lunedì 11 dicembre 2017

Guido da Montefeltro e l'impasse comunicativo

Da poco la pagina Facebook di Psicologia e Scrittura (iscrivetevi se ancora non lo avete fatto!) ha superato i 1300 like. Che è un traguardo. Quindi, per festeggiare, ho pensato di scrivere qualcosa di appropriato. Milletrecento, vediamo... la data in cui Dante compì il suo viaggio ultraterreno. Allora parliamo di Dante. Non di Dante in generale, bensì di un passo della Commedia che merita di essere trattato dal punto di vista psicologico (vien da dire tutti: ma ricordo che c'è una differenza tra psicologia in narrazione e psicologia come scienza). Parliamo di Guido da Montefeltro!

[Franco Cosimo Panini Editore]
Quel povero Guido da Montefeltro che, dopo una vita di peccati come statista e stratega, vistosi "giunto in quella parte di sua etade ove ciascun dovrebbe calar le vele e raccoglier le sarte", si fa francescano, e poi si lascia ingannare da Bonifacio VIII, radice e anche fusto dei mali d'Italia, e si danna l'anima come politico fraudolento, epperciò finisce nell'ottava bolgia dell'ottavo cerchio dell'Inferno dov'è il suo posto. Non viene anche a voi da pregare, verso la fine del XXVII dell'Inferno, che San Francesco, giunto a raccogliere l'anima del suo sventurato servitore, riesca a strapparla dalle grinfie di "un d'i neri cherubini" che invece la vuol per sé, per darle fuoco in allegria in Malebolge?

Ripassiamo quel che è successo, a uso di chi - non c'è nulla di male - non ricordasse la lezione dalla scuola. Guido da Montefeltro, un tempo abile stratega e ora pio francescano - perlomeno a leggere Dante -, viene convocato da Bonifacio VIII, che proprio in quel periodo sta conducendo a Roma una guerra contro la potente famiglia dei Colonna, per ripicca che non gli aveva riconosciuta valida l'elezione*, e che si era asserragliata nel palazzo fortificato di Palestrina. Guido all'inizio è riottoso: non vuole peccare, aiutando il Papa a vincere con l'inganno contro dei buoni cristiani; ma dai e dai il Papa lo convince, offrendogli in anticipo l'assoluzione per il consiglio. Val la pena riportare le terzine del suo discorso:
[Bonifacio] poi ridisse: "Tuo cuor non sospetti;
finor t'assolvo, e tu m'insegna fare
sì come Penestrino in terra getti.
Lo ciel poss'io serrare e diserrare,
come tu sai; però son due le chiavi
che'l mio antecessor non ebbe care".
Allor mi pinser li argomenti gravi
là 've 'l tacer mi fu avviso 'l peggio.
Silvia Longhi, in un bel saggio che si intitola Reticenza, retorica astuta e retorica perversa tra le Malebolge e il Cocito**, definisce questa situazione, in cui si ritrova sfortuna sua Guido, di "doppio legame", senza però approfondirla come forse avrebbe meritato. Dice la Longhi che il doppio legame è
[...] un'illusione alternativa, perché qualunque scelta faccia il frate al bivio (ubbidire o disubbidire all'autorità del papa) sarà male.
Giusto, anzi giustissimo. Ma noi per ora chiediamoci schematicamente cosa sia il doppio legame.

La teoria del doppio legame ha una storia sua propria. Il costrutto fu formulato da Gregory Bateson, uno di quegli eroi che hanno formato il Gruppo di Palo Alto e che hanno rivoluzionato le nostre idee sulla comunicazione. Una situazione di doppio legame si ha quando, tra due interlocutori legati da una relazione affettiva importante, capita un'incongruenza tra messaggio veicolato dalla comunicazione verbale e messaggio veicolato dalla comunicazione non-verbale. L'esempio di Bateson - storico - è un bambino che cerca di abbracciare sua madre; la madre, avendolo visto, si irrigidisce tutta; il bambino si ritrae; al che la mamma lo riprende: "Non devi aver timore ad esprimere i tuoi sentimenti".
Bateson suppone che la presenza di doppi legami sia quantitativamente rilevante nelle situazioni schizofrenogene; e, sebbene il ruolo di questa comunicazione disorganizzata sia stato ridimensionato nel corso degli anni, la sua validità come costrutto è ancora forte.

Gregory Bateson
Non in una condizione psicologica di doppio legame si trova quindi Guido da Montefeltro, e perché con Bonifacio VIII, naturalmente, non ha un rapporto affettivo né molto né punto importante, e perché la comunicazione verbale e quella non-verbale di Bonifacio son tutt'uno. L'incongruenza sta tra la comunicazione del Papa e la rappresentanza del Papa, cioè la Chiesa, che non permette di essere perdonati per un peccato senza aver prima pentimento,
né pentere e volere insieme puossi
per la contradizion che nol consente.
Naturalmente la Longhi ha solo trasposto questo concetto nelle pagine della Commedia. Non ha voluto tenere una lezione di comunicazione. Il suo contributo in proposito rimane illuminante e non lo si sta criticando. Va anzi considerato che l'esito, per Guido da Montefeltro, è un totale crollo in uno stato mentale disorganizzato (certo rappresentato con immagini esteriori da Dante): non solo prima viene portato all'Inferno da un diavolo loico (logico), ma una volta all'Inferno le incongruenze non fanno che perseguitarlo, le situazioni si sfasciano, e Guido non è più in grado di ricomporle per ottenere un'analisi corretta della realtà. Dante che se ne va a spasso per Malebolge, ad esempio, crede Guido, dev'essere un dannato; altrimenti mai gli rivelerebbe la propria storia. Sembra quindi davvero che il doppio legame, quale che sia la sua forma, abbia come conseguenza uno stato schizofrenico: per Bateson riguarda la mente, e per Dante l'anima dei dannati!



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*Il 10 maggio 1297 i cardinali Iacopo e Pietro Colonna sottoscrissero, insieme a un gruppo di spirituali tra cui Iacopone da Todi, il manifesto di Lunghezza, il cui argomento era per l'appunto la negazione dell'elezione papale.
**Il saggio è disponibile in Letteratura e filologia tra Svizzera e Italia: Studi in onore di Gugliemo Corni - I. La Commedia e altro.

lunedì 4 dicembre 2017

Dove trovare Jack Hurt - La Prima stagione completa (libro gratis)

La copertina di Jack Hurt ecc.
A prescindere dal titolo generico, che serve come punto di riferimento a chi cercasse informazioni, a distanza di una settimana e qualche giorno facciamo il punto della situazione riguardo Jack Hurt - La prima stagione completa, l'eBook scritto da me e da altri quattro autori di cui si parlava qui, e distribuito gratuitamente perché siamo parecchio magnanimi.
Finora Jack Hurt è stato scaricato da 181 persone. Non male, per una prima produzione. Cioè, almeno credo. E sì, so che il picco di download, in questa società dell'amnesia, è proprio nella prima settimana di pubblicazione. Quindi sta a noi pompare ancora e ancora il titolo. Qui è in gioco la seconda stagione, cosa credete?
Parlo anche con te, che fai finta di niente: hai già scaricato Jack Hurt - La prima stagione completa, la raccolta di sedici racconti sull'investigatore dell'occulto omonimo? Noo? Bene, allora cosa aspetti?

Ora, tra l'altro, l'eBook è disponibile anche sul Kindle Store di Amazon. Con questo non ci sono proprio più scuse. Mannaggia a te.
Riporto, per completezza, l'elenco aggiornato dei principali portali in cui è disponibile GRATUITAMENTE Jack Hurt - La prima stagione completa:

  • amazon.it (new entry, vi permette di scaricare il libro sul vostro Kindle o su un dispositivo compatibile);
  • google book store (per leggerlo direttamente da internet, o per scaricarlo in formato epub e pdf);
  • kobostore (se avete, come me, un eReader Kobo, qui potete acquistare gratuitamente il libro e poi sincronizzarlo sul vostro dispositivo);
  • streetlib (nel dubbio, da qui potete scaricare Jack Hurt in formato epub, pdf o mobi. Quello che preferite insomma. Liberamente).

Il codice ISBN del libro è 9788827518847, nel caso poi voleste cercarlo direttamente su google.


Finisco in bellezza l'articolo con la prima recensione di Jack Hurt in formato ebook. Si tratta di una recensione di una utente Amazon - e giuro che non è nessuno di noi -, a cui vanno di diritto tanti cuoricini:
VOTO: 5/5
Non so se devo complimentarmi con tutti gli autori o se devo invece maledirli... Ho letteralmente divorato il libro: finito un episodio dovevo per forza leggerne un altro, troppo grande la curiosità di sapere in quale altro guaio si sarebbe cacciato Jack e ansiosa di carpire qualche nuovo dettaglio sul meraviglioso mondo che gli autori hanno creato. Scrittura precisa, essenziale, chiara e mai prolissa. Il libro ha la struttura di un telefilm, ogni episodio é proprio come una puntata: dai dettagli, episodio dopo episodio, arrivi ad entrare nel mondo di Jack, a vederlo coi tuoi occhi... Al terzo episodio ero già innamorata di lui, un perfetto eroe decadente! Ho apprezzato molto anche l'idea di inserire ogni tanto gli editoriali con i commenti degli autori: come lettrice mi ha resa partecipe dei "mondi personali" dai quali è scaturito Jack... Grazie per averlo condiviso!! Aspetto fiduciosa con ansia nuovi episodi!!!

E io invece aspetto con ansia le vostre recensioni, Veri Credenti. Dove volete: qui, nei negozi online, anche sul gruppo Facebook del blog, purché vi facciate sentire. A presto!

giovedì 30 novembre 2017

Cori da "La Rocca", Il cristianesimo così com'è, La Bibba al rogo

Ecco, a distanza di molti mesi, il nuovo appuntamento con Vivere (d)i libri, la rubrica che si occupa di recensioni-lampo. Da un po' di tempo a questa parte Vivere (d)i libri ha assunto una qualità, come posso dirlo, tematica: negli ultimi appuntamenti abbiamo parlato rispettivamente di libri che vorrei possedere, di fumetti e di libri fantasy. Oggi parliamo, ricollegandoci a quello che si era detto a queste coordinate, e forti del mio rinascente interesse per la religione cristiana, di libri sulla cristianità. Sperando che i nostri lettori più liberali non storcano il naso.

CORI DA "LA ROCCA"
di Thomas Stearns Eliot
Eliot è uno dei miei poeti preferiti. Nobel per la letteratura, è stato critico letterario di riconosciuta abilità, teorico della letteratura e portavoce ufficioso della cristianità ortodossa in Inghilterra. L'opera La Rocca fu scritta su commissione e rappresentata nel 1934 allo scopo di raccogliere fondi per costruire, guarda un po', una nuova parrocchia in quel di Londra. Questa occasione, a metà tra l'architettonico e il sociale, per Eliot è diventata motivo di una profonda riflessione sulla Chiesa e sul suo ruolo nella società moderna.
Come opera a sé, i Cori sono sempre stati lasciati in ombra dall'apparato critico. Eppure contengono alcune delle composizioni più ispirate di Eliot, e come una summa dei suoi lavori precedenti, dai canti di Prufrock ai Quattro Quartetti passando anche per la Terra Desolata. Con una qualità in più difficile da definire: una solidità, un'onestà e in qualche modo un orizzonte storico che a queste opere mancavano.


IL CRISTIANESIMO COSÌ COM'È
di Clive Staples Lewis
Fate attenzione a quello che desiderate. In questo articolo mi ero augurato di poter leggere le conferenze di Lewis sul cristianesimo, e un mese fa ho recuperato un volumetto che contiene una serie di interventi radiofonici di Lewis, rivisti e aggiornati, proprio su questo argomento. La delusione è stata totale.
Nelle pagine di Il cristianesimo così com'è Lewis sembra abdicare a tutta l'intelligenza che, sono certo, nella vita di tutti i giorni doveva aver posseduto in abbondanza. I concetti affrontati sono elementari - il che c'era da aspettarselo, essendo un libro pensato per persuadere le persone a diventare cristiane, non un trattato di teologia - e fa un uso spropositato dell'analogia come strumento di dimostrazione. I suoi ragionamenti sono talmente tendenziosi che, invece di convincermi a convertirmi, mi hanno fatto ricordare perché sono diventato ateo in primo luogo. Il libro, per di più, è stato pensato e pubblicato negli anni '40, e soffre di tutta una serie di anacronismi morali (che, purtroppo, per molti non sono ancora anacronismi): ad esempio, un capitolo tratta dei motivi per cui, in un matrimonio, la donna debba essere sottomessa al marito; un altro dei motivi per cui un vero cristiano possa condannare a morte altri esseri umani senza avere rimorsi di coscienza. Qui e là ci sono sì dei concetti interessanti, persino commoventi, ma in tutta sincerità non consiglierei a nessuno di spenderci dei soldi.


LA BIBBIA AL ROGO
di Gigliola Fragnito
Concludiamo con un'opera che non è metafisica ma storica. La Bibbia al rogo affronta il problema delle traduzioni in lingua volgare della Bibbia in un periodo che va dal Concilio di Trento agli anni successivi alla pubblicazione dell'indice clementino, con particolare riguardo all'evoluzione ideologica che assomma, nella cultura ecclesiastica della Controriforma, la Bibbia ai libri eretici.
Il saggio è preciso nella sua esposizione e, nonostante l'argomento molto tecnico, davvero piacevole quando lo si legge. La storia delle progressive proibizioni della Bibbia diventa, da un lato, la storia di una lotta di potere all'interno della Chiesa tra chi propugnava atteggiamenti più liberali e chi più severi, tra Congregazione dell'Indice e Congregazione del Sant'Ufficio e Papato stesso, e, dall'altro, la testimonianza di una fede genuina che si nutriva dalla lettura diretta della Scrittura, e che col tempo è stata soffocata dalle paure di un cattolicesimo che ormai si era vista negare l'unicità del suo dominio sull'occidente. Credevo che avrei dovuto affrontare una lettura ostica, e invece non riuscivo a smettere di girare pagina. Ottimo!


Stavolta Vivere (d)i libri è stato particolarmente breve. Mi scuso, cari lettori, se vi trascuro, e mi scuso anche nel caso questo articolo sia leggermente più scadente del solito: è un periodo che ho l'influenza e non riesco a connettere bene. Spero mi passi presto, così possiamo tornare a parlare meglio che si può di Psicologia e di Scrittura!

giovedì 23 novembre 2017

Jack Hurt - La prima stagione completa (eBook gratuito!)


Premessa, prima di tutto. Alcuni anni fa, nell'ormai lontanissimo 2013, io e un gruppo di scrittori wannabe decidemmo di iniziare un... non chiamiamolo romanzo a puntate, ché sarebbe sbagliato, ma una serie di racconti strutturati a mo' di telefilm. I telefilm di una volta, con una forte presenza di trame verticali negli episodi e appena un accenno di trama orizzontale; quel tipo di telefilm insomma di cui non si occupa più nessuno, ma che ha accompagnato la nostra infanzia e anche la nostra adolescenza e che io mi porto sempre nel cuore. Così, per farla breve, nacque il progetto Jack Hurt, col suo blog dedicato.

Uno dei bellissimi tarocchi creati apposta per Jack dalla nostra collaboratrice Sofia  Buratti

Jack è un mago e un investigatore dell'occulto. Tutta la serie si configura come una lunga lettera d'amore ai telefilm e ai fumetti che adoravo quando ero ragazzo, e di cui avremo modo di parlare in seguito. Ma, a causa delle scarse visualizzazioni registrate nel blog (che è ancora online, e che potete trovare digitando jackhurt.blogspot.it), il progetto morì dopo appena sedici racconti, la cosiddetta "Prima stagione di Jack Hurt". Qui arriva la notizia.
Da oggi i sedici racconti sono disponibili gratis negli store online, raccolti e in formato .mobi, .epub e .pdf., da leggere comodamente sui vostri eReader. Aspettano solo che voi li scarichiate. Ve li ho presentati nella loro nudità, senza ritocchi posticci: cambiarli avrebbe forse significato tradire le persone che, all'epoca, li avevano scritti.

La copertina di Jack Hurt - La prima stagione completa
Insieme ai racconti veri e propri, al libro ho aggiunto gli editoriali del blog, quei momenti che ci prendevamo per commentare il nostro lavoro, e attraverso cui scoprirete tutti i dietro le quinte del progetto, dalla nascita delle idee alle tensioni interne. Gli editoriali hanno un valore storico, per così dire, e onestamente non riesco a immaginarmi Jack Hurt senza di loro. Sono diventati parte integrante della serie.
Scrivere racconti a dieci mani è la cosa più simile al suonare in una band che un autore possa provare, con tutto quello che ne consegue. Quando iniziai a lavorare a Jack avevo in mente uno stile asciutto, parodistico dell'hard-boiled; poi venne Marco, il secondo scrittore, col suo stile favolistico; e poi Riccardo, maestro dell'agghiacciante, e infine Sara e Federico, che dettero il loro prezioso contributo alla serie. Jack Hurt divenne molto diverso da quella che era la mia idea originale; ma divenne, lo capivo già allora, qualcosa di migliore. Credo che sarete d'accordo con me quando lo leggerete.
Fermiamoci qui, tanto il resto lo troverete negli editoriali. Concludo dicendo che spero che questo libro, così atipico nella sua natura, possa piacervi e spingervi a chiedere quella seconda stagione di Jack che ormai sono quattro anni che noi poveri autori continuiamo a rimandare.


Le coordinate, adesso:
  • potete leggere l'eBook, GRATUITAMENTE, su GOOGLE BOOK STORE;
  • oppure scaricarlo sulla vostra libreria e poi sincronizzarlo col vostro dispositivo Kobo su KOBOSTORE;
  • oppure, se avete un altro dispositivo eReader, andate su STREETLIB e scegliete se volete scaricarlo in formato .epub, .pdf o .mobi (compatibile con Kindle) - naturalmente sempre tutto gratis;
  • oppure su Amazon, sezione KINDLE STORE, così potete proprio stare tranquilli;
e, alla fine, LEGGETELO.

giovedì 16 novembre 2017

Questo è il mio BASTONE DI TUONO (2017)


L'ho sempre desiderato. Davvero. Almeno, l'ho sempre desiderato da quando ho scoperto che esiste. Parlo naturalmente del premio col nome più bello della blogosfera, la statuetta inventata da Germano "Hell" Greco sul suo blog Book and Negative, l'immarcescibile BOOMSTICK AWARD (scritto tutto maiuscolo per far sentire la viuleensa).


Non ci sono regole per meritarsi il Boomstick, quindi non la faccio lunga: basta avere un blog "cazzuto". E a quanto pare Psicologia e scrittura lo è.
Ringrazio la sempre ottima Kara Lafayette per l'assegnazione del premio e vi invito a visitare il suo blog, che tra pause e riprese rimane tra i più interessanti della blogosfera italiana (personalmente lo apro tutti i giorni per vedere se ha pubblicato qualcosa di nuovo, che è sempre un piacere).

Ora, in quanto vincitore sarebbe mio diritto nominare altri sette blog per il Boomstick: non uno di più e non uno di meno. Sette come i giorni della settimana, gli Spiriti Celesti cinesi, le correnti del Rig-Veda e gli apostoli di Gesù se ne eliminassimo cinque, magari quelli meno simpatici. Il che potrei benissimo fare (nominare i blog, non eliminare gli apostoli); non fosse che, frequentando le stesse coordinate internettiche di Hell e Kara, quasi tutti quelli che ho in mente sono già stati premiati, e ne rimarrebbe soltanto uno fuori dalla lista, ringrazio e rinuncio a questo mio diritto (del resto, per usare le parole di Hell, "Questo è il Boomstick, ca**o, non un premio per signorine. Viene assegnato solo quando serve").

Allora ciao, Veri Credenti. E ricordatevi che, se avete un premio che vi cresce, io sono sempre ben disposto a riceverlo. Sarà che da piccolo non sono stato allattato al seno. Face front!

...

PS: Kara si chiedeva se e quando potrà finalmente leggere il mio romanzo. Le rispondo qui: per il romanzo c'è ancora da aspettare, ma tranquilli che sotto Natale una sorpresa ve la faccio.

lunedì 6 novembre 2017

Due libri da premio Nobel

Proprio ieri, mentre pensavo all'articolo da scrivere sul noto, notissimo falsario duecentesco Severo Arconzio (che quindi slitta, ahimè, a data da destinarsi), mi è capitato di leggere su Tuttolibri un'intervista a Eric R. Kandel. Ho quindi deciso di trasformare questo post in una segnalazione di due suoi libri che, più che consigliarvi di leggere, vi avviso che ho io intenzione di recuperare as soon as possible. A parte questo, visto che questo blog si occupa principalmente di arte e psicologia credo che possano interessare anche a voi, che ne siete i lettori. Il primo è l'ormai classico L'età dell'inconscio, l'altro il più recente Arte e neuroscienze.


L'ETÀ DELL'INCONSCIO - Eric Kandel

DESCRIZIONE: Il premio Nobel Eric Kandel usa le sue doti di divulgatore per portarci nella Vienna del Novecento, dove le figure più eminenti della scienza e dell'arte diedero l'avvio a una rivoluzione che avrebbe cambiato per sempre il modo di considerare la mente umana. Nei salotti viennesi dell'epoca si discutevano idee che avrebbero segnato una svolta nella psicologia, nella neurobiologia, nella letteratura e nell'arte. Tali idee portarono a progressi che esercitano ancora oggi la loro influenza. Sigmund Freud sconvolse il mondo mostrando come l'aggressività e i desideri erotici inconsci si esprimano simbolicamente nei sogni e nel comportamento. Arthur Schnitzler rivelò la sessualità inconscia delle donne con l'innovativo ricorso al monologo interiore. Gustav Klimt, Oskar Kokoschka e Egon Schiele diedero vita a opere di grande evocatività che esprimevano il piacere, il desiderio, l'angoscia e la paura. "L'età dell'inconscio" aiuta a capire i meccanismi cerebrali che rendono possibile la creatività nell'arte e nella scienza, aprendo una nuova dimensione nella storia intellettuale.
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ARTE E NEUROSCIENZE - Eric Kandel

DESCRIZIONE: Arte e scienza possono trovare un terreno comune? In questo nuovo libro, il premio Nobel Eric Kandel sostiene che la scienza può plasmare il nostro modo di assaporare le opere d'arte e aiutarci a comprenderne il significato. Il riduzionismo, che mira a riportare i concetti scientifici o estetici complessi a componenti più semplici, è stato usato dagli artisti moderni per distillare il loro mondo soggettivo in colore, forma e luce. In particolare, ha guidato la transizione dall'arte figurativa alle prime manifestazioni dell'arte astratta, di cui si vede il riflesso nelle opere di Monet, Kandinsky e Mondrian. Kandel spiega come nel dopoguerra Pollock, de Kooning e Rothko abbiano utilizzato un approccio riduzionista per arrivare al loro espressionismo astratto e come Warhol e altri, partendo dai risultati della "scuola di New York", abbiano reimmaginato l'arte figurativa e minimale. Arricchito da esplicativi disegni del cervello e illustrato da riproduzioni a colori dei capolavori dell'arte moderna, questo libro mette in evidenza i punti di contatto fra scienza e arte e il modo in cui esse si illuminano a vicenda.


lunedì 30 ottobre 2017

Grandezza di Dante nell'immaginario collettivo

Qualche anno fa (sette per l'esattezza, quando avevo vent'anni e il mondo era giovane) scrissi queste brontolose considerazioni letterarie, paragonando il nostro Dante Alighieri all'inglese John Milton, l'autore - ma già lo sapete - del Paradiso Perduto:
Milton aveva vergato, su un foglio, i vari argomenti da cui avrebbe potuto trarre un poema, e infine si era deciso per la cacciata dal Paradiso, considerandolo forse il più patetico e universale di tutti. E proprio qui, credo, sta la differenza tra i poeti: Milton ha dovuto elaborare i suoi versi su un canovaccio preesistente, grandioso e ampiamente conosciuto; Dante invece su uno nuovo (seppure ispirato a certi precedenti viaggi nell'oltretomba: ricordiamo Ulisse, che non poté leggere direttamente, Enea, Beda il Venerabile*...). Il personaggio Dante, al contrario del personaggio Lucifero, insomma, è creato ex novo: la sua grandezza (una delle sue grandezze) sta nel fatto che la storia di Dante, oggi, non ci sembra meno reale di quella di Milton.

Con reale intendevo qualcosa di diverso dal dato di realtà, ma credo che mi abbiate capito tutti.

Sapete una cosa? Avevo perfettamente ragione. Dante ha contribuito a formare la nostra mentalità, e la mentalità del mondo intero, a un livello che, dopo di lui, forse solo Freud, con le sue topiche, le sue nevrosi e il suo Edipo, è riuscito a eguagliare.
Dante fu insuperato come poeta (sfido chiunque a trovare qualcosa di più bello della Commedia: personalmente mi sembra che possano reggere il confronto solo alcuni passi di Whitman), cosmopolita come intellettuale, e fondò una tradizione linguistica che servì a unificare la sua terra (perciò il suo valore non è secondo, anche se si tratta di percorsi linguistici sostanzialmente diversi, a quello di uno Shakespeare). Eppure tutte queste cose passano in secondo piano quando pensiamo alla sua capacità di scolpire la nostra mente. La "nostra" nel senso di "razza umana", ben al di là del mondo occidentale. Chaucer subì l'influenza di Dante, la traduzione della Commedia da parte di Longfellow è una pietra miliare nella storia della letteratura americana, e persino oggi, in Giappone, le rappresentazioni popolari dell'inferno cristiano si rifanno alla suddivisione di Dante. I gironi, il contrappasso, Paolo e Francesca, il Conte Ugolino, il Lucifero tripartito, il primum mobile non sono forse invenzioni dantesche, ma sono entrate nella nostra mente, e quasi ereditate per virtù propria da una generazione all'altra grazie all'abilità di Dante.


Un esempio molto piccolo varrà forse più di tutti questi grandi. Pensiamo invece a un Pier delle Vigne. Ci verrà in mente l'immagine di un uomo sostanzialmente giusto, ingiustamente accusato, che decide di togliersi la vita perché non può sopravvivere alla propria ignominia, alla caduta in disgrazia. Ma questa è l'immagine che ne ha Dante. Storicamente, anzi, gli studi di settore riconoscono che Pier delle Vigne fu veramente un uomo corrotto. Forse Dante scrisse il canto dei suicidi in buona fede, o forse volle esagerare l'innocenza del suo personaggio, vedendo in Pier delle Vigne un'ombra, un simbolo del proprio stesso destino, e quindi per rinforzare l'immagine della propria innocenza**; ma il fatto resta. La verità storica  - questo si può dire anche di Shakespeare, quando si pensa che storicamente Macbeth fu un re mite, e di tanti altri grandi autori - vale per noi meno della parola di Dante. A dire il vero, quando si pensa alla struttura dell'Inferno, l'intera teologia cristiana vale un po' meno dell'interpretazione che ne dà Dante. E questo vale a tutti i livelli: non occorre aver studiato la Commedia per immaginarsi l'Inferno diviso in gironi. Non so a voi, ma a me, che sono scrittore wannabe e appassionato di letteratura, questa cosa lascia senza fiato.


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* Naturalmente gli antecedenti al viaggio di Dante sono molto più numerosi di quelli che mi vennero in mente a vent'anni: aggiungiamoci pure Il Libro della Scala, Il Libro delle Tre Scritture... Il senso della contrapposizione, comunque, mi sembra che rimanga invariato. Nessuno di questi viaggi mistici sarebbe ricordato da qualcuno, al di là dei circoli accademici, se non grazie a Dante, e all'influsso che essi ebbero su Dante.
** L'impressione, che ebbi la prima volta che lessi il canto XIII, è sostenuto dalle tesi di Leonardo Olschki.

lunedì 23 ottobre 2017

La donna prodigio


Ogni volta che guardo un cinecomic mi preparo a una nuova, cocente delusione. Alcuni cinefumetti sono buoni, anzi molto buoni, lo so: i primi due Superman, i Batman di Burton, gli Spider-Man di Raimi, Il Cavaliere Oscuro di Nolan, il primo The Avengers firmato Whedon e l'Ant-Man di, possiamo dirlo? sbagliamo? Wright. Persino l'ultimo Spider-Man: Homecoming non era per niente male. Sono questi esempi di qualità di cosa possa essere il cinefumetto, a metterci un po' di cervello, un po' di mestiere e un po' di passione. Ma non posso negare che la maggior parte dei cinefumetti anneghi nella propria stessa melma.
Qualche giorno fa ho visto Wonder Woman. Non sono riuscito ad andare al cinema, quindi ho aspettato che le edicole si riempissero del DVD. E Wonder Woman mi è piaciuto. È  un film con dei cattivi da operetta, con piani malvagissimi ma senza particolari motivazioni, pieno di cliché (ma davvero tanti), di parentesi comiche pochissimo riuscite, e di colpi di scena telefonati. Ma è anche un film che, nei suoi momenti migliori, attraverso gli occhi innocenti di Diana di Themyscira, Principessa Guerriera delle Amazzoni, riesce a mostrarci con sincerità quel qualcosa che è al centro della figura originale del supereroe, più in Superman che in Wonder Woman, ma che i film di Superman di Snyder avevano del tutto mancato di rappresentare: la compassione per l'essere umano.


Diana non ci deve niente. Parlo di noi umanità. Diana fa parte di una civiltà chiusa e autosufficiente, una civiltà perfettamente felice. Ma una volta che le vengono mostrate le tragedie del mondo lei, una dèa, non può rimanere indifferente. Per giustizia, per senso del dovere, e sopratutto per la compassione che noi le suscitiamo - un sentimento che non ci sminuisce, cristianamente, ma che nobilita lei - combatte le nostre battaglie per salvarci.
Wonder Woman non è un film perfetto. Ma in certi momenti, come quando Diana decide di uscire dalla trincea e andare a liberare il villaggio dietro le linee nemiche tedesche, sia per l'ottima regia, sia per la bravura di Gal Gadot interprete, sia per il background creato fino a quel momento, sembra davvero di capire cosa significhi essere un semplice uomo, un mortale, e trovarsi d  fianco a un supereroe... di fianco a Wonder Woman.

martedì 17 ottobre 2017

Manifesto della psicoantropologia...

... o all'antropopsicologia?
Ebbi modo, qualche tempo fa, di scrivere sul blog a proposito della psicologia e dell'antropologia:
Se dovessi distinguere il campo d'indagine di queste due discipline, purtroppo studiate separatamente, direi che se l'antropologia studia cosa sia l'umanità, allora la psicologia studia cosa sia l'uomo.
Ecco, voglio seguire questo mio pensiero. La psicologia si occupa di studiare l'individuo, o le relazioni affettive o sociali instauratesi tra gli individui*; l'antropologia (quella che qui io intendo per "antropologia" non è, limitatamente, l'antropologia di stampo medico. Piuttosto sono le scienze demo-etno-antropologiche) si occupa dei gruppi di individui in quanto manifestazioni - la definizione è coraggiosa, e temo debole - dell'umanità. Ho già detto che brutta abitudine sia studiare indipendentemente queste discipline, quando esse sono invece così legate, come di certo chiunque può rendersi conto.
La divisione non è e comunque non poteva essere assoluta, per fortuna. Ricordo ad esempio di aver studiato il lavoro di antropologi sia durante l'esame di Filosofia della Mente, Logica e Lingue Naturali, sia durante l'esame di Psicologia Sociale (e l'Adolescenza in Samoa, di Margaret Mead, rimane uno dei miei libri di testo preferiti del percorso triennale). Tuttavia esami di antropologia vera e propria non li ho mai sostenuti, e sospetto che, allo stesso modo, in un Corso di Laurea in Antropologia non siano contemplati esami di psicologia. Lo stesso si può dire della sociologia, se vogliamo, una disciplina che ha avuto origine nel Settecento, e che quindi può vantare origini più antiche della psicologia moderna (la psicologia è una scienza bambina: la sua nascita si fa tradizionalmente coincidere con la fondazione, da parte di Wundt, di un laboratorio di psicologia sperimentale a Lipsia in quel fatidico 1879), ma che è fin troppo spesso tenuta ai margini del percorso accademico di uno studente di psicologia o di antropologia. Esistono sì degli esami in questa disciplina, ma solitamente non più di uno per Corso di Laurea.
Il problema di questa divisione innaturale - naturalmente - ha radici profonde in tutte e tre le discipline. Io intanto posso parlare per la mia. È noto che Freud, che per quanto possa sembrare strano, visto da fuori, fu senz'altro figlio di quel positivismo ottocentesco che vedeva nell'individualismo la strada da percorrere per la realizzazione dell'uomo e del potenziale umano, divise concettualmente individuo e società, e fondò gran parte della sua opera mettendo, abbastanza poco sorprendentemente, queste due istanze in contrapposizione. L'ho detta in breve, e priva di qualunque sfumatura: ma questo, stringi stringi, è un concetto radicato all'interno di tutto il pensiero psicologico.
Questa idea è assurda, e mi affido alle parole di Edward Carr (Sei lezioni sulla storia) per dimostrarlo:
C'è chi distingue la psicologia, scienza dell'individuo, dalla sociologia, scienza della società, e si è definito "psicologismo" la concezione secondo cui tutti i problemi sociali sarebbero riconducibili, in definitiva, all'analisi del comportamento individuale. Ma lo psicologo che evitasse di studiare il contesto sociale [e, aggiungo io, antropologico] in cui l'individuo vive, non potrebbe andare molto lontano.

Lo scisma tra psicologia e antropologia (e sociologia, sebbene questa venga più frequentemente assorbita nel corso di studi) viene in qualche modo risanato all'arrivo, se mai ci si arriva, delle scuole di specializzazione in psicoterapia. Alcune, come il Centro Studi Sagara, mi pare facciano dell'incontro tra queste due discipline uno dei cuori del proprio programma didattico e umano. Ma la scuola di psicoterapia è già uno step tardo. In futuro, e lo dico così, dal basso, senza avere credenziali, penso sia necessario una maggiore presenza dell'antropologia in un corso di laurea di psicologia, triennale o magistrale. Anzi, penso sia auspicabile la fondazione di un Corso di Laurea Integrato, che purtroppo sarà complessissimo, che riesca a coniugare i due corsi di Psicologia e di Antropologia in una visione necessariamente comprensiva.



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* Questa definizione basta, come si vedrà, per i fini del mio articolo, anche per designare quelle correnti psicologiche più comprensive come la Scuola Sistemico-Relazionale.

lunedì 9 ottobre 2017

Posso parlare di ciò che non conosco?


La prima regola della scrittura, a detta di tutti, è "parla solo di ciò che conosci"*. Be', non è esattamente la prima, ma di certo è sul podio. Molti scrittori ne derivano la massima di dover parlare in modo esclusivo della propria quotidianità, più o meno romanzata, e di dover scrivere personaggi a loro volta scrittori, o aspiranti tali. In verità la regola ha un significato leggermente più comprensivo: significa che, se finite per parlare di cose che non conoscete, allora dovete fare delle ricerche finché non le conoscete a menadito. Leggete libri, giornali, cercate persone che ne sanno qualcosa e intervistatele. Se scrivete di un pescatore dovete sapere come si pesca, cosa si pesca e possibilmente parlare prima con qualche pescatore di vecchia data. Questo a meno che voi non siate a vostra volta dei pescatori: cosa che, ovviamente, garantisce in modo automatico che queste tre condizioni siano soddisfatte.
Io faccio ricerche. Faccio un sacco di ricerche. Quando pensavo di scrivere un romanzo ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale, ho recuperato una rassegna di giornali del 1940. Solo per entrare nel mood, diciamo, e naturalmente per sapere quali informazioni il regime passasse ai suoi cittadini (un bell'investimento, anche se alla fine non farò quel romanzo). Eppure esistono un'infinità di dettagli che semplicemente non posso sapere, anche con internet a portata di mano. Da qualche parte, in una storia a cui ancora non ho pensato, potrei trovarmi nella situazione di dover descrivere lo stato delle strade - manutenzione, erosione, buche - tra Kilkenny e Thomastown nel 1800. Ecco, forse ci sono alcuni libri che si occupano di ricostruire questi dettagli - esistono libri per ogni cosa -, ma onestamente non saprei dove reperirli. Quindi dovrei iniziare a inventare. Non dimentichiamoci che è questo che fa uno scrittore: inventa. Inventa dettagli. Un esperto di urbanistica irlandese del XIX secolo si accorgerà immediatamente del mio errore, ma uno non può scrivere tenendo a mente tutti i possibili mestieri di questo mondo, e l'opinione delle persone che li svolgono (Eco parlerebbe di "lettore modello", e il lettore modello di ben pochi scrittori è un esperto di urbanistica irlandese di qualunque secolo). Certo sarebbe bello scrivere un libro perfetto, un libro senza errori circostanziali, ma allora ci ridurremmo davvero a scrivere la storia della vita che conduciamo giorno per giorno, perché lì sui dettagli non potremmo nutrire dubbi. Ma non si può scrivere fissando sempre il proprio ombelico, vero?
Eco parlava solo di posti in cui era stato: che fossero Torino, Parigi, Praga, o una nave abbandonata che poteva o non poteva essere ferma vicino alla linea del cambiamento di data. Io d'altra parte (non mi sto paragonando a Eco: solo, lo usavo per illustrare un metodo ossessivo di raccolta di informazioni che non è il mio) ho visitato raramente i posti di cui parlo, perciò tendo a inventare molti dei dettagli secondari. Non me ne preoccupo perché non cerco di scrivere romanzi realisti: a me piace il genere fantastico, e un bravo scrittore di narrativa fantastica riesce a dare solidità a mondi inventati attraverso l'utilizzo di dettagli parimenti inventati.
In ultima analisi, l'unica cosa che importa è che il lettore si convinca che tu abbia scritto qualcosa di vero. Certo, questo risulta decisamente più facile quando scrivi qualcosa di vero (da qui la regola del "parla solo di ciò che conosci"), ma, se sai fare il tuo mestiere, non è impossibile neanche quando scrivi qualcosa di completamente falso. In altre parole: se si può è sempre meglio scrivere qualcosa di giusto; ma dato che questo non è sempre possibile, ogni tanto si deve anche scrivere qualcosa che sia più convincente del giusto.


Altri articoli sulla scrittura (secondo me):
  1. Ma gli italiani sognano pecore realiste?
  2. Svelato il segreto per diventare grandi scrittori
  3. Imparare a scrivere creativamente
  4. Meglio tre parole

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* Naturalmente non esiste un decalogo della scrittura creativa. Quelle che si definiscono "regole" sono in realtà consigli per minimizzare il rischio di scrivere male. Chi li voglia infrangere lo faccia pure; ma a proprio rischio e pericolo, e solo in virtù della propria genialità.

domenica 1 ottobre 2017

Attraverso uno specchio, in un enigma

Di nessuna grande verità lo spirito medievale era tanto convinto quanto delle parole di San Paolo ai Corinzi: Videmus nunc per speculum in aenigmitate, tunc autem facie ad faciem. Il Medioevo non ha mai dimenticato che qualunque cosa sarebbe assurda, se il suo significato si limitasse alla sua funzione immediata e alla sua forma fenomenica, e che tutte le cose si estendono per gran tratto nell'aldilà. Questa idea è familiare anche a noi, come sensazione non formulata, quando ad esempio il rumore della pioggia sulle foglie degli alberi o la luce della lampada sul tavolo, in un'ora tranquilla, ci dà una percezione più profonda della percezione quotidiana, che serve all'attività pratica. Essa può comparire talora nella forma di una oppressione morbosa che ci fa vedere le cose come già impregnate di una minaccia personale o di un mistero che si dovrebbe e non si può conoscere. Più spesso però ci riempirà della certezza tranquilla e confortante che anche la nostra esistenza partecipa a quel senso segreto del mondo.

Johan Huizinga, Autunno del Medioevo.


martedì 26 settembre 2017

Etica e morale a Nazareth

Ogni tanto torno con la memoria ai tempi felici dell'università, che poi tanto felici non erano, e mi capita di pensare a una certa lezione di criminologia a cui partecipai durante il mio quarto anno. Quel giorno il nostro professore - ho avuto la fortuna di studiare con Adolfo Ceretti - ci domandò che cosa pensassimo della pena di morte. La lezione si svolse come un dibattito. La classe era divisa tra studenti di psicologia e giuristi, ma non mi pare che questa divisione corrispondesse a una divisione ideologica, e i pro e i contro si distribuivano equamente tra i due schieramenti. Ora, la discussione procedeva tra alti e bassi, quando un mio collega della Facoltà di Psicologia, contrario alla pena di morte, tirò in ballo il nome di Gesù Cristo. Subito l'aula venne giù per i fischi.


Ciò che in quel momento i miei compagni non sono riusciti a fare è stato scindere l'idea di Gesù da quella di cristianesimo. Ed essendo in Italia, tutti gli studenti tendono a essere abbastanza suscettibili riguardo le ingerenze della Chiesa nel pensiero pubblico (e neanche di questo capisco il motivo). Ma Cristo non fu cristiano. Il cristianesimo venne dopo la morte di Cristo. Questo semplice fatto lo si scopre alle elementari, ma spesso quando si riflette si tende a non tenerne conto. Io sono ateo, e non penso che le parole e il pensiero di Cristo siano meno importanti perché alla fin fine non è il Figlio di Dio. Credo anzi siano rilevantissime, e mi sforzo di farle mie. Altri prima di lui predicarono lo stesso credo d'amore e tolleranza, e pietà e giustizia, ma nessuno come lui ha avuto un'influenza tanto vasta sulla storia mondiale. Faccio anche notare che, se quel mio compagno avesse citato Buddha invece di Gesù, nessuno avrebbe fiatato. Questo perché, forse, noi siamo abituati a pensare a Buddha più come a un pensatore e a un filantropo che non a un mistico. Bene: lo stesso potremmo fare di Gesù. Sembra che i Vangeli non aspettino altro per essere riscoperti. Le parole di Gesù non sono meno belle di quelle di altri filosofi che si sono occupati del problema della morale, ed è così infatti che chi non crede dovrebbe considerarlo: un filosofo preoccupato del problema della morale. Un radicale, che è venuto e sapeva di essere venuto a portare non la pace ma la spada, a dividere il figlio da suo padre, la figlia da sua madre, la nuora da sua suocera (Mt 10,34-35), perché sapeva che abbracciare la giustizia e la misericordia sono atti estremi, e che gli atti estremi non sono fatti di compromessi ma di assoluti. Credeva che il compromesso fosse la tomba dell'etica... sebbene non lo fosse il perdono. Ancora, Gesù è colui che pronunciò (sebbene le fonti siano più antiche di Gesù) il Discorso della Montagna*, forse il più commovente e completo discorso di morale che sia mai stato fatto.


Carl Heinrich Bloch, Il Discorso della Montagna

È già grave che i religiosi vedano ogni cosa attraverso le lenti deformanti della religione; ma è addirittura mostruoso che lo faccia anche chi religioso non è. La mia speranza, per chi come me non crede, è che presto si riesca a prestare orecchio al vero messaggio di Gesù, e si lascino da parte i preconcetti meschini da catechismo svolto al contrario. Philip Pullman ha scritto un romanzo** che, credo, ha proprio questo al centro del suo labirinto: distinguere il Gesù autentico da ciò che la vecchia Chiesa ha saputo trarre da Gesù. 


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*Mt 5-7.
** Il buon Gesù e il cattivo Cristo.

lunedì 18 settembre 2017

Sei un cattivo scrittore se

Si sa: le librerie italiane, che siano fisiche o digitali, hanno ormai gli scaffali pieni di romanzi spazzatura. Per ogni Virginia Woolf dell'Einaudi ci sono dieci, venti Stephanie Meyer della Fazi. Credo che questo semplice fatto sia vero oggi come era vero cinquant'anni fa, ma il self-publishing, le strategie poco lungimiranti delle Case Editrici, e lo spazio che sono riusciti a ritagliarsi autori oggettivamente illeggibili grazie al web, rende la consapevolezza più acuta oggi che in passato. WattPad ha permesso ad aborti letterari come After, My dilemma is you e altri (romanzi al cui confronto la saga di 50 sfumature sembra un Thomas Hardy) di raggiungere il cuore di una legione di praticamente analfabeti, e di fatturare cifre esorbitanti una volta pubblicati da C.E. che, per non fallire, sono giocoforza costrette a curare l'edizione cartacea di volumi che in passato non avrebbero neanche usato per fissare i tavoli traballanti.
A questo punto il modo migliore per impedire altri attentati contro il mondo già agonizzante della letteratura di massa non è puntare sugli editori, o Dio ce ne scampi sul pubblico, ma a una progressiva sensibilizzazione dell'autore.


Posto che, una volta scritto un libro, in un modo o nell'altro sia sempre possibile pubblicarlo, quello che uno scrittore deve fare è chiedersi se il suo libro valga la pena di essere pubblicato. Quindi ecco, per vostra comodità miei carissimi autori wannabe, una lista di venti +1 campanelli d'allarme che dovrebbero farvi capire che il vostro libro merita di essere bruciato prima di finire in mani sbagliate o sotto gli occhi di bambini impressionabili*.
Per farla breve, con ogni probabilità siete dei cattivi scrittori se

  1. Il vostro libro ha una protagonista goffa e bellissima, che però si crede brutta, e si trova a dover scegliere tra due ragazzi che farebbero di tutto per lei, ugualmente bellissimi.
  2. Il vostro libro ha un personaggio che si chiama "Damian".
  3. Il vostro libro è uno Young Adult.
  4. Spendete più tempo a descrivere il comportamento del vostro protagonista davanti a uno smartphone che a farlo interagire con gli altri personaggi.
  5. Il vostro libro è un fantasy ispirato a Il Signore degli Anelli, ma voi di Tolkien avete visto solo i film di Jackson.
  6. Il vostro libro appartiene a un genere letterario di cui avete letto solo un altro romanzo (e.g. è un fantasy, ma di fantasy avete letto esclusivamente Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco. Spoiler alert: non è sufficiente).
  7. Avete scritto un libro basandovi sulle vostre sessioni di D&D con gli amici e non state vivendo negli anni '90.
  8. Il vostro libro è pieno di metafore estranianti, ma voi non sapete cosa sia l'effetto di straniamento e non conoscete neppure i formalisti russi.
  9. La vostra protagonista dice di essere appassionata di letteratura e il suo libro preferito è Orgoglio e Pregiudizio.
  10. La vostra protagonista dice di essere appassionata di letteratura, e per dimostrarlo ritiene che conoscere il secondo nome di Thackeray sia una prova sufficiente.
  11. Per descrivere la vostra protagonista, in un romanzo in prima persona, la fate svegliare e la fate indugiare davanti a uno specchio.
  12. Il vostro protagonista è un vampiro adolescente.
  13. Il vostro protagonista è un angelo caduto (ma in realtà ha fatto solo la cosa giusta).
  14. Il vostro protagonista o la vostra protagonista sa tutto, sa fare tutto benissimo, e riesce a tenere testa/a battere persone con molta più esperienza di lui/lei. Inoltre tratta male tutti, guarda tutti dall'alto in basso, e tuttavia tutti la considerano la persona migliore che esista (in gergo si dice che è un Gary Stu/una Mary Sue).
  15. Credete che scrivere un romanzo "maturo" significhi creare un antieroe interessato solo a sessodenaro&potere, aumentare le morti e moltiplicare fino al limite del parossismo le scene di stupro.
  16. Credete che la scrittura sia una dote naturale, tipo saper piegare la lingua in due.
  17. Il vostro libro si apre con una prolessi (flashforward).
  18. Il vostro protagonista sta per essere ucciso e "prima di morire, non poté fare a meno di pensare a come fosse finito in quella situazione" (il grosso del vostro libro è in effetti composto dal suo ricapitolare gli avvenimenti che lo hanno condotto in quella situazione).
  19. Il vostro protagonista è uno scrittore che soffre di un blocco (spero intestinale).
  20. L'interesse amoroso del protagonista è l'ultima ragazza che non ne ha voluto sapere di voi.
  21. Il vostro protagonista siete voi.


Pensateci bene, amici scrittori. Se vi rivedete in una o più di una di queste affermazioni, ho una brutta notizia per voi. Ma potete sempre ritentare con un secondo romanzo. 


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*La lista è stata compilata dopo un'attenta indagine condotta dallo staff di Psicologia e Scrittura.

martedì 29 agosto 2017

Una poesia che ami


Il Proemio del Waif di Longfellow, nella traduzione di Ettore Bonessio di Terzet:

Il giorno è finito, e il buio
cade dalle ali della Notte
come piuma persa
da Aquila in volo.

Vedo le luci del villaggio
brillare tra pioggia e nebbia,
e un senso di tristezza mi stringe,
e la mia anima non sa più resistere;

un senso di tristezza e nostalgia,
che non è simile al dolore,
solo gli rassomiglia
come fra loro pioggia e nebbia.

Vieni, leggimi qualche poesia,
qualche canzone semplice e sincera,
che plachi la pena del cuore,
e disperda i pensieri del giorno.

Ma lascia i grandi maestri antichi,
e i bardi sublimi,
i cui remoti passi echeggiano
lungo le vie del tempo.

Lasciali, perché, accenti di musica guerriera,
i loro possenti pensieri evocano
la pena del vivere e l'infinito travaglio;
e stanotte io voglio riposare.

Leggimi qualche oscuro poeta,
i cui canti vennero dal cuore,
come pioggia da nube estiva
o lacrime dal ciglio;

qualche poeta che in lunghi giorni di fatica,
in notti senza sollievo,
udì ancora nell'anima la musica
di melodie meravigliose.

Simili alla benedizione
che segue la preghiera,
questi canti possono calmare
l'inquieto palpito dell'angoscia.

Allora, leggimi dal libro custodito
una poesia che ami,
e unisci alla rima del poeta
l'incanto della tua voce.

E la notte sarà piena di musica,
e l'angoscia che tormenta il giorno,
come gli Arabi, piegherà le sue tende
e scivolerà via silente.

The day is done, and the darkness
Falls from the wings of Night,
As a feather is wafted downward
From an Eagle in his flight.

I see the lights of the village
Gleam through the rain and the mist,
And a feeling of sadness come o'er me,
That my soul cannot resist;

A feeling of sadness and longing,
that is not akin to pain,
And resembles sorrow only
As the mist resembles the rain.

Come, read to me some poem,
Some simple and heartfelt lay,
That shall soothe this restless feeling,
And banish the thoughts of day.

Not from the grand old masters,
Not from the bards sublime,
Whose distant footsteps echo
Through the corridors of time.

For, like strains of martial music,
Their mighty thoughts suggest
Life's endless toil and endeavour;
And to-night I long for rest.

Read from some humbler poet,
Whose songs gushed from his heart,
As showers from the clouds of summer,
Or tears from the eyelids start;

Who through long days of labour,
And night devoid of ease,
Still heard in his soul the music
Of wonderful melodies.

Such songs have power to quite
the restless pulse of care,
And come like the bediction
That follows after prayer.

Then read from the treasured volume
The poem of thy choice,
And lend to the rhyme of the poet
The beauty of thy voice.

And the night shall be filled with music,
And the cares, that infest the day,
Shall fold their tents, like the Arabs,
And as silently steal away.

Poe stesso, del Proemio del Longfellow, scrisse:
Pur privi di grande immaginazione, questi versi sono stati giustamente ammirati per la loro delicatezza espressiva. Alcune immagini sono molto efficaci [...]. Anche l'idea dell'ultima quartina è molto efficace. Tuttavia, nel suo insieme, il testo poetico è da ammirare soprattutto per la graziosa spensieratezza del suo metro, che si accorda così bene con il carattere dei sentimenti, e ancor più per la generale scorrevolezza del suo modo.
Sono certo che non possiamo che dirci d'accordo con questa opinione.

lunedì 21 agosto 2017

Cosa leggo questa settimana: il ritorno

Non si sfugge all'ora di scrittura giornaliera, anche se oggi è dedicata alla rilettura di vecchi lavori e all'aggiornamento del blog. Questa settimana avrei voluto scrivere qualche recensione per la rubrica Vivere (d)i libri, che manca ormai da un po', ma ancora una volta mi scopro a non averne il tempo. E dire che stavo pensando di raddoppiare gli articoli del blog, da uno alla settimana (lunedì) a due (lunedì e giovedì)... ma come pensavo di farcela, a questo punto, proprio non so.
Nel frattempo, e per risolvere almeno in parte i miei problemi, su Psicologia e Scrittura torna l'appuntamento con Cosa leggo questa settimana, la rubrica che mi permette di parlare dei libri che sto leggendo mentre li sto leggendo. Non è una cattiva rubrica. Si offre come una testimonianza dell'esperienza della lettura, per una volta, non a posteriori; e non so dove altro potreste trovarla su internet!

Dunque, in questa settimana di lavoro, questa settimana di caldo intenso, sto leggendo

RACCONTI
di Edgar Allan Poe
Posseggo quattro raccolte di racconti di Poe - alcuni racconti si ripetono, naturalmente -, che da ragazzo lessi e rilessi e che, credo, all'epoca mi influenzarono molto. Durante la mia (meritata) settimana di vacanza parlavo di lui con un amico, ed entrambi concordavamo sul fatto che quelli di Poe sono tra i racconti più perfetti che si possano leggere, almeno nel loro genere. Tanto che, parlandone, mi è venuta voglia di rileggerli daccapo.
Il crollo della casa degli Usher, Re Peste, Hop-Frog, Il pozzo e il pendolo... sfoglio gli indici e mi fermo sui nomi che mi risvegliano maggiori ricordi. E adesso che ho controllato non posso che confermare la mia precedente opinione: nel loro genere, quelli di Poe sono tra i racconti più perfetti del mondo.

IL GIOCO DI ENDER
di Orson Scott Card
Cerco sempre di leggere, quando ne ho l'occasione, a fianco di un classico riconosciuto, un classico moderno, senza riguardi che sia un fantasy, un libro per bambini, un fumetto o un'altra di quelle categorie disprezzate, ma che a me piacciono tanto. E del resto non vedo come potremmo scusare il povero Poe, se tagliassimo fuori queste categorie dall'insieme della letteratura importante. Comunque.
Di recente un mio amico - la cui madre ha una collezione Urania e Nord da far svenire anche quelli tra voi che hanno il cuore più impavido - mi ha prestato Il Gioco di Ender. In effetti era da un po' che volevo leggerlo, ma non mi era mai capitato tra le mani, in libreria o altrove. Ecco quindi cosa ne penso arrivato a pagina centoventi di trecentosettantasette, per punti e senza peli sulla lingua: i personaggi sono dannatamente interessanti, anche se forse non scritti in maniera perfetta (il protagonista, Ender Wiggin, ha sei anni ed è un genio: ma non è un bambino geniale, è un adulto molto furbo in un corpo da bambino); il contesto fantascientifico è classico, senza particolari guizzi, ma proprio per questo funziona; l'ambientazione - la Scuola di Guerra dove le giovani reclute imparano a guidare l'esercito della Terra - è ricca di potenzialità; la prosa dell'autore è scorrevole e a tratti piacevole da leggere. Insomma, non mi sorprende sapere che abbia vinto tanti premi, tra Hugo e Nebula. Mi ha persino fatto tornare la voglia di scrivere anche io qualcosa di fantascienza, e ditemi se non è una prova di valore questa.

CODEX SERAPHINIANUS
di Luigi Serafini
Del Codex avevamo già parlato qui, in uno dei primi articoli di questo blog. Non voglio ripetermi. Vi basti sapere che i miei sentimenti nei suoi confronti non sono cambiati, e per me sfogliarlo si rivela ancora un'esperienza eccitante e meravigliosa.
(Una mia amica, quando ha saputo quanto mi era costato, mi ha chiesto perché non l'avessi preso in ebook. Che strana osservazione!)
...

Due libri da leggere in contemporanea (e uno da ammirare) non sono pochi, quando la maggior parte del tuo tempo la passi a dormire o a lavorare. Entrambe attività sfiancanti, se posso dire la mia.
Per adesso non so se ci risentiremo questo giovedì. Ne dubito. Come dicevo anche prima, il tempo è quello che è. Fiaccante e pure poco. Ma se non ci sentiamo questa settimana ci sentiamo la prossima, giurin giuretta, e nel frattempo potete tenervi aggiornati cliccando "Mi piace" sulla pagina Facebook del blog.
Buone vacanze per chi ancora è in vacanza o per chi ci deve andare, Veri Credenti! Per tutti gli altri, buon rientro.