, un episodio autoconclusivo della quinta stagione, rimane a mio parere l'esempio più alto di ciò che si può ottenere in cinquanta minuti. Un episodio talmente bello e angosciante che quasi nessuno riesce a vederlo più di una volta, pur conservandone un ricordo eccezionale. 



Moonlghting è uno di quei telefilm di cui tragicamente si parla poco. Eppure è di qualità più elevata di molti dei suoi colleghi moderni (Moonlighting è andato in onda nella seconda metà degli anni '80). Aveva una scrittura fantastica, avanti di anni rispetto ai suoi contemporanei; era fresco, brillante, ricco di humour e di azione, ma sapeva perdersi nel puro dramma. In effetti credo sia uno dei primi esempi - se non il primo - di comedy-drama della storia dei telefilm, un genere che, con Ally McBeal e Sex and the City, ha mietuto centinaia di successi. Gli attori erano splendidi: una straordinaria Cybil Shepherd e un allora esordiente Bruce Willis. Io, ad esempio, Bruce Willis non posso più vederlo scisso dal personaggio che interpretava in Moonlighting, David Addison, il detective pigro e godereccio dal cuore grande e dalle profonde passioni. 
La sigla d'apertura della serie è stata composta e cantata dal leggendario jazzista Al Jarreau, purtroppo morto di recente. Ebbe un tale successo che, per mesi, il disco rimase in cima alle classifiche di tutta America. Il tono malinconico della sigla dona profondità al telefilm, che per la maggior parte del tempo rimane ancorato sul versante della comedy.




Torniamo al solo strumentale. La sigla di Doctor Who, il cui originale è un pezzo di storia della fantascienza, ha la straordinaria capacità di suonare orribile la prima volta che la si sente, e alla terza di galvanizzare tanto lo spettatore che quello la canticchierà ovunque in saecula saeculorum. E pensare che è stata messa insieme così, un po' alla carlona, nei primi anni '60 (sì: Doctor Who è il telefilm più longevo di sempre, che io sappia).
Non parlerò della serie in sé. Un intero libro non basterebbe per farlo. Vi dico solo di recuperare le avventure del Nono e del Decimo Dottore, e gli episodi The Doctor's Wife e The Rings of Akhaten dell'Undicesimo. Poi fate voi.



E arriviamo al momento clou dell'articolo, alla regina delle sigle. Sì, perché come la sigla di True Detective (prima stagione), cantata dai The Handsome Family, non ce n'è. Io, dopo averla sentita, sono andato a recuperarmi tutta la discografia del gruppo.
Dell'effetto volto/paesaggio ormai siamo sommersi: ma all'epoca un uso tanto massiccio mi parve cosa nuova e meravigliosa. A parte questo, la sigla riesce a trasmettere in maniera perfetta il clima del telefilm, da provincia corrotta del midwest americano, quello strano amalgama di sesso e religione; e anche lo spirito dei protagonisti, che viene pian piano demolito (in particolare quello del detective Marty) dall'orrore che coscientemente scelgono di affrontare.
Da recuperare True Detective? Sì, da recuperare. La prima stagione senz'altro.



Prodotto molto meno conosciuto dei precedenti è Camelot, della STARZ. In effetti io lo scoprii un po' perché mi trovavo in astinenza da Spartacus (CHE TELEFILM, RAGAZZI), sempre della STARZ, e un po' perché sono un patito di Ciclo Arturiano, come ben sa chiunque segua questo blog. Ma di altre persone che l'avessero visto, non ne ho mai trovate.
Siamo sinceri: il telefilm non è questo gran che. Si salva giusto perché nel cast ci sono due ottimi attori, Joseph Fiennes ed Eva Green. Ma la sigla è tutt'altro affare: l'uso dei colori, delle immagini e della velocità a cui sono presentate è da manuale, e la colonna sonora aumenta il clima di epicità. L'immagine dei guerrieri che cavalcano nella nebbia, sarà un cliché, ma da allora mi è entrata dentro; e non è poco riuscire a scolpire così la mente di una persona.



Sottovalutata questa sigla, che però ha grandi meriti. La parte sonora è dannatamente catchy, e il video sembra una serie di dettagli di qualche piccola scultura finemente cesellata. Magari il telefilm fosse all'altezza! In realtà è un prodotto molto interessante, per certi versi, ma con stagioni fin troppo altalenanti. Io ho iniziato a seguirlo perché la premessa era ottima: far convivere tutte le grandi figure della pirateria in un solo mondo, sia leggendarie che storiche che narrative. Il focus della serie sarebbe dovuta essere la relazione tra il Capitano Flint e Long John Silver, di cui si parla anche nel primo romanzo classico che io (e, con me, chissà quanti altri) abbia mai letto: L'isola del tesoro di Stevenson. Alla quarta stagione però l'ho abbandonato, e in fede non saprei se consigliarvelo o meno.



Arriviamo a quella che per me è la sigla migliore tra quelle elencate qui. Penny Dreadful è un telefilm con protagonista Eva Green, come Camelot, il cui titolo gioca sul nome di una rivista - o su una tipologia di rivista - di romanzi d'appendice, come True Detective, e il cui concept è molto simile a quello di Black Sails: riunire in un solo scenario i più famosi personaggi della letteratura ottocentesca dell'orrore. Questa idea di creare universi condivisi è stata, credo, sdoganata dal fumetto La Lega degli Straordinari Gentleman di Alan Moore... Moore il cui lavoro ha influenzato anche True Detective. Non approfondisco: ve ne ho parlato solo perché volevo farvi sentire il brivido di lavorare in questo ambiente.
La sigla d'apertura di Penny Dreadful, che è poi l'argomento in oggetto, è fenomenale. Riesce a trasmettere - credo in maniera perfetta - il senso di quella particolare bellezza che si può trovare in ciò che è orrorifico, in ciò che genera terrore, in ciò che è viscido o malato. La si può chiamare bellezza sublime o bellezza perturbante. La sigla però non parla del Fascino del Male,: in Penny Dreadful siamo al di là della facile dicotomia bene/male. Qui la bellezza è ciò che illumina, è ciò che salva; i personaggi del telefilm riescono a trovarla solo nelle manifestazioni del male, ma cambia poco.
Come telefilm ve lo consiglierei? Prima di vedere il finale avrei detto di sì. Per tre stagioni Penny Dreadful aveva mantenuto un equilibrio perfetto tra mimmata e poesia, un equilibrio molto specifico che io adoravo. Ma quel finale così affrettato e sconclusionato... be', almeno non ha rovinato la sigla.




Sigla creata appositamente per il telefilm e non riciclata da qualche album, questa opening è a mio parere un capolavoro (li ripeto spesso? Be', non è un caso che queste siano le mie sigle preferite). Le immagini, il testo, la voce della cantante, ma soprattutto gli strumenti, che si aggiungono pian piano, e quando arrivi al finale ti chiedi quando hanno cominciato a sentirsi, è tutto fatto a regola d'arte.
Di The Affair ho visto solo la prima stagione, che presentava una struttura a flashback simile a quella di True Detective. Ha vinto molti premi, e capisco perché; anche se non è nella rosa dei telefilm che mi sentirei di consigliare è lo stesso un prodotto di qualità. Tra l'altro mi ha dato l'occasione di rivalutare l'attore Joshua Jackson, che finora avevamo conosciuto quasi esclusivamente per i ruoli non proprio brillanti di Pacey in Dawson's Creek e Peter in Fringe.




BoJack Horseman è una di quelle serie comedy-drama di cui si parlava prima; ma in cui sia la commedia sia il dramma sono spinti fino ai limiti massimi della decenza - e spesso più in là. Cercate in giro, su internet: non troverete una recensione che sia meno che entusiasta. Questo perché Bojack è divertente, assurdamente divertente, ma è anche spiazzante, è anche commovente. BoJack siamo tutti noi, e non possiamo che amare e odiare questo assurdo uomo-cavallo che passa la vita a soffrire e a rovinare ogni occasione che ha di essere felice o amato. Ogni stagione, poi, ha almeno un episodio che è destinato a fare storia, tanto è bello.
La sigla d'apertura trasmette questo e altro. Basta guardarla e ci troviamo catapultati nell'universo di disagio, di alienazione e di solitudine del nostro protagonista. Menzione speciale anche per la sigla di chiusura, che vi posto qui per stare in pace con la coscienza.


Ecco. Spero si sia capito che sono un fan entusiasta di BoJack. Per il resto posso solo dire QUAND'È CHE ARRIVA LA NUOVA STAGIONE?



Sigla cantata da Neil Patrick Harris, protagonista della serie e delle cui doti canore avevamo già avuto una prova in quel gioiellino di tre quarti d'ora che è il Doctor Horrible's Sing Along Blog (ideato e scritto da quel Joss Whedon di cui si parlava all'inizio dell'articolo ❤). Una opening speciale davvero, dato che è stata cambiata ogni due episodi e, più che riassumere, spoilera parte della trama di ogni episodio... il bello è che l'episodio poi si scopre tanto ricco e immaginifico che lo spoiler iniziale non rovina assolutamente nulla. Del resto, questa è una serie televisiva (be', quasi... è Netflix) che rimane legata ai libri originali, e questi libri dell'anticipazione hanno fatto un marchio di fabbrica.
Curiosità: A series of Unfortunate Events è l'ultimo telefilm che io abbia visto. Ve lo consiglio, ve lo consiglio, ve lo consiglio, ma vi consiglio di recuperare anche il film con Jim Carrey!

...

Bene, e voi? Quali sono le vostre sigle preferite? Sono sicuro che ne avete un sacco in mente. Fatemelo sapere qui sotto o su Facebook. E se l'articolo vi è piaciuto, al solito, cliccate per condividerlo sui vostri social, oppure per iscrivervi al gruppo FB del blog. A presto, Veri Credenti!

sabato 4 marzo 2017

Gli inganni di Locke Lamora, L'Ultimo Elfo, L'Ombra del Torturatore

Vivere (d)i libri è, credo, la più vecchia rubrica di questo blog, e quella che, in coscienza, non chiuderò mai. Questo perché leggo molto, e prima o poi di dire qualcosa sui libri che leggo mi viene voglia.
Gli ultimi due appuntamenti con Vivere (d)i libri sono stati articoli tematici: fumetti e libri che vorrei vedere pubblicati in Italia. Anche questo articolo sarà tematico, e riguarderà la nostra vecchia amica, la mia prima passione, la letteratura Fantasy.

GLI INGANNI DI LOCKE LAMORA
di Scott Lynch
Non so perché finora avessi evitato Gli Inganni di Locke Lamora. Il titolo mi incuriosiva e anche la trama, ma per qualche motivo lo associavo alla saga di Bartimeus di Jonathan Stroud che, odiatemi, non mi ha mandato fuori di testa. Bellissima l'idea iniziale, ma stile anonimo e svolgimento classico e noiosetto (parlo del primo libro: più in là non sono andato).
Invece Locke Lamora non è Bartimeus. Non è neanche, credo, un libro propriamente per ragazzi, vista la quantità di passaggi altamente diseducativi che offre al lettore. Ma è un libro molto ben scritto, denso di avvenimenti, con personaggi interessanti e una trama che cattura dalla prima pagina. Poi magari sono io, ma quello delle truffe è uno di quei temi (gli altri sono i viaggi nel tempo, i supereroi e il ciclo bretone) che, dove metti li metti, hai già fatto metà dell'opera nel farmi aprire il portafoglio.
Brevemente la sinossi: Locke Lamora è un ragazzo molto dotato nelle arti del raggiro e del ladrocinio. Vive nella città di Camorr, una specie di Venezia fantasy, e insieme alla sua banda, i "Bastardi Galantuomini", si ritrova immischiato in certe faccende da cui avrebbe fatto meglio a star lontano - anzi lontanissimo. Di più non dico, perché altrimenti dov'è la sorpresa, che è il cuore della letteratura delle truffe?
Libro consigliato, anzi -issimo! Non un capolavoro, certo, ma un gran bel libro. Tra l'altro, mi dicono che sia un Fantasy cappa-e-spada, un genere che io ho frequentato poco. Si rimedierà!

L'ULTIMO ELFO
di Silvana De Mari
Avevamo già parlato della De Mari qui, e in toni non troppo lusinghieri, a proposito delle sue ultime fatiche letterarie. Non abbiamo invece parlato di lei personaggio pubblico, e cioè moderno alfiere dell'odio omofobico. Oggi comunque voglio dimenticare le sue posizioni più radicali e parlare di lei com'era una decina d'anni fa. Di quello che riuscì a fare. E quello che riuscì a fare è questo: un libro meraviglioso. Un libro che ho riletto in questi giorni, e che mi sono goduto dalla prima all'ultima pagina.
Spesso, quando si tira in ballo il Fantasy italiano contemporaneo, il primo nome che ci viene in mente è Francesco Dimitri o Valerio Evangelisti. Parlo del Fantasy di qualità; altrimenti, certo, il primo nome che verrebbe in mente sarebbe Licia Troisi. Fino a qualche anno fa invece era la De Mari la miglior scrittrice Fantasy d'Italia, e L'Ultimo Elfo ne è la prova.
Anche qui, una breve sinossi. Yorsh è un bambino elfo orfano di madre, di padre e in generale di tutta la famiglia. Questo perché gli umani hanno provveduto a sterminare la sua razza. Ma Yorsh, sperduto nel vasto mondo, incontra una coppia di uomini che decide di andare oltre le apparenze e gli stereotipi di razza e di adottarlo. Il cammino di Yorsh lo condurrà attraverso la Contea di Daligar, governata dall'incarnazione stessa del male - il Giudice Amministratore - e a incontrare Erbrow, l'ultimo dei draghi.
L'Ultimo Elfo è uno di quei libri perfetti. La De Mari lascia l'High Fantasy per i capitoli successivi di questa saga (il primo dei quali si intitola L'Ultimo Orco, ed è un altro romanzo bellissimo); questo libro invece è ancora una favola, una favola cruda e piena di meraviglia, qualcosa con una morale solida e ben argomentata. La De Mari scrive un Fantasy per parlarci del nostro mondo, ma quando lo fa non è per niente pedante. Anzi. Noi ci meravigliamo insieme ai suoi personaggi, ridiamo con loro, li amiamo, e soprattutto ci indigniamo con loro di fronte alle ingiustizie.
L'Ultimo Elfo è un libro bellissimo. Un libro che consiglio a chiunque, ovunque, di leggere, e mi spiace davvero per chi deciderà di non farlo.

L'OMBRA DEL TORTURATORE
di Gene Wolfe
Qualche settimana fa leggevo questo articolo di Davide Mana, scrittore, paleontologo e titolare del blog Strategie Evolutive. Subito mi sono detto "Cos'è questa mancanza? Devo recuperare Il Libro del Nuovo Sole di Wolfe!"
Buoni propositi purtroppo caduti nel dimenticatoio. Non perché pensassi che non ne sarebbe valsa la pena - l'articolo mi aveva convinto -, ma perché sono così pieno di libri che, onestamente, sto cercando di smaltirne un po' prima di accumularne di nuovi. Pochi giorni dopo però ho letto un altro articolo, in cui stavolta Neil Gaiman, uno dei miei autori preferiti, elencava i propri libri preferiti (certo non lui in prima persona: qualcuno lo ha fatto per lui, passando da un articolo ufficiale). Proprio in cima alla lista c'era Il Libro del Nuovo Sole. Sentii che non avevo più scuse: corsi subito in libreria e ordinai L'Ombra del Torturatore.
Breve sinossi: Severian è prima un apprendista e poi un artigiano torturatore (chi l'avrebbe detto) che abita una Terra futura - Urth e non più Earth - che gira attorno a un sole vecchio e tiepido. Gli uomini hanno esplorato lo spazio e sono tornati. Il passato e le sue conquiste sembrano essere stati parzialmente dimenticati, sebbene qua e là brillino ancora sprazzi di strane tecnologie. Urth - o almeno la porzione di Urth in cui vive Severian, dato che c'è una guerra in corso da qualche parte a nord - è governata dalla figura semidivina dell'Autarca. Severian viene inviato a Thrax, la Città Senza Finestre, per svolgere il lavoro di littore (cioè boia. Sembra che Wolfe non abbia mai inventato nessuna parola per la sua saga - littore è di facile origine, e in generale quelle che derivano dal greco e dal latino sono di immediata comprensione, ma altre sono particolarmente ostiche).
Devo dirvi la verità? In fondo l'ho detta su Bartimeus, quindi più in basso di così non posso scendere. Sono rimasto parzialmente deluso dall'Ombra del Torturatore. Il libro ha una scrittura - ma forse è la traduzione, chissà - appena decente, ed è pieno di quella retorica pesante, di quella filosofia da quattro soldi, e di quei dialoghi pomposi che mi urticano. Poi è zeppo di passaggi involontariamente comici: praticamente a metà di ogni capitolo, da quando a Severian è stata regalata la preziosa spada Terminus Est, il torturatore è convinto di averla perduta in qualche modo assurdo, e se ne lamenta; e alla fine di ogni capitolo scopre che l'ha ancora con sé. La perdita e il ritrovamento della spada sono un topos, e Wolfe gioca coi topos come un gatto coi... lasciamo perdere; ma, veramente, lo schema è così ripetitivo che mi vien da ridere. E volete sapere qual è la frase più detta all'interno del romanzo? Be', c'è sempre qualcuno - non importa chi, paesano o persona istruita - che riporta un'assurda credenza popolare e poi aggiunge "ma io non credo sia così" o "ma io non lo credo", lasciando intendere che ci sia sotto qualcosa di più profondo. No, questo sarebbe troppo per chiunque!
Mi son sfogato, quindi ora veniamo alle note positive. Che ci sono, e son parecchie. Il segreto e il mistero (inteso in senso mistico) sono i punti di forza della saga: questo lo sanno tutti. E, circa quando Severian e accompagnatrice entrano nei Giardini Botanici di Nessus, l'interesse per la loro storia cresce sensibilmente e non cala più fino alla fine del romanzo. Ma il punto di svolta è ben oltre la metà del libro, e se non ci fossero stati Gaiman e, come più tardi ho scoperto, la Le Guin a incitarmi, l'avrei abbandonato molto prima.
Forse è un limite mio. Forse, a saga completata, ogni cosa andrà al suo posto, e quelle che a me paiono sciocchezze si scopriranno essere delle perle. In fondo Il Libro del Nuovo Sole, oltre a essere universalmente amato, è stato insignito di non so più quanti Hugo, Nebula, Locus e altri. Forse, come per Dune, questo non è un libro che è stato scritto per me; per come io leggo; e tuttavia è un buon libro.
Comprerò anche il secondo volume della saga, L'Artiglio del Conciliatore. Ormai la storia di Severian mi ha preso, e sono curioso di vedere come finisce; a quali misteri sarà data una soluzione, e quali invece saranno lasciati all'acume (nel mio caso, evidentemente scarso) del lettore.