lunedì 14 agosto 2017

Almeno un'ora al giorno


Per due mesi non ho scritto una riga.
Quello che vi sto confessando per me ha una certa importanza. E una certa gravità. Per anni, diciamo da dieci anni, non sono mai stato tanto a lungo senza aver scritto qualcosa: un racconto, qualche pagina di un romanzo, un saggio breve. Che poi la maggior parte di ciò che ho scritto non fosse granché, bene, lo accetto: ho sempre pensato che finché scrivevo non potevo che migliorare, e la cosa mi sembrava abbastanza. L'atto stesso della scrittura, per me, rappresentava quella che per altri potrebbe essere una palestra, o una corsa mattutina. Era sia una valvola di sfogo, che credo mi abbia mantenuto sano di mente dall'adolescenza fino ad oggi - benché io abbia rarissimamente scritto qualcosa di biografico -, sia un modo per rendere me stesso l'uomo che ho da sempre desiderato essere. Non ho mai perso di vista il mio obiettivo: ogni parola che battevo sulla tastiera del mio computer, anzi dei miei computer visto che ne ho usati almeno quattro, tra fissi e portatili per le vacanze, mi avvicinava un po' di più alla realizzazione del mio sogno. Che è essere uno scrittore. Meglio se pubblicato, col che intendo "retribuito in base ai miei meriti". Quello che voglio, insomma, è creare, e creare cose belle. Lo stesso pensiero che accomuna, credo, pittori, musicisti e ogni genere di artista. Nel mio caso il modo per creare la bellezza non è attraverso un'esecuzione perfetta del Canone in re maggiore di Pachelbel o altro, ma attraverso l'accostamento di parole, l'equilibrio della frase, la verosimiglianza e la tenuta dell'intreccio, la veridicità dei personaggi, il puro e semplice senso di meraviglia che si prova a leggere una storia ben fatta.

Comunque voi godetevelo

Per dieci anni, quindi, si diceva, ho scritto quasi ininterrottamente. Una o due volte la settimana, è vero, che molti considererebbero poco, ma senza mai pause considerevoli tra una sessione e l'altra. E quando non scrivevo in genere leggevo, o studiavo per scrivere meglio. Era tanta la mia foga che spesso i miei progetti si accavallavano, e ne abbandonavo uno per seguirne un altro (anche se non credo di aver mai abbandonato un progetto che non se lo meritasse; tranne forse un paio, che però mi riprometto di riprendere in mano prima o poi). Quando scrivevo entravo in uno stadio che si chiama "flow", in psicologia, flusso se vogliamo, uno stato d'attenzione prolungata che si instaura durante un'attività finalizzata, molto piacevole, e che spesso si raggiunge in situazioni di totale immersione, come ad esempio quando si gioca a un bel videogame. Il semplice atto della scrittura mi ricompensava, e rafforzava il mio desiderio di scrivere.
Poi, all'improvviso, il nulla. Ero come svuotato. Ho finito un lavoro, un racconto lungo, che nel 2018 dovrebbe essere pubblicato in ebook da un Editore di cui, per il momento, non voglio farvi il nome; ho messo giù la penna - anzi, ho chiuso il pc, e non l'ho più riaperto. Ho anche smesso di scrivere il piccolo zibaldone che tengo sulla scrivania, che all'inizio dell'anno avevo iniziato ad aggiornare con pensieri, idee, piccoli paradossi, proposte, e tutto ciò che non trovava spazio qui o nella mia narrativa. Riuscivo giusto ad aggiornare il blog una volta a settimana. Il nuovo lavoro, un lavoro vero, pagato, che non c'entra molto con la scrittura ma che mi serve per mangiare, mi prosciugava le energie, acuiva il mio stress e diminuiva sensibilmente il tempo a mia disposizione per leggere e scrivere. Cercavo di buttare giù qualcosa ma dopo le prime righe dovevo lasciar perdere. E questo quando riuscivo a scrivere qualche riga. 


Prima d'ora non avevo mai sperimentato un blocco dello scrittore, anche se supponevo bene che potesse succedermi. Non riuscivo a uscirne, e già dopo il primo mese iniziavo a sentire che sarei soffocato se non mi fossi... sbloccato. Poi mi sono ricordato una cosa: spesso i grandi scrittori, nei loro consigli, dicono che è importante scrivere almeno qualcosa al giorno tutti i giorni. Prima imporselo come regola, e insistere finché non diventa una sana abitudine. Ancora una volta credo che sia lo stesso principio del jogging. Ho pensato fosse una buona idea; ho recuperato, dal mio schedario, l'idea per un romanzo per ragazzi che avevo avuto tempo fa (non c'è nulla di meglio, per creare meraviglia, che scrivere un bel romanzo per ragazzi. Chiedetelo a C.S.Lewis) e ho iniziato a buttare giù le prime pagine. Questo succedeva una settimana e mezza fa, e da allora mi prendo un'ora al giorno per farlo. Così ho ricominciato a scrivere. Oggi - cioè ieri, domenica 13 - eccezionalmente ho investito la mia ora di scrittura (che poi, a dire il vero, sforo sempre: è un'ora e un quarto, un'ora e venti) per redigere l'articolo che state leggendo. A parte questo ho battuto 47405 caratteri spazi esclusi in dieci giorni. Non so se siano molti o pochi, o se magari, più probabilmente, siano la normalità; ma non sono abituato a fare gare di velocità con nessuno, tanto meno con me stesso. Mi bastano 47405 caratteri. E soprattutto mi basta essere tornato a scrivere, finalmente.




lunedì 7 agosto 2017

Il paradosso della comare

Geoffrey Chaucer iniziò a scrivere I Racconti di Canterbury nel 1388; nel 1400 morì, e non li aveva ancora completati. Dei centoventi racconti che s'era prefissato riuscì a finirne soltanto ventiquattro. Tanti ci bastano per considerarlo il capolavoro del Middle English.


La cornice dei Racconti è nota a tutti, e ispirata putacaso al nostro Boccaccio, o al più al nostro Dante (Chaucer conosceva bene i poeti italiani). La ricordo comunque: un gruppo di persone decide di raccontarsi delle storie per ammazzare il tempo durante il pellegrinaggio alla tomba di San Thomas Becket.
Nell'articolo di oggi parlerò di uno dei racconti più famosi dei Tales, quello della Comare di Bath, che Harold Bloom riconosce come uno dei grandi antesignani dei personaggi shakespeariani; e in particolare di un paradosso logico che si trova abbozzato al suo interno. Non sono riuscito a trovarne un'altra trattazione nell'internet, quindi fornirò la mia fingendo che sia la prima.
Dei Tales possiedo l'edizione Bur con la traduzione in prosa di Cino Chiarini e Cesare Foligno: tutte le citazioni che farò vanno cercate in quell'edizione.

Bene, il racconto della comare è all'incirca questo. Ai tempi di Re Artù (già l'ambientazione mi piace) c'era un cavaliere, anzi un baccelliere, che stuprò una ragazza. Artù lo condannò a morte; ma poi sua moglie, la Regina Ginevra, commutò la pena. Il baccelliere ha tempo un anno e un giorno (come il mio Galvano) per trovare la risposta a una certa domanda, e se non la dovesse trovare si eseguirà la sentenza del re. La domanda in questione è cosa desiderino maggiormente le donne.


Il baccelliere si fa un esame di coscienza e riconosce che delle donne non ha mai capito nulla. Allora parte alla ricerca della risposta, sperando che qualcuno prima o poi gliela dia; ma l'anno è quasi trascorso e lui ancora non l'ha trovata. Certe donne che interroga dicono questo, altre dicono quest'altro, e insomma una cosa certa nessuno la sa dire. Finché non incontra una vecchia, una strega probabilmente, o più probabilmente ancora una fata, che acconsente a dargli la risposta purché il baccelliere le conceda, se è in suo potere, la prima cosa che lei gli chiederà. Il baccelliere accetta quell'unica condizione.
Alla corte di Ginevra il nostro protagonista fornisce la risposta che la vecchia gli ha rivelato giusto un attimo prima. Le donne, dice,
[...] "bramano d'aver signoria così sul loro marito come sul suo amore e d'aver dominio sopra di lui".
Un attimo di silenzio. Ma il baccelliere può tirare un sospiro di sollievo: la risposta è esatta. A quel punto gli tocca però fare i conti con la vecchia, e non so se avrebbe preferito venire impiccato. Il suo desiderio è che lui la prenda in sposa.
"Ohimè! Ohimè! Troppo ben so che tale fu la mia promessa" - piagnucola il baccelliere - "ma, per amor  di Dio, scegli una diversa richiesta; prendi tutto il mio avere e lasciami la mia persona".
La vecchia è spiaciuta, spiaciuta davvero, ma non può chiedergli altro. Il baccelliere deve capitolare, anche perché tutta la corte di Ginevra è testimone della promessa.
La prima notte di nozze il baccelliere è comprensibilmente angustiato, e si lamenta con la moglie che lei non è né giovane né di alto lignaggio, e che insomma poteva aspettarsi di meglio. Al che la vecchia, che come sappiamo è molto saggia, gli dimostra con l'esempio di Gesù, che è un Dio che ha deciso di farsi povero, che la povertà non è incompatibile con la nobiltà, e che un titolo e una ricchezza non rendono una persona degna di possedere il titolo e la ricchezza. Poi lo avvisa che lei avrebbe anche il potere di tornare giovane, ma gli ricorda che, così com'è, e cioè vecchia, in virtù degli anni e del lordume, corre meno rischi di tradirlo. A lui la scelta: preferisce che lei rimanga vecchia e fidata, oppure che torni giovane e lo rodi per sempre col tarlo del dubbio?
Il baccelliere, che, ormai abbiamo capito, è un povero idiota, si arrende: faccia ciò che ritiene meglio.
"Dunque" chiede la vecchia, "ho io ottenuto su di voi signoria, poiché m'è lecito di eleggere e di decidere come mi talenta?"
"Sì, per certo, donna" risponde lui, "questo mi pare il meglio".
La vecchia, che come dicevo o è una strega o una fata, è soddisfatta di come si sono svolte le cose, e premia il suo povero marito tornando a essere una bella figliola.

˜˜˜˜˜

Insomma, alla fine della storia la vecchia ottiene dal baccelliere ciò che ogni donna desidera (secondo Chaucer, comunque), che è poi la potestà assoluta sul proprio marito. Ora facciamo un passo indietro. Il baccelliere aveva chiesto alla vecchia di fargli un'altra richiesta, che non fosse quella di sposarlo. Se la vecchia l'avesse fatto allora non avrebbe più avuto un marito su cui esercitare la propria potestà. Chiamiamo F(x) la risposta che il baccelliere dà a Ginevra, ed ∀ x F(x)* il fatto che F sia valido per ogni donna; se la vecchia avesse chiesto qualcos'altro al baccelliere oltre al matrimonio, che il baccelliere poteva concederle, allora avrebbe contraddetto F(x), che non sarebbe più stato valido per ogni donna ma al massimo per alcune donne: ∃ x F(x)**. Se cioè la vecchia avesse preferito qualcos'altro ad F(x), allora l'ipotesi ∀ x F(x) sarebbe stata falsa; il baccelliere non avrebbe potuto dire quello che tutte le donne desiderano, e Ginevra avrebbe dovuto farlo giustiziare... col che, incidentalmente, la vecchia non avrebbe avuto diritto ad esprimere affatto il suo desiderio.
Quello che intendo dire è che, una volta pronunciato, F(x) diventa vincolante per la vecchia e per il baccelliere. Lei non può fare altro che esprimere il desiderio che il baccelliere la sposi, in modo da poter realizzare F(x). Da ciò si vede come la logica abbia catene non meno sottili della magia, e non meno resistenti della nevrosi. Certo il povero baccelliere non doveva essere versato in logica, altrimenti l'avrebbe di certo saputo!


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* Che si legge "La frase F di x è vera per ogni x".
** Che si legge "La frase F di x è vera per alcuni x".

lunedì 24 luglio 2017

Partenza da Cosmopoli

I più acuti tra voi avranno forse notato che il nome del blog è passato, così, nottetempo, senza dire una parola a nessuno, da Psicologia e Scrittura a Psicologia e scrittura: Liberi pensieri dalla città di Cosmopoli. Forse vi starete chiedendo il perché. Per spiegarlo devo prima dirvi come ho scoperto Cosmopoli.


Nel Dizionario Filosofico di Voltaire, alla voce Ateo, Ateismo, si può leggere la storia tristissima del frate Giulio Cesare Vanini, arso vivo a causa di certe infamanti accuse mossegli dall'altrettanto infame gesuita Garasse. In conclusione dell'articolo Voltaire scrive:
Un secolo dopo la sua morte, lo studioso La Croze e colui che ha assunto il nome di Philalete hanno voluto riabilitarlo [...].
Su questo mi sono fermato. Chi fosse Philalete lo ignoravo, e anche una consultazione agli Pseudonimia di Vincenzo Lancetti (ovvero Tavole alfabetiche de' nomi finti o supposti degli scrittori con la contrapposizione de' veri, ad uso de' bibliofili, degli amatori della storia letteraria e de' libraj) non mi ha schiarito le idee. E io su queste cose ci rimango, perché sono curioso.
Ecco, finalmente una nota di Bouchet al Dizionario mi ha rivelato che
[...] L'autore che Voltaire dice aver preso il nome di Philalete è J-Fr. Arpe [1661 - 1739], al quale si deve l'Apologia pro Julio Caesare Vanino, 1712, sul cui frontespizio si legge Cosmopoli, Typis philaleteis.
Il riferimento all'Apologia è confermata dalla Treccani, col che mi sono messo definitivamente in pace il cuore: eh sì, era proprio lui.


Mi sono messo definitivamente in pace il cuore, certo, tranne che per quell'utopia, quel singolare non-luogo, che è Cosmopoli.


In quel momento ho pensato che Cosmopoli potesse significare sia "città dell'ordine" sia, più semplicemente, "città del cosmo", come in cosmopolita, "colui che considera patria il mondo intero", ma anche "colui che nutre interessi di tipo ampio, universale". Di nuovo la Treccani mi dice che
In stampe clandestine, [Cosmopoli era un] nome fittizio usato talvolta al posto del vero nome del luogo ove il libro era stampato.
Quest'aria avventurosa che all'improvviso ha assunto Cosmopoli, sorta di Tortuga dell'editoria, mi ha subito conquistato. Allora ho pensato che Psicologia e Scrittura non parla più da molto solo di Psicologia e di Scrittura (e di Letteratura), ma anche di Filosofia, di Logica, di Religione, di Femminismo, e di tutte quelle cose che costituiscono la varietà dei miei interessi, che sono tanti e che desidererei approfondire sempre di più. Scrivere questi articoli serve a spiegare le cose ai miei (ipoteticissimi) lettori, ma anche a renderle più chiare a me, a fissarle nero su bianco, per parafrasare un po' ciò che diceva Silvio Orlando in quel bel film che si chiama Auguri Professore.

Quindi non più Psicologia e Scrittura, o meglio non più solo Psicologia e Scrittura, ma anche Cosmopoli, luogo dell'editoria clandestina, luogo degli interessi più vari.

lunedì 17 luglio 2017

Andropoiesi e femminismo

Prima di parlare dell'argomento di questo lunedì, credo sia meglio introdurre brevemente, per chi non lo conoscesse, il concetto-cardine di antropopoiesi in antropologia e psicologia. Faccio quindi una cosa che non ho mai fatto: cito Wikipedia, che in questo caso è singolarmente puntuale:
Il termine antropopoiesi è un concetto [...] che indica i vari processi di auto-costruzione dell'individuo sociale, in particolare dal punto di vista della modificazione del corpo socializzato, nonché i vari processi di costruzione del patrimonio culturale di ogni gruppo umano.
L'antropopoiesi ha trovato applicazioni nell'antropologia contemporanea di matrice francese e italiana. Il quadro teorico che fa da sfondo a tale concetto è l'idea antica dell'uomo come essere incompleto, ovvero dal comportamento non largamente predeterminato dal patrimonio genetico. L'essere umano si completa quindi solo con l'acquisizione della cultura.
Esistono delle popolazioni, ad esempio, che usano applicare colori sul proprio corpo, o incidervi tatuaggi o scarificazioni, e che non considerano umane o completamente umane (anche a causa, mettiamo, della giovane età) le persone che non abbiano di queste pitture, di questi tatuaggi o di queste scarificazioni. Questo è un modo di "fare" l'uomo. L'uomo è uomo solo attraverso la cultura umana; altrimenti è qualcosa di incompleto. Il meccanismo dietro questa convinzione, antropologico e psicologico*, è tra i più interessanti in cui mi sia imbattuto. Presso di noi, dati certi distinguo, la moda o il tatuaggio possono essere considerati processi di antropopoiesi.

Fonte foto: Sancara - Blog sull'Africa

Entriamo nel dettaglio. Che la cultura moderna sia una cultura misogina è certo, anzi certissimo. Su Psicologia e Scrittura si è già parlato di femminismo; torniamo adesso a discuterne. Cercheremo di rispondere alla domanda su come mai la cultura sia soprattutto cultura maschile, e la donna sia spesso vista (ad esempio, dalla psicanalisi freudiana) come una variazione sul tema dell'uomo, se vogliamo un uomo mancato, come se non fosse di per sé il 50% e forse più della popolazione umana.
Ecco a questo proposito Francesco Remotti, uno dei più importanti antropologi italiani. Tutte le citazioni sono tratte dalla sua Prima lezione di antropologia:
Hanno ragione Gilmore**, i Tewa, gli Awa, i Sambia*** nel ritenere che gli uomini vanno costruiti culturalmente (e ritualmente), mentre le donne raggiungono la loro condizione di femminilità (la loro forma di umanità) seguendo uno sviluppo naturale? È senz'altro vero che il processo femminile (il diventare donna) è segnato da fenomeni di ordine naturale, i quali lo incanalano e lo ritmano: il menarca, la gravidanza, il parto, l'allattamento rappresentano tappe, di cui sarebbe ben difficile non tenere conto. I momenti fisiologici della capacità riproduttiva femminile costituiscono paletti o segnavia, che invece mancano nella condizione maschile. In un certo senso, è più facile capire come si possa diventare donna, che non come si possa diventare uomini. Sul piano naturale (fisiologico o biologico), c'è una indeterminatezza maggiore nella condizione maschile, che non in quella femminile: e le società sono perciò maggiormente impegnate nel delineare, nel progettare e nel costruire la mascolinità, che non la femminilità.
Quello che intende Remotti è che, a un'analisi forse superficiale, a "fare" una donna ci pensa la biologia, ma a "fare" un uomo ci deve pensare l'umanità. L'uomo ha sviluppato un monopolio della cultura, quindi, non perché sia più forte della donna, ma perché è biologicamente più incompleto. L'antropopoiesi, tanto necessaria all'umanità per sentirsi umana, sarebbe da questo punto di vista un problema prima di tutto maschile. Continua Remotti:
E se la cultura è soprattutto orientata verso l'ideazione e la costruzione dell'essere maschile, si capisce anche assai bene come in molte società siano i maschi a rivendicare il possesso del mondo culturale: la cultura [...] è soprattutto fatta da loro e per loro. 
 

Un caveat: che quella appena esposta sia l'origine o una delle origini del predominio culturale maschile è naturalmente una cosa, un fatto storico che può essere appreso a livello nozionistico; ma che sia giusto che sia così, è un'altra. Lo sa Remotti, sicuramente, e speriamo che lo capisca anche il resto del mondo. Proprio di ieri è la notizia che il Tredicesimo Dottore, nel telefilm inglese Doctor Who, sarà interpretato da una donna; e già l'internet sta venendo giù per l'oltraggio subito. Credo che ne riparleremo.


(Se l'articolo vi è piaciuto vi invito a condividerlo sui vostri social, pigiando i bottoncini qui sotto; e a iscrivervi al gruppo FB del blog, che invece trovate qui. By, Veri Credenti, e a lunedì prossimo!)

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* Se dovessi distinguere il campo d'indagine di queste due discipline, che purtroppo sono studiate indipendentemente, direi che se l'antropologia studia cosa sia l'umanità, la psicologia studia cosa sia l'uomo.
** David Gilmore, antropologo. Per approfondire il suo contributo sul tema del maschilismo, vi rimando a questo articolo.
*** I primi, una popolazione del Nuovo Messico; i secondi e i terzi, della Nuova Guinea.

lunedì 10 luglio 2017

L'origine del male

I Siriaci immaginarono che l'uomo e la donna, essendo stati creati nel quarto cielo, pensarono di mangiare una focaccia invece dell'ambrosia, che era il loro naturale nutrimento. L'ambrosia si esalava dai pori; ma la focaccia faceva andar di corpo. L'uomo e la donna pregarono un angelo che indicasse loro la latrina. "Vedete" disse l'angelo "quel piccolo pianeta che sembra un puntino, a circa sessanta milioni di leghe da qui?: quello è il cesso dell'universo; andateci al più presto." Essi ci andarono e ci dovettero restare: è da quel momento che il nostro mondo è diventato quello che è.

[Voltaire, Bene (Tutto è bene) in Dizionario Filosofico]


martedì 4 luglio 2017

Il concetto di Dio dopo Evangelion

[ATTENZIONE! L’articolo contiene ENORMI spoiler sulla serie anime Neon Genesis Evangelion e sul film The End of Evangelion. Si sconsiglia di leggerlo a chi non li abbia già visti. Si sconsiglia di fare qualunque cosa a chi non li abbia già visti.]


Finalmente si parla di uno dei capolavori del nostro tempo: l'anime di Hideaki Anno, quel personaggino che ci aveva già regalato Nadia - Il Mistero della Pietra Azzurra, e ve lo butto lì così, con nonchalance. L'articolo (come altri che, spero, lo seguiranno, ché la passione è davvero grande) presuppone una conoscenza, non dico enciclopedica, ma comunque precisa dell'anime originale e di TEOE.
...

So che molte persone non amano NGE, e soprattutto il finale di NGE, i famigerati episodi 25 e 26 e One more final: I need you del film. La cosa è tutt’altro che inaspettata. NGE è un’allegoria, intendendo per allegoria una storia che possa essere interpretata sia a livello letterale sia a livello di elaborata metafora, mantenendo peraltro intatte le virtù di entrambi. Nella storia della letteratura italiana, Croce condanna l’allegoria e Dante la salva e la nobilita, ma la nostra mentalità è tristemente più crociana che dantesca. La maggior parte degli italiani, infatti, apprezzano NGE finché parla di robot giganti, ma appena si addentra nello spazio dell'anima dell'uomo ci fa le pernacchie alle spalle di Hideaki Anno. 
Io invece amo NGE. Amo i suoi personaggi, la sua simbologia spesso meramente decorativa, i suoi continui colpi di scena (la cui importanza è a volte sottovalutata o non capita dai suoi detrattori). Amo, come tutti, il design innovativo dei robottoni e l’evoluzione del genere Mecha. Amo ogni dettaglio, tranne forse alcuni fotogrammi di The End of Evangelion (non quelli che immaginate, la celeberrima scena di masturbazione di Shinji sul corpo privo di sensi di Asuka; bensì quelli in cui viene riformulata la natura del rapporto tra Asuka e sua madre). Amo soprattutto il fatto che una storia ufficiale, una trama, una spiegazione dei misteri non ci sia, o almeno non emerga con evidenza, cosicché io possa adottare quella che preferisco.
Nel particolare, la cosa che più mi affascina di NGE, se si escludono certi trip intimisti di Shinji, è la sottotrama - che poi diventa la trama principale - del Progetto per il Perfezionamento dell’Uomo. Ma cos'è esattamente?
Sappiamo che la NERV, l’associazione che controlla gli EVA, e la Seele, l’associazione che controlla la NERV e gran parte del mondo, lavorano a questo misterioso Progetto. I dettagli sono pochi, e fino all'ultimo non abbiamo idea di cosa sia in realtà. Finalmente lo scopriamo: il Progetto prevede in tutti i casi l’abbattimento delle Barriere dell’Anima, quelle strutture metapsicologiche che dividono l’Io dal Tu, e che preservano l’individualità di ogni uomo. L’umanità - e questo si vede nel finale di The End of Evangelion -, senza più barriere a tenerla separata, si fonde in un unico essere indifferenziato. Negli Angeli e negli EVA le Barriere, che hanno qualcosa in comune con la corazza caratteriale di Reich, sono tanto forti (essi sono se stessi come nessun essere umano può mai essere, ci sembra di capire) da generare i famosi A.T. Field –  gli Absolut Terror Field*. 


Lilith si propone di offrire ai suoi figli, i Lilim, che sono gli uomini (altro mirabile cambiamento di prospettiva: i demoni che la tradizione giudaico-cristiana ha sempre considerato nemici e avvelenatori dell’umanità non sono i nemici contro cui ci siamo scagliati; siamo noi stessi; è l’umanità... gli altri, gli alieni, sono i figli di Eva, la vera umanità, tanto diversa da noi da parerci mostruosa e gigantesca), la possibilità di eliminare il dolore eliminando l’Altro, e il rapporto con l’Altro; Gendo Ikari si propone invece di ristabilire il rapporto con l’Altro eliminando se stesso; la Seele si propone infine di diventare Dio smettendo di essere qualcuno, ed essendo quindi tutto. Una strana idea, in tutti i casi. 
Mi sembra che uno dei problemi affrontati in queste declinazioni del Progetto sia che essere qualcuno significa non essere nessun altro; essere limitato; essere infelice (vuoi perché si è qualcosa e non tutto, vuoi perché l’Altro è dolore). Allo stesso modo Dio, che nel Vecchio Testamento è Uno, nel senso di individuo psicologicamente antropomorfo, diventa Tre nel Nuovo Testamento, e Tutto nelle laboriose teologie successive; e alla fine diventa nulla nelle parole di Giovanni Scoto. Non è un'evoluzione da sottovalutare, e non so se Hideaki Anno l'avesse avuta in mente. Credo piuttosto che entrambi i modelli, più o meno indipendenti, siano giunti alla stessa naturale conclusione - modelli che, a prescindere dal fatto che siano corretti o meno, ci dicono qualcosa di importante sull'umanità.
È noto che Feuerbach, ne L'Essenza del Cristianesimo, sostenga che il contenuto positivo della religione non riguardi la conoscenza di Dio ma quella dell'uomo. Dio è l'essenza oggettivata dell'uomo, un'essenza priva di limitatezze, in rapporto con l'infinitudine dell'umanità. A un livello che forse ignoriamo, NGE parla di questo, e si conferma uno dei pochi anime da guardare e riguardare in eterno.


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* Che poi Absolut Terror Field sia il nome dello spazio personale di un bambino autistico, è una leggenda molto bella ma, sia chiaro, infondata.

lunedì 26 giugno 2017

Intima natura

Scrive Borges, in conclusione del suo breve saggio Nuova confutazione del tempo:
[...] Negare la successione temporale, negare l'io, negare l'universo astronomico, sono disperazioni apparenti e consolazioni segrete. [...] Il tempo è la sostanza di cui sono fatto. Il tempo è un fiume che mi trascina, ma io sono il fiume; è una tigre che mi sbrana, ma io sono la tigre; è un fuoco che mi divora, ma io sono il fuoco. Il mondo, disgraziatamente, è reale; io, disgraziatamente, sono Borges.
Allo stesso modo, un mio amico una volta disse:
La magia è l'essere chiusi in una baita in montagna mentre fuori infuria la tempesta; ma tu sei la tempesta.
Sono alcune delle parole migliori che io abbia mai sentito.


lunedì 19 giugno 2017

Premio Liebster per il blog più stupendamente malvagico


Sono stato richiamato dal mondo dei morti (saranno due o tre settimane che non aggiorno il blog, infatti; e se vi foste chiesti il perché, adesso sapete che il motivo è che sono morto) dalla mano blasfema e necromantica della mia amica Kara Lafayette, titolare del blog Secondo Kara Lafayette (già In direzione ostinata e contraria). Kara è in realtà una strega potentissima che al confronto Baba Yaga ciao, levate proprio.

Secondo Kara Lafayette mi ha assegnato un premio, cioè ha assegnato un premio a Psicologia e Scrittura, il Liebster Award. Cos'è? È un riconoscimento che i blogger conferiscono ad altri blogger. Chi ne viene insignito deve rispondere a undici domande e segnalare undici blog eccellenti, i cui proprietari, se accettano il premio, devono a loro volta rispondere a undici domande formulate per l'occasione e segnalare altri undici blog e così via, ancora e ancora, che al mercato mio padre comprò. Un modo per creare una mappa dei blog che i vostri autori di riferimento ritengono meritevoli della vostra attenzione. Ah, e questi blog devono avere meno di 200 follower, perché il Liebster serve a far conoscere quegli autori che normalmente passerebbero sotto (o sopra? Qual è l'espressione corretta?) i vostri radar.
Vi dico già che io undici blog così, e sopratutto undici blog così mai nominati al Liebster, non li conosco.

Adesso bando alle ciance e vamos a cominciare con le domande che la cara Kara (OHOHOH! simpaticissimo) mi ha rivolto.

1) Scegli il tuo film d’autore preferito e quello commerciale.
Il mio film d'autore preferito è, naturalmente, C'era una volta in America (come sa chiunque segua il mio blog 😁) di Sergio Leone. ADORO ogni cosa di quel film. Ogni dettaglio... tranne forse gli squilli nella sequenza iniziale.



Il mio film commerciale preferito... onestamente non lo so. Se la giocano Dal tramonto all'alba di Robert Rodriguez e Dragonheart di Rob Cohen. Il primo perché ha una delle sceneggiature più sorprendenti che io abbia mai visto - e soprattutto in un film del genere -, il secondo perché era il mio film preferito quando ero piccolo, ne so a memoria tutte le battute e ancora mi sale il magoncino quando lo vedo. Poi volete mettere l'epicità di UN DRAGO? Per quanto mi riguarda batte tutto.


2) Se fossi un produttore molto ricco, in quale progetto cinematografico tratto da un romanzo (o racconto) ti imbatteresti? 
Sicuramente vorrei produrre l'adattamento di uno dei libri di Chuck Tingle, un autore che seguo con tanto amore e che è stato nominato per il Premio Hugo. Probabilmente sceglierei una storia di crescita personale, come Living Inside My Own Butt for Eight Years, Starting a Business and Turning a Profit Through Common Sense Reinvestment and Strategic Targeted Marketing, oppure qualcosa di più consapevole, quasi metaletterario, come Reamed by my reaction to the title of this Book. Pierfrancesco Favino ruolo da protagonista.



3) Qual è l’attrice più sopravvalutata (non vale dire Meryl Streep per citare Trump)? E l’attore? Quali sono, invece, attori e attrici più sottovalutati?
L'attrice più sopravvalutata? Sarei tentato di dire Monica Bellucci, ma, andiamo, chi l'ha mai sopravvalutata? Come attore farei invece il nome di Tom Hanks - lo so, lo so, sono un infame. Il fatto è che ho l'impressione che Hanks non sia un grande attore, ma che abbia solo avuto la fortuna di ricevere grandi ruoli. Adesso odiatemi!
L'attore più sottovalutato secondo me è Ethan Hawke - che sì, è un po' debole nel mostrare emozioni, ma quelle poche che mostra sono sempre eccezionali. Forse però lo dico perché Hawke è stato protagonista di due dei miei film di fantascienza preferiti: l'indimenticato Gattaca e il sottovalutato Predestination. L'attrice più sottovalutata è forse la povera Kristen Bell, che, pur avendo partecipato a un gigantilione di produzioni, nell'immaginario collettivo è sempre rimasta legata al suo ruolo di Veronica Mars. Lei, sì, è molto molto brava.


4) Qualche tempo fa, Iñárritu affermò che i cinecomics fossero un genocidio culturale. Molti di noi lo hanno preso a pernacchie, essendo una generalizzazione estrema ed esagerata. Ma alla luce dei fatti poco gloriosi (non del botteghino, ma della reale qualità di alcuni cinecomics), oggi che ne pensi? 
Credo che sia vero. Il che non significa che non esistano cinecomic validi: la trilogia di Spiderman di Raimi, i primi due X-Men di Singer, Il Cavaliere Oscuro di Nolan sono tutti esempi di ottimi film della moderna ondata cinecomic. Il problema non è neanche il fatto che siano commerciali: il primo Avengers di Whedon, e Ant-Man, che godeva di una sceneggiatura di Wright, sono film il più commerciali possibile, che seguono alla lettera i dettami di Casa Disney, ma credo siano lo stato dell'arte dei cinecomic. Il vero problema sono gli scrittori incompetenti, i registi mestieranti, i siparietti comici, i non-sequitur che di solito sono le caratteristiche principali di un genere pensato per essere l'evoluzione del blockbusterone hollywoodiano. Senza contare che ne escono, quanti? Sei o sette all'anno? Basta. Io sono un grandissimo appassionato di fumetti americani, e in particolare di fumetti di supereroi, e proprio per questo vederli trasposti così malamente nel medium cinematografico mi fa stare male. C'è un film, bellissimo, che si chiama Il Gigante di Ferro (lo conosciamo tutti), che in solo un paio di scene riesce a rendere meglio la natura di Superman di quanto faccia Man of Steel di Snyder. Per dire.


5) Che rapporto hai con l’animazione? Lungometraggi o serie TV animate ti interessano? Se sì, quali ti sono entrati nel cuore?

Cfr. sopra 😁  Sì, amo molto i film e le serie di animazione. Tra i film a cartoni animati delle major,  i miei preferiti, oltre a Il Gigante di Ferro, sono Il Re Leone e Il Principe d'Egitto. Sono entrambi, credo, film perfetti, considerando target e periodo. Il primo è una tragedia shakespeariana con animazioni grandiose e un'analisi intelligente di cosa sia la responsabilità; l'altro è una titanica trasposizione di temi biblici con una colonna sonora bellissima. Per quanto riguarda l'adesso, devo dire che ancora seguo con interesse alcune serie animate: BoJack Horseman, con le sue acute riflessioni sulla depressione e l'incomunicabilità umana (e le sue molte e insospettabili risate) e Rick e Morty, che è esattamente quello che dovrebbe essere la fantascienza: fantasiosa, avventurosa e, pur partendo da un terreno condiviso e ricco di citazioni, originale. 
In effetti mi sembra che nel mondo dei cartoni stiamo assistendo a quello a cui abbiamo assistito, nel mondo dei fumetti, alla fine degli anni '80: una nuova generazione di cartoonist, cresciuta con prodotti di alto livello, è arrivata alla maturità artistica e sta rivoluzionando il medium. Evvai!

Passando dall'altra parte della barricata, quella dei cartoni che vengono dall'Oriente, devo dire che considero pessimi la maggior parte di quelli che arrivano fino a qui. Ciò detto, come per i cinecomic, esistono prodotti validissimi che pur vengono dal Giappone: sopra tutti i film di Miyazaki. Non solo: da bambino il mio cartone preferito era Ken il Guerriero che, pur essendo essenzialmente un cartone di botte, poneva agli spettatori importanti domande sul concetto di libertà e su quello di pace, sulla strada della lotta violenta e sul sacrificio personale. Poi, da un punto di vista narrativo, credo che Ken il Guerriero abbia i personaggi più interessanti di sempre, i più complessi, i meno bidimensionali. Certo il doppiaggio italiano è il peggiore che esista, eppure ogni volta che lo risento mi sale la nostalgia canaglia!
Per finire, citerei quello che credo sia il prodotto a cartoni migliore evah, e che incidentalmente è anche giappo: Neon Genesis Evangelion, di quel genio di Hideaki Anno. Ma su NGE dovrei scrivere un post o una serie di post appositi, quindi non approfondisco!


6) Cosa pensi davvero dei cagatori di minchia (categoria da me messa in risalto) ai quali non piace mai niente e dove tutto viene scisso in capolavoro assoluto o merda?

Penso che non abbiano idea di cosa dicono. È gente, credo, che non ha mai sviluppato un vero senso artistico.



7) Sei chiuso in ascensore con Takashi Miike, Nicolas Winding Refn e Patty Jenkins. Tutti e tre ti fissano in silenzio con le braccia conserte, in attesa che tu dica qualcosa. Di cosa parli? A chi ti rivolgi per primo? 
No no, io sono uno psicologo: sto in silenzio e osservo, nell'attesa che siano loro a parlare!


8) Ti svegli una mattina e non sei più tu. Ti guardi allo specchio e sei diventato/a un personaggio di un film o di una serie TV. Quale?
La serie è senza dubbio Bojack Horseman. Nel senso che ci somiglio già così tanto, a uno dei loro personaggi, che svegliarsi una mattina con la testa di cavallo sarebbe solo una naturale evoluzione del mio stato.




9) Sei all’interno di The Sims, la fattucchiera ti porta la lampada magica da strofinare. Scegli i tuoi tre desideri.
Grazie per la domanda. È fin da bambino che penso a questa eventualità e al modo migliore per affrontarla. L'unica risposta sensata che ho trovato è desiderare L'ONNIPOTENZA! 
Dai, per risponderti davvero chiederei:
  1. Successo come scrittore
  2. ... no, sinceramente, l'onnipotenza per forza. Non riesco neanche a pensare a un altro desiderio. Sarebbe sprecarlo!

10) Hai mai partecipato alla realizzazione di un film o serie TV? Se sì, quali? e se no, ti piacerebbe? In quale ruolo?
Due miei amici hanno sceneggiato e stanno attualmente girando un film a costo zero che, credo, ha tutte le carte in regola per diventare un piccolo capolavoro. Io ho svolto il ruolo di consulente esterno nella stesura della sceneggiatura e nel casting degli attori 😊  A parte questo, ho fatto la comparsa in un film italiano abbastanza famoso, ma non voglio dire quale sia perché è un film orribile!

11) La tua colonna sonora cinematografica preferita.
Sarei tentato di ripetere "quella di C'era una volta in America", ma per variare dico "quella di Excalibur di Boorman". Ecchevela:



Bene, come al solito siamo stati velocissimi, e adesso è arrivato il momento di nominare undici blog con meno di 200 follower che mi paiono meritevoli. Sarà difficile, e ripeto che non arriverò a undici, ma queste sono le mie scelte per il Liebster Award:


... e bon. Il problema è che la maggior parte dei blog che seguo o sono vistosamente sopra i 200 follower oppure sono già stati premiati da Kara. Temo che vi dovrete accontentare di questi.

Per concludere in bellezza l'articolo, che spero preluda a una riapertura di Psicologia e Scrittura, ecco le undici domande a cui, se vogliono accettare il premio, i blogger che ho chiamato in causa dovranno rispondere. Dato che il mio interesse principale, come blogger, è per la narrativa, la maggior parte delle domande ruoteranno attorno a questo punto:

  1. Avevo ragione? Hai meno di 200 follower? Daaai!
  2. I tuoi cinque scrittori preferiti - e, se vuoi, una breve motivazione della tua scelta.
  3. Il mondo subisce un secondo Diluvio. Tu puoi salvare solo un libro: qual è, e perché?
  4. A prescindere dall'effettivo valore letterario, a quale libro sei più affezionato?
  5. Nominami un libro che tutti schifano e che a te è piaciuto tantissimo; nominami anche un libro che viene considerato un capolavoro immortale ma che tu proprio non riesci a sopportare.
  6. Hai la possibilità - o hai di nuovo la possibilità - di scrivere un fumetto. Quello che vuoi, senza limitazioni di sorta. Quale sarebbe la trama? E chi sceglieresti come disegnatore?
  7. Parlami, bene o male, di un webcomic italiano (meglio male, che poi sembra che sia solo io quello insofferente).
  8. I cinque telefilm che preferisci. Puoi risalire a quando vuoi.
  9. Tutti noi abbiamo dei guilty pleasure: prodotti d'intrattenimento oggettivamente orribili che però seguiamo con passione. Io ad esempio amavo molto Due uomini e mezzo. Qual è il tuo guilty pleasure telefilmico?
  10. Stupiscimi con una citazione: quella che vuoi, da dove vuoi. Una frase che ti è entrata dentro e ha modificato, o sta modificando, il modo in cui osservi il mondo.
  11. Consigliami un film, un telefilm, un fumetto, una silloge di poesie, una raccolta di racconti o un romanzo (insomma, ciò che vuoi!) che in pochi conoscono, ma che è sicuramente un capolavoro.

E con questo vi saluto, Veri Credenti e blogger nominati. Buone vacanze a chi va in vacanza in questo periodo, e per tutti gli altri... ci sentiamo sul prossimo post.


lunedì 29 maggio 2017

Almafuerte


No soy el Cristo-Dios, que te perdona.
 ¡Soy un Cristo mejor: soy el que te ama!

Non sono il Cristo Dio che ti perdona.
Sono un Cristo migliore: sono quello che ti ama!

Questi versi, da El Misionero di Pedro Bonifacio Palacios (Almafuerte), mi commuovono più di quanto saprei esprimere, e non li commenterò. Volevo solo condividerli.

domenica 21 maggio 2017

I meglio articoli (Settembre 2016 - Maggio 2017)


Probably Jeff Wysaski

Dopo una pausa di circa un milione di miliardi di anni, oggi torna la rubrica metabloggaria in cui segnalo quelli che, retrospettivamente, mi sono parsi i miei articoli migliori; per meriti di stile, di contenuto, o di qualunque altra cosa. Lo faccio perché - lo confesso - ho sempre la speranza che un nuovo lettore, capitato su queste pagine per caso, usi questa mappa per orientarsi all'interno del blog. Nuovo tag: I migliori articoli del blog.
Dato che è passata una vita dall'ultima volta, e insomma questa è un'occasione speciale, eccezionalmente non saranno segnalati solo tre articoli, ma quattro... anzi a ben vedere cinque.

Incominciamo adesso con la classifica (si va, come sempre, in ordine cronologico, e non di merito):


1) VIVERE (D)I LIBRI: X-MAS LIST


Un articolo della rubrica Vivere (d)i libri incentrato non sui libri che ho letto e di cui vorrei parlarvi, ma su quelli che vorrei leggere, e guai a trovarli, o a trovarli in italiano. Lo segnalo perché mi piacerebbe che questo articolo avesse quante più visualizzazioni possibili. Perché? Spero semplicemente che, prima o poi, qualche C.E. si metta una mano sul cuore (e sul portafoglio: sono tutti successi garantiti) e inizi a pubblicare i capolavori che ho segnalato. Che poi, l'elenco di libri fondamentali che tradotti non si trovano più è in continua crescita: proprio qualche settimana fa in libreria mi hanno detto che non potevano ordinare le Ballate Liriche di Wordsworth e Coleridge. Sembrava una barzelletta!

2) MEGLIO TRE PAROLE


Un articolo in cui parlo di quello di cui so parlare meglio: la scrittura. Non credo ci sia altro da aggiungere; solo, che mi piacerebbe scriverne di più. Naturalmente se anche voi siete d'accordo fatemelo sapere!

3) UNA DIFESA DELL'INGANNEVOLE OROSCOPO


Molte, troppe persone, anche istruite, oggi credono che gli astri esercitino un'influsso soprannaturale sulle vicende terrestri. Questo articolo dal titolo borgesiano è la mia protesta contro tutte le superstizioni che ci portiamo dietro... e una loro rivalutazione.

4) LA CORSA DI ACHILLE E DELLA TARTARUGA È STATA ANNULLATA


Nient'altro che uno scherzo patalogico (non patologico); un po' come lo fu quest'altro. Ma è uno scherzo divertente, o mi pare divertente, nel suo genere - che è un genere molto poco divertente -, quindi finisce di prepotenza in questa classifica. 
Non so se questo paradosso, che ho derivato equamente da Zenone e da Russell, sia mai stato espresso, o se sia mai stato espresso in questa forma. Probabilmente sì: non credo di essere un tipo particolarmente innovativo. Oggi come oggi, comunque, non avrebbe alcun valore.


- BONUS -


Mi è capitato di rileggere questo articolo, che risale a maggio del 2016, ed è stato pubblicato in occasione dell'anniversario della morte di Cervantes (23 aprile: stesso giorno, secondo la leggenda, della morte di Shakespeare), e l'ho trovato breve, ben scritto, e con un contenuto, non dico originale, ma senz'altro interessante. Quindi perché non inserirlo nella raccolta degli articoli migliori? Non ho trovato nessun motivo valido, perciò eccolo qui.


Finita la classifica in senso proprio, chiudiamo anche con la tradizionale analisi delle letture. Qualche dato a caso: l'articolo più letto del periodo settembre 2016 - maggio 2017 è Quel che resta del giorno, con circa 1150 visualizzazioni. Il blog nel suo complessivo, a poco più di un anno e mezzo dalla sua fondazione, ha totalizzato quasi 30000 visualizzazioni... di cui, immagino, 25000 solo mie.
Basta: non voglio annoiarvi più di quanto non abbia già fatto. Quindi vi ringrazio per il vostro supporto, vi segnalo (per chi ancora non si fosse iscritto) il nostro gruppo Facebook ufficiale, e fatto questo vi saluto. A presto, Veri Credenti, sempre su... ormai lo sapete: PSICOLOGIA E SCRITTURA!

lunedì 8 maggio 2017

La corsa di Achille e della tartaruga è stata annullata

Affresco databile alla fine del XIX secolo, Achilleion, Corfù. Non vista, la tartaruga ha già fatto il giro di Ilio due volte

Dopo che la corsa, arbitrata da quel Zenone così di parte, per un esposto di Achille venne anullata dai giudici di gara, si decise che, per togliersi lo scrupolo, e perché quella medaglia a qualcuno bisognava pur conferirla, fosse meglio correrla tutta daccapo. Per correttezza stavolta Achille e la tartaruga partirono insieme e dallo stesso punto. Ma, meraviglia! Se prima Achille non riusciva a raggiungere la tartaruga, ora non riesce più a superarla, e i due viaggiano testa a testa fino al traguardo. Col che i giudici non sanno proprio più cosa fare.

[La spiegazione di quanto ho detto è semplice. Prendiamo due coppie di numeri a caso: facciamo 0 e 1 e 0 e 2 (e che non mi si venga a dire che, per qualche motivo, 0 non è un numero valido, perché non ha importanza ai fini della dimostrazione. L'ho scelto solo per semplificare i passaggi, ma avrei potuto usare qualsiasi numero meno arbitrario). Ora, è evidente che tra una qualsiasi coppia di numeri ci sia un numero infinito di numeri. Tra 0 e 1 ci sono 0,1, e 0,11, e 0,111, e così via; tanti per l'appunto da essere infiniti. Lo stesso si può dire tra 0 e 2, dato che 2 è addirittura maggiore di 1 (e un numero infinito a cui si aggiungesse un'unità sarebbe a maggior ragione infinito). Ora, dato che entrambi gli insiemi contengono numeri infiniti, è vero che a ogni numero di A (0... 1) corrisponde un numero di B (0... 2). Dimostrarlo è veloce: anche se continuaste a tirare fuori numeri di B, basterebbe aggiungere un qualsiasi numero in fondo a un numero di A per ottenerne uno libero da associargli. Possiamo dirlo in un altro modo: che le risorse dell'insieme A sono infinite da definizione.
Adesso immaginiamo che Achille e la tartaruga partano assieme. Bene: qualunque distanza percorrano saranno sempre nello stesso punto, perché non possono che aver percorso un numero uguale di punti (se Achille ha percorso 50 metri e la tartaruga 1, tra lo 0 della linea di partenza e 50, e tra lo stesso 0 e 1, ci sono tanti numeri quanti tra qualunque altra coppia di numeri). Ma questo è vero anche se Achille parte prima o dopo la tartaruga: qualunque sia il numero di punti, o distanza, percorso da Achille, potrò fargliene corrispondere uno uguale percorso dalla tartaruga, se considero anche la distanza che li separa come percorsa da Achille.
Inoltre, se la velocità è lo spazio percorso fratto il tempo di percorrenza, se si considera uguale il tempo, sarà anche uguale la velocità. Zenone insomma non dimostra che il movimento non esiste, ma che non esistono, ad esempio, la distanza o l'accelerazione (v2-v1/t2-t1).]

[Naturalmente il mio ragionamento è una sciocchezza patafilosofica, come questa: ma internet è un posto brutto, ed è meglio mettere le mani avanti prima di essere accusato!]

martedì 2 maggio 2017

Storia di una storia (parte 2)

[qui la Prima Parte]

Parleremo di nuovo di una storia che è anche un paradosso e che, nelle sue varie forme, ha attraversato le epoche e ha segnato irrimediabilmente il nostro modo di pensare. Il primo a formularla fu Zenone di Elea, il cui scopo era difendere e avvalorare Parmenide, fondatore della sua scuola, in questo caso per quanto riguardava l'impossibilità del movimento. Se infatti il vuoto non esiste (in quanto il non essere non è e non può essere, sostiene Parmenide), allora 1) il cambiamento non esiste; e comunque 2) i corpi non avrebbero dove spostarsi.
Il paradosso di Zenone arriva a noi attraverso la Fisica di Aristotele. Aristotele non ne è entusiasta. Lo liquida con queste parole:
Il secondo argomento di Zenone è quello chiamato di Achille. Un mobile più lento non può essere raggiunto da uno più rapido; giacché quello che segue deve arrivare al punto che occupava quello che è seguito e dove questo non è più (quando il secondo arriva); in tal modo il primo conserva sempre un vantaggio sul secondo.
Per la forma estesa del paradosso (che è di Achille e della Tartaruga) mi affido a Borges, Altre Inquisizioni:
Achille, simbolo di rapidità, deve raggiungere la tartaruga, simbolo di lentezza. Achille corre dieci volte più svelto della tartaruga e le concede dieci metri di vantaggio. Achille percorre quel metro, la tartaruga percorre un decimetro; Achille percorre quel decimetro, la tartaruga percorre un centimetro; Achille percorre quel centimetro, la tartaruga percorre un millimetro; Achille percorre quel millimetro, la tartaruga percorre un decimo di millimetro, e così via all'infinito; di modo che Achille può correre per sempre senza raggiungerla.
Non so chi per primo interpolò l'immagine della tartaruga nel racconto; so o immagino che Achille venne scelto perché uno dei suoi epiteti è piè veloce, cosa che doveva esasperare il paradosso.
Le soluzioni date al problema sono decine e decine e ne avanzano ancora; alcune francamente idiote, come il fatto che il piede di Achille non è qualcosa di a sua volta divisibile, e quindi se è lungo più di un decimo di millimetro di meno non potrà percorrere (che è quella che detti io al liceo, e che, in mia difesa, non è troppo dissimile nello spirito a quella che diede Bergson, che parlò di mancata sincronizzazione dei passi); altre che sembrano creare nuovi paradossi, come quella che è contenuta ne I Principi della Matematica di Russell, e che qui spiegheremo dicendo che, se è vero che tra 0 e 1 ci sono tanti numeri quanti sono tutti i numeri (e cioè numeri infiniti), allora dobbiamo concludere che a ogni punto (numero) di Achille ne corrisponde uno della tartaruga, e che per forza di cose lui la raggiungerà(!).


Inutile dire che il paradosso di Achille ha prodotto una teoria infinita di elaborazioni letterarie (oltreché filosofiche): da quella di Platone nel Parmenide, che anticipa e discute l'argomento del terzo uomo contro le Idee con cui cercherà di confutarlo Aristotele*, al racconto del Reverendo Dodgson (quel Lewis Carroll che scriverà le avventure di una bambina che si chiama Alice), Quello che la tartaruga disse ad Achille, che invece si diverte a dimostrare l'impredicabilità di ogni ragionamento, perché per collegare due premesse a una conclusione dovremmo aggiungere un'altra premessa, e cioè che dalle premesse valide segue logicamente la conclusione valida; e poi una quarta, che dalle due premesse più la precisazione valide segue la conclusione valida, e poi una quinta, e così via. Questi esercizi appartengono più alla filosofia della scienza e all'epistemologia che non alla narrativa, quindi eviterò di discuterli.

Charles L. Dodgson (Lewis Carroll)
Zenone ci propone altri paradossi. La tradizione - se non mi sbaglio - gliene attribuisce una quarantina, ma a noi ne sono giunti pochi. Quello della freccia (una freccia scagliata contro un bersaglio non lo raggiungerà mai, perché in ogni istante, se sospendessimo il tempo, essa sarà immobile - occuperebbe solo lo spazio della propria lunghezza -, e allora dove sta il movimento?), quello della dicotomia e qualche altro. Aristotele riporta il secondo (che poi, storicamente, è il primo), lapidariamente:
[...] l'oggetto spostato deve giungere alla metà prima che al termine finale.
Di nuovo, ci affideremo a Borges per un'elaborazione più piacevolmente leggibile del paradosso**:
Un mobile che sta in A (afferma Aristotele) non potrà raggiungere il punto B, perché prima dovrà percorrere la metà della strada che è tra i due punti, e prima la metà della metà, e prima la metà della metà della metà, e così all'infinito.
Questo paradosso è più elegante, per quello che posso giudicare, di quello di Achille e della Tartaruga. Uso parole da logico o da matematico quando dico che la semplicità è una forma dell'eleganza: in questo paradosso è solo uno il corpo in movimento, non due; inoltre il mobile in A e il traguardo in B possono essere ridotti a oggetti puntiformi; ed essendo il punto, per definizione, privo di dimensioni, risolve alcune delle difficoltà, perlomeno figurative, del più noto Achille.
Possiamo provare a risolverlo come abbiamo provato a fare con quello di Achille. Notiamo, come Cantor e prima di lui altri, che tra 0 e 1 ci sono numeri infiniti, tanti cioè quanti sono tutti i numeri; che insomma il finito è infinitamente divisibile, e che un'infinita divisibilità non comporta un tempo infinito né un aumento delle grandezze da contare.
Sull'evoluzione letteraria di quest'ultimo paradosso si concentreranno le prossime righe.

Nel 1919 Franz Kafka dette alle stampe una raccolta di racconti intitolata Il Medico di Campagna. Tra i racconti, alcune sono evidenti drammatizzazioni del paradosso di Zenone. Il più famoso di questi è Il messaggio imperiale (ambientato in estremo oriente, forse in Giappone, considerata la simbologia solare; o forse in Cina, considerato che una delle fonti di Kafka fu Il Milione di Marco Polo; e anzi sicuramente in Cina, dato che il racconto ritorna, invariato, in Durante la costruzione della muraglia cinese; e che influenzò Borges per la stesura di un altro racconto paradossale), ma il più bello è, io credo, Il villaggio vicino. Così suona:
Mio nonno soleva dire: "La vita è straordinariamente breve. Ora mi si contrae a tal punto, nel ricordo, che non riesco a comprendere come, per esempio, un giovane possa decidersi a cavalcare fino al villaggio più vicino senza temere che - a parte ogni disgrazia - la durata di una vita normale, che trascorra serenamente, possa non essere affatto sufficiente a compiere un simile tragitto".
Il messaggio imperiale, invece, è quest'altro:
L'imperatore - così si dice - ha inviato a te, al singolo, all'umilissimo suddito, alla minuscola ombra sperduta nel più remoto cantuccio di fronte al sole imperiale, proprio a te l'imperatore ha mandato un messaggio dal suo letto di morte. Ha fatto inginocchiare il messaggero accanto al letto e gli ha bisbigliato il messaggio nell'orecchio; tanto gli stavi a cuore che s'era fatto ripetere, sempre all'orecchio, il messaggio. Con un cenno del capo ne ha confermato l'esattezza. E dinanzi a tutti coloro che erano accorsi per assistere al suo trapasso: tutte le pareti che ingombrano sono abbattute e sulle scalinate che si ergono in larghezza e in altezza stanno in cerchio i grandi dell'impero; dinanzi a tutti questi ha congedato il messaggero. Il messaggero s'è messo subito in cammino; un uomo robusto, instancabile; stendendo a volte un braccio, a volte l'altro fende la moltitudine; se incontra resistenza indica il petto dove c'è il segno del sole; egli avanza facilmente come nessun altro. Ma la moltitudine è enorme; le sue abitazioni non finiscono mai. Come volerebbe se potesse arrivare in aperta campagna e presto udresti il meraviglioso bussare dei suoi pugni al tuo uscio. Invece si affatica quasi senza scopo; si dibatte ancora lungo gli appartamenti del palazzo interno; non li supererà mai, e se anche ci riuscisse nulla sarebbe ancora raggiunto; dovrebbe lottare per scendere le scale, e se anche ci riuscisse nulla sarebbe ancora raggiunto; bisognerebbe attraversare i cortili, e dopo i cortili il secondo palazzo che racchiude il primo; altre scale, altri cortili; e un altro palazzo; e così via per i millenni; e se riuscisse infine a sbucare fuori dal portone più esterno - si troverebbe ancora davanti la capitale, il centro del mondo, ricoperta di tutti i suoi rifiuti. Nessuno può uscirne fuori e tanto meno col messaggio di un morto. Tu, però, stai alla tua finestra e lo sogni, quando scende la sera.
Il paradosso doveva essere adatto alla mente di Kafka, per via del suo particolare carattere mostruoso; e Kafka ha felicemente provveduto a esplorarne le possibilità d'incubo. Se posso dirlo, i suoi racconti ci fanno pensare a quei particolari sogni in cui corriamo, corriamo, e cerchiamo qualcosa; ma non riusciamo mai a trovarla.

Il 1942 è il turno di Dino Buzzati di dare alle stampe una raccolta di racconti, I sette messaggeri. Il primo di questi racconti dà il nome a tutta la raccolta. Il tema è il paradosso di Zenone; ma mi pare di trovarci anche il particolare sapore di Kafka. Non dimentichiamo che Buzzati conosceva Kafka, e che ne era stato influenzato come è impossibile dire in questa sede.
Ci limiteremo stavolta a riportare alcuni estratti del racconto, che altrimenti sarebbe troppo lungo per i limiti di un blog:
Partito ad esplorare il regno di mio padre, di giorno in giorno vado allontanandomi dalla città e le notizie che mi giungono si fanno sempre più rare.
Ho cominciato il viaggio poco più che trentanne e più di otto anni sono passati, esattamente otto anni, sei mesi e quindici giorni di ininterrotto cammino. Credevo, alla partenza, che in poche settimane avrei facilmente raggiunto i confini del regno, invece ho continuato ad incontrare sempre nuove genti e paesi; e dovunque uomini che parlavano la mia stessa lingua, che dicevano di essere sudditi miei.
Penso talora che la bussola del mio geografo sia impazzita e che, credendo di procedere sempre verso il meridione, noi in realtà siamo forse andati girando su noi stessi, senza mai aumentare la distanza che ci separa dalla capitale; questo potrebbe spiegare il motivo per cui ancora non siamo giunti all'estrema frontiera.
Ma più sovente mi tormenta il dubbio che questo confine non esista, che il regno si estenda senza limite alcuno e che, per quanto io avanzi, mai potrò arrivare alla fine.
Mi misi in viaggio che avevo già più di trent'anni, troppo tardi forse. Gli amici, i familiari stessi, deridevano il mio progetto come inutile dispendio degli anni migliori della vita. Pochi in realtà dei miei fedeli acconsentirono a partire.
Sebbene spensierato - ben più di quanto sia ora! - mi preoccupai di poter comunicare, durante il viaggio, con i miei cari, e fra i cavalieri della scorta scelsi i sette migliori, che mi servissero da messaggeri.
[...] Avanti, avanti! Vagabondi incontrati per le pianure mi dicevano che i confini non erano lontani. Io incitavo i miei uomini a non posare, spegnevo gli accenti scoraggianti che si facevano sulle loro labbra. Erano già passati quattro anni dalla mia partenza; che lunga fatica. La capitale, la mia casa, mio padre, si erano fatti stranamente remoti, quasi non ci credevo. Ben venti mesi di silenzio e di solitudine intercorrevano ora fra le successive comparse dei messaggeri. Mi portavano curiose lettere ingiallite dal tempo, e in esse trovavo nomi dimenticati, modi di dire a me insoliti, sentimenti che non riuscivo a capire. Il mattino successivo, dopo una sola notte di riposo, mentre noi ci rimettevamo in cammino, il messo partiva nella direzione opposta, recando alla città le lettere che da parecchio tempo io avevo apprestate.
Ma otto anni e mezzo sono trascorsi. Stasera cenavo da solo nella mia tenda quando è entrato Domenico***, che riusciva ancora a sorridere benché stravolto dalla fatica. Da quasi sette anni non lo rivedevo. Per tutto questo periodo lunghissimo egli non aveva fatto che correre, attraverso praterie, boschi e deserti, cambiando chissà quante volte cavalcatura, per portarmi quel pacco di buste che finora non ho avuto voglia di aprire. Egli è già andato a dormire e ripartirà domani stesso all'alba.
Ripartirà per l'ultima volta. Sul taccuino ho calcolato che, se tutto andrà bene, io continuando il mio cammino come ho fatto finora e lui il suo, non potrò rivedere Domenico che fra trentaquattro anni.
[...] Non esiste, io sospetto, frontiera, almeno nel senso che noi siamo abituati a pensare. Non ci sono muraglie di separazione, né valli divisorie, né montagne che chiudano il passo. Probabilmente varcherò il limite senza accorgermene neppure, e continuerò ad andare avanti, ignaro [...]
Si veda come, dall'ambientazione ai personaggi, I sette messaggeri si configuri come un'elaborata variazione de Il messaggio imperiale.

Arrivati alla fine, vi confesso che questa lunga e faticosa serie per me ha un valore, come quell'altra lunga e faticosa serie, perché quattro anni fa mi ha offerto l'occasione per scrivere a mia volta un racconto, che fosse una continuazione di questi. Cosa sia successo quattro anni fa perché sia in qualche modo il centro dei miei pensieri non so dirlo; ma in questi articoli è così. Il racconto si intitola L'incidente di Zenone e, se fino ad ora tutti i precedenti si concentravano sull'impossibilità di muoversi nello spazio, questo tratta della simmetrica impossibilità di muoversi nel tempo****. Eccolo:
Mentre la macchina esce di carreggiata e il muro si avvicina al parabrezza a una velocità che è quasi di 97 km/h, mi sorprendo a pensare a dove io abbia sbagliato.
La divinazione non è la credenza che le stelle influenzino il nostro destino; piuttosto quella che, quando Dio creò il mondo, lo sincronizzò in modo tale che il cielo prefigurasse la terra, o che la terra prefigurasse il cielo, e che ogni simbolo e minima variazione dell'uno corrispondessero a un cambiamento nell'altro. Avrei potuto indovinare questa giornata dai segni in fondo al tè, o altrettanto facilmente dal volo degli uccelli... ma ero di fretta, e il cielo stamane era coperto.
(Ricordo Laio e Acrisio e mi appunto mentalmente che la risposta dell'oracolo è sempre morte. Questo forse acquieterà i miei tardi rimpianti.)
La macchina punta, in una traiettoria che ormai mi è impossibile evitare, contro una parete di sassi e calce a una velocità che è 12 volte inferiore a quella del suono. Di converso immagino il rumore lancinante che produrrà l'accartocciarsi delle lamiere e della barriera che infine cede, e poi l'acre aroma della carne bruciata; e so che in quell'attimo morirò. Niente può più salvarmi.
A meno che... a meno che. Dove la magia e la tecnica falliscono, forse allora riuscirà il ragionamento. Devo tenere a mente che, secondo Crowley, la magia non è che una malattia del linguaggio; così come, secondo Wittgenstein, lo è la filosofia. Guardo il muro di fronte a me: ormai non disterà più di un metro. Io so che, per completare questo metro, prima dovrò percorrerne la metà: vale a dire che, prima di aver percorso un metro, dovrò avere percorso 50 centimetri. Una volta convintomi di questo, il passo seguente è più facile: per percorrere 50 centimetri, prima, dovrei percorrerne 25; e prima 12,5; e prima ancora 6,25. E così via, scomponendo sempre della metà, prima di percorrere la metà della metà della metà della metà dovrei percorrerne la metà: l'operazione è ricorsiva perché il punto, che è il fondamento della retta, è privo di dimensioni.
Dilatando le distanze a una somma infinita di mezzi, riesco a dilatare anche il tempo di percorrenza, e per percorrere un numero infinito di punti ho bisogno di una quantità infinita di tempo.
All'improvviso la corsa della macchina si arresta, e io con lei. Sono bloccato, e con me il mondo, cristallizzato in questo attimo che non potrà mai cessare, perché prima dovrebbe passarne la metà, e prima ancora la metà della metà e così via; ma finché terrò questo a mente, sarò immortale.

Calvino, nel racconto Ti con zero (1967), sfrutta il paradosso della freccia per dedurne l'immortalità dell'arciere, e poi per indagare la natura e il valore del tempo e dello spazio. Questo mio racconto lo riassume, lo semplifica, e lo varia quel tanto che basta per poter dire che è mio. 

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* Se l'Idea Iperuranica di Uomo è la somma di tutte le caratteristiche più rilevanti e comuni tra gli uomini, tali per cui noi li chiamiamo per l'appunto uomini, allora esso dovrà essere a sua volta un uomo. Ma allora dovrà esistere un terzo uomo che è partecipa delle caratteristiche comuni tra l'Uomo e gli uomini, e via così con un quarto uomo, e poi un quinto, e poi...
** I testi che abbiamo di Aristotele sono quelli tecnici, o esoterici; i suoi dialoghi, che nell'antichità sono state le uniche testimonianze del suo genio, per quanto ne so, sono andati tutti perduti. Sorte opposta a quella toccata al suo maestro Platone, di cui abbiamo conservato solo i dialoghi, o opere essoteriche. Per questo, se posso azzardarmi, leggere Platone è infinitamente più piacevole che leggere Aristotele.
*** I sette messaggeri hanno nomi che iniziano con le prime sette lettere dell'alfabeto latino: Alessandro, Bartolomeo, Caio, Domenico, Ettore, Federico, Gregorio. Il gioco geometrico è qui evidentissimo.
**** Anni dopo ho scoperto che William James, nel 1911, trattò lo stesso argomento sfruttando lo stesso paradosso.