martedì 21 febbraio 2017

Un mondo da buttare

Siamo sopraffatti dal consumismo [...]. Nell'uomo prevale una mentalità a tal punto nichilista da costringerlo a credere che solo adottando, in maniera metodica e su ampia scala, il principio del consumo e della distruzione degli oggetti si possa arrivare al benessere e all'esercizio della libertà.
Laddove la produzione non tollera interruzioni, le merci hanno assoluta necessità di essere consumate e, se il bisogno non è spontaneo, bisognerà creare le condizioni essenziali perché il bisogno diventi un fatto indispensabile. A ciò assolve la pubblicità, che ha la funzione di assecondare la nostra necessità di distruggere i beni. [...] In una società come la nostra, dove l'identità di ciascuno è sempre più rappresentata dagli oggetti che possiede, gli stessi devono essere sostituiti nel più breve tempo possibile con altri oggetti di migliore qualità, perché questo impone la società stessa. Ed allora il dilagare del sistema di distruzione d'ogni cosa risulta, paradossalmente, quasi la garanzia per il mantenimento della nostra sopravvivenza.

[Fabrizio Ciappi, Prefazione
in Giovanni Mancini, L'intervento sul disagio scolastico in adolescenza]


venerdì 17 febbraio 2017

Meglio tre parole

Quando si scrive, una delle tante regole da tenere a mente - e scrivere è un'arte densa di regole, forse la più densa in epoca moderna - è quella che possiamo definire "della brevità". Scrivere tre parole è meglio che scriverne cinque, quando le tre parole e le cinque hanno lo stesso significato. Ma è davvero così?
Quando l'argomento è venuto fuori, in una delle lezioni di scrittura creativa, ho chiarito alla mia classe che, in quanto regola, doveva però essere usata solo come extrema ratio. Cerco di spiegarmi perché credo che, troppo spesso, il suo significato venga frainteso.

the X-TREME (ratio)
COSA SIGNIFICA 
Non so chi in origine enunciò questa regola. Sospetto che la si possa rintracciare in qualche manuale di atticismo, ma confesso che non ne ho mai letto nessuno*. Oggi comunque fa parte di quel bagaglio di massime sulla scrittura, creativa e non, che accomuna la maggior parte degli autori di professione. Il senso che se ne ricava è che uno scrittore debba essere diretto e preciso il più possibile, quando scrive; che non debba aggravare un testo col peso della propria retorica. L'idea è che, più il mezzo di espressione è complesso, più si rischia di disperdere l'informazione. Sono quindi sconsigliati, anche se non proibiti, i giri di parole, le strizzatine d'occhio e le similari, soprattutto per gli scrittori alle prime armi, che 1) rischiano continuamente di scivolare in un tipo di scrittura opaca (più parole hai a disposizione, più è facile che tu possa intervenire nella storia) e 2) ancora non hanno sviluppato un orecchio per la prosa. Naturalmente, anche per i puristi, questa regola vale al netto di tutte le altre: scrivere "Stefano era triste" piuttosto che descriverne le rimuginazioni e i corrispettivi fisiologici rispetta la regola della brevità, ma potrebbe ignorare quella dello "show, don't tell"... qui entriamo a gamba tesa in un discorso molto lungo, che sarebbe meglio affrontare in uno spazio apposito.
Forse è meglio, per analizzare la regola in dettaglio, studiarne qualche esempio. Ecco, prendiamo un piccolo testo del tipo:
Pensò, con una punta di arrendevolezza, che quando qualcuno inizia a fare qualcosa, allora dovrebbe essere tagliato per fare quella cosa. Pensò che questa era una regola generale, vale a dire valida sempre e per tutti. Pensò che questo significasse avere talento.
Un testo non pessimo (bisognerebbe valutarlo nel suo contesto per dirlo) ma comunque brutto, assolutamente passabile di potatura. Spero non ci siano dubbi su questo. Adesso proviamo ad applicare questa benedetta regola della brevità per ricavarne l'essenziale:
Dobbiamo essere tagliati per quello che facciamo, tutti quanti, pensò.
Una frase condensata di cui potremmo accontentarci. Ma siamo sicuri che non possiamo, veicolando lo stesso significato, ridurla ancora un po'?
Dobbiamo essere tutti tagliati per quello che facciamo.
Et voilà, più di così non si può fare. Voi quale delle tre versioni preferite? Un indizio: Hemingway, che scrisse questa frase ne Le Nevi del Kilimangiaro - uno dei suoi racconti più tardi, quelli che corrispondono alla perfezione della sua maturità -, non preferì la più corta.


Il punto è che, quando si scrive un testo, non è il numero di parole quello che si considera. Ogni frase ha un proprio equilibrio, o una propria armonia, che va a creare l'equilibrio del paragrafo, e poi del capitolo, e infine del romanzo stesso. A volte questo equilibrio necessita di più parole, per essere mantenuto. E parlo da un punto di vista squisitamente formale e non contenutistico. Leggere una frase breve, senza coordinate, con una scelta di vocaboli aspri, avrà un effetto ben diverso dal leggere la stessa frase - la stessa azione descritta, diciamo - ma in un periodo ricco di subordinate e di suoni dolci. Anche mettendo tra parentesi tutto questo (mi si potrebbe obiettare che anche quello, allora, è contenuto), la bellezza di una frase neutra è data dai rapporti tra le parole e i segni di punteggiatura al suo interno. Non credo davvero, in cuor mio, che uno scrittore possa ignorarlo, o anche far finta che non sia vero**.
Se poi si abdica all'idea che la letteratura sia un'arte, o almeno un'arte in potenza, della musicalità della forma uno se ne può anche sbattere le p°°°e. Per carità, liberissimo. Ma io tengo al fatto che, pur mantenendola la più possibile trasparente, la mia scrittura sia ben equilibrata, o armonica, se è più chiaro questo termine. Questo significa che, in corso di rilettura, a volte mi capita non di accorciare una frase, ma di allungarla. Di preferire una versione più lunga. Ad esempio, di allungare la coda di un periodo.
Quando dico che questa regola va usata solo come extrema ratio intendo quindi che, a parità non solo di contenuto ma anche di forma (se, cioè, la frase con cinque parole e la frase con tre parole hanno un effetto indistinguibile sul resto del testo), allora è preferibile la frase con tre parole. Naturalmente, nella prosa narrativa, spesso la forma più breve è anche la più musicale, ma questo è lungi dall'essere una regola generalizzabile, qualcosa di vero sempre. Diciamo che esiste un rapporto di cinque a uno in favore della forma breve: cinque volte in cui è meglio tagliare un po', dalla prima stesura, per ognuna delle volte in cui sarebbe meglio allungare. Ma prendete un testo di trecento pagine e dio-solo-sa-quante frasi: la proporzione rimane la stessa, ma il numero di frasi che peggiorerebbe se esse venissero tagliate diventa altissimo.

LA PRIMA PERSONA
Esistono comunque due casi, nel mondo della scrittura, in cui di questa regola dobbiamo dimenticarci del tutto. Sono i casi in cui la forma è il contenuto.
Consideriamo il discorso diretto - si intendano anche quei particolari momenti della terza persona (interna) in cui ci si sintonizza con la frasepensiero del personaggio-punto di vista - o anche, più semplicemente, la narrazione in prima persona. In entrambi questi casi non bisogna tenere a mente di preferire le tre parole alle cinque parole; bisogna preferire solo quello che direbbe il personaggio. Il che quasi mai soddisfa la regola della brevità (a meno che, ad esempio, il personaggio-P.d.V. non sia uno scrittore in erba). Noi non parliamo né pensiamo in maniera trasparente, e allo stesso modo non parliamo né pensiamo usando il minor numero di parole. E non possiamo sporcare il personaggio per mantenerci nei limiti imposti della nostra scrittura.
Prendiamo ad esempio, stavolta, La vita e le opinioni di Tristram Shandy, Gentiluomo di Laurence Sterne. In questo romanzo in nove volumi sembra valere la regola opposta: se si può dire qualcosa con tre parole, allora è meglio sforzarsi di dirla con cinque. Certo il Tristram Shandy è un'opera parodistica, ma rappresenta una prova importante perché è tanto più piacevole da leggere della maggior parte dei libri scritti da chi rispetta la regola della brevità! E stiamo parlando di Sterne, non di Proust: un livello che, anche se difficile, è perfettamente raggiungibile anche a chi non è stato benedetto dal fattore genio.

INSOMMA
Insomma, non sto dicendo di ignorare la regola della brevità. Anzi, consiglio di tenerla bene a mente, soprattutto se siete alle prime armi. E anche se siete scrittori navigati e vi trovate in dubbio. Ma è una regola in generale molto mitizzata; è un suggerimento, al più. Dovremmo chiederci se quella frase non starebbe meglio con meno parole, e non partire dal presupposto che sia così e agire di conseguenza, come un rullo compressore.

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*L'economia espressiva che raccomandava Calvino coincide solo in parte con la regola della brevità, ed è piuttosto una conseguenza della sua ricerca di rapidità e densità - di cui la brevità, intesa come conteggio di parole, è appena una delle sfaccettature. Lo stesso si può dire, se ricordo bene, del Leopardi dello Zibaldone. Quindi mi rassegno e risalgo fino a una frase di Guglielmo di Ockham, che in origine andava applicata al campo della filosofia naturale e che, purtroppo, col tempo ha strabordato anche in altri campi: frustra fit per plura quod potest fieri per pauciora - vanamente sarà fatto con più cose ciò che può essere fatto con meno.
**Non riesco a immaginare l'incubo di tradurre un buon testo da una lingua straniera. Fortunatamente non tengo lezioni di traduzione. Sarà per questo, credo, che in Italia si usa dire "Traduttore traditore".


(Ringrazio il blog Book and Negative che mi ha dato lo spunto per questo argomento. Leggendolo, non credo che il suo autore sostenga la "tesi forte" della regola, ma che sappia istintivamente quando applicarla e quando no. Del resto lui si occupa di scrittura per lavoro, e probabilmente ne sa molto più di me.)

lunedì 6 febbraio 2017

L'Italian Book Challenge

È partita da poco la seconda edizione dell'Italian Book Challenge, una sfida tra lettori a chi riesce a raggiungere la quota di 100 libri in un anno (o 35, se si sceglie la challenge di primo livello). La sfida è stata introdotta nel nostro bel paese da Serena Casini, della Libreria Volante di Lecco - che salutiamo, nel caso ci stesse seguendo.
Pur sapendo che non è tanto il numero quanto la qualità dei libri il problema, non posso fare a meno di essere contento di questa iniziativa. Noi italiani produciamo una quantità spropositata di libri (circa 66000 titoli solo l'anno scorso), ma meno della metà dei nostri compaesani legge almeno un libro all'anno. Siamo un popolo di scrittori che non leggono.
Nelle mie lezioni di scrittura creativa insisto parecchio sul fatto che, se uno decide di scrivere, prima deve aver letto moltissimo. Ma naturalmente deve leggere anche chi non ha alcuna ambizione autoriale. Bisogna leggere - bisogna! - perché è uno dei pochi metodi, nel nostro mondo occidentale, che ci resta per imparare a pensare liberamente, e a rendere più acuto il nostro pensiero. Gli altri che mi vengono in mente sono il teatro e l'ascolto di persone che ne sanno più di noi, i maestri e i professori, sia all'interno che fuori dalla scuola (ma bisogna saperli riconoscere, questi professori, così come bisogna saper riconoscere i libri buoni da quelli orribili, e per farlo serve aver sviluppato in partenza già un minimo di competenza). Fortunatamente un collega, al corso di Letteratura Italiana, obbliga i suoi studenti a leggere ventidue libri selezionati per anno scolastico.

Lo sfondo di questo blog. Un caso? Io non credo
Se siete interessati a raccogliere la challenge dei libri, questo è il sito ufficiale e questo è il gruppo Facebook della sfida. Ma anche se non decidete di aderire, ricordatevi sempre di LEGGERE, di LEGGERE e di LEGGERE, e soprattutto di PENSARE. Quindi a presto, cari lettori!

mercoledì 1 febbraio 2017

Il colloquio degli uccelli

Il remoto re degli uccelli, il Simurg, lascia cadere nel centro della Cina una piuma splendida. Gli uccelli, stanchi della loro antica anarchia, decidono di intraprenderne la ricerca. Sanno che il nome del loro re vuol dire trenta uccelli; sanno che la sua reggia è nel Kaf, la montagna circolare che circonda la terra. Si lanciano nella quasi infinita avventura; superano sette valli, o mari; il nome del penultimo è Vertigine; l'ultimo si chiama Annichilamento. Molti dei pellegrini disertano; altri periscono. Trenta, purificati dalle fatiche durate, giungono alla montagna del Simurg. La contemplano alfine: s'accorgono che essi stessi sono il Simurg, e che il Simurg è ciascuno di essi.

(Riassunto del Mantiq al-Tayr di Farin ad-din Attar)
Jorge Luis Borges, L'accostamento ad Almotasim