lunedì 31 ottobre 2016

Mamma RAI e la parità

Ieri, domenica 30 ottobre 2016, la puntata di Uno mattina in famiglia si apriva con un servizio sulla preoccupante demascolinizzazione degli uomini italiani. Lo spunto per il servizio lo offriva un articolo dell'Huffington Post. Nell'articolo appare un intervento molto intelligente della sessuologa e psicoterapeuta Maria Claudia Biscione e, a seguito, un elenco di sei "mosse" per "gestire gli uomini che si comportano da donne" di Veronica Mazza, che invece non definirei affatto intelligente. Tra i consigli per le donne che non si accontentano di uomini demascolinizzati ci sono "non trasformatevi in un uomo: attente a sovrapporvi a quello che dovrebbe fare lui" e "ponete un limite al suo lato femminile". A me suona un po' come "l'uomo deve fare l'uomo e la donna deve fare la donna, la parità va bene fuori dal letto e i ruoli in una relazione devono rimanere stabili e ben chiari".
Mi sbaglierò.


Uno mattina in famiglia, dicevo, ha parlato della demascolinizzazione dell'uomo nella società contemporanea. Il conduttore Tiberio Timperi stuzzica l'ospite di turno, Massimo Ciavarro, lì in rappresentanza della virilità italiana e a rimpianto dei tempi andati, dicendogli "ora sei tu la donna". L'ospite alza gli occhi al cielo e non risponde, ma accusa il colpo. Una battuta stupida, però: non dovrebbe essere una presa in giro essere chiamato donna perché non è vergognoso essere una donna. Avrebbe potuto dirgli "ora sei tu il frocio" e sarebbe stata la stessa cosa.
Lasciamo stare. Si passa adesso al collegamento con Maurizio Bossi, andrologo e sessuologo, che, pur contento che gli uomini stiano acquisendo alcune caratteristiche femminili (come, dice lui, la preoccupazione per l'igiene intima. Sic!), denuncia anche il pericolo che essi possano abdicare alle caratteristiche più tipicamente maschili. Ne cita due su tutte: la maggior pacatezza e la maggior razionalità.
Perché le donne, si sa, sono poco razionali. Lo dicono gli studi, non ce n n'è. Complimenti per avercelo ricordato, Dr. Bossi. E complimenti anche a Timperi per (non) averlo corretto. Le donne sono meno razionali degli uomini: per questo non dovrebbero mai avere ruoli di responsabilità in azienda o nel governo.

Fonte: questa.
Voglio essere chiaro. Questo blog sostiene la posizione che, a parte le più evidenti diversità fisiologiche, le differenze tra uomo e donna siano di origine sociale. Sostiene anche la posizione che queste differenze debbano appartenere al passato; non perché solo così potremmo avere accesso a un radioso futuro - io non sono un profeta, non lo so -, ma solo perché è giusto che sia così. Non mi sposterò di un centimetro da questa posizione.
Sulla pagina Facebook del blog capita spesso che io condivida articoli o interventi riguardo il femminismo. Sul blog vero e proprio, però, non mi è mai capitato di pubblicare articoli in merito. Questo fino a settimana scorsa, quando ho pubblicato un articolo sulla validità linguistica della parola "femminicidio". L'articolo ha aperto la categoria Femminismo. Ora sarà mio piacere riempirla.

Un'ultima nota. Non voglio accusare la RAI di essere una rete reazionaria. Questo non è vero. La RAI è una realtà complessa e, come tale, sottoposta a molte spinte diverse. Di pochi giorni fa è la notizia, ad esempio, che durante un episodio di Un medico in famiglia (quindi una delle serie più longeve e di successo della RAI) gli spettatori hanno potuto assistere a un bacio omosessuale tra un protagonista e un personaggio secondario. Non seguo Un medico in famiglia, ma credo di aver capito che non si tratta di personaggi caricaturali. Come si può vedere qui, l'evento ha avuto molta risonanza.
Metto a confronto il servizio di Uno mattina in famiglia e la puntata di Un medico in famiglia e mi viene da pensare. La TV generalista, in Italia, ha molta strada da fare, per raggiungere una posizione più illuminata sul rapporto uomo/donna e sulla parificazione sessuale. Ma la sta percorrendo. Lentamente, con anni di ritardo rispetto al resto del mondo e con continue marce indietro... ma la sta percorrendo. Penso ci sia addirittura una speranza che, superata una certa resistenza iniziale, acceleri.
Incrociamo le dita.

lunedì 24 ottobre 2016

C'è chi non vuole sentir parlare di femminicidio

Nel grande mondo dei social, ormai, è qualche tempo che si discute sulla legittimità della parola "femminicidio". Del resto, sui social siamo un po' tutti studiosi di linguistica.
C'è ad esempio una corrente di pensiero che sostiene che "femminicidio" sia una parola priva di valore. Già la parola "omicidio", che deriva da "homo" nel senso di "umano" e non di "uomo maschio", veicolerebbe da sé il significato di femminicidio. Alcuni affermano quindi che la parola "femminicidio" sia femminista (spregiativo), voluta dalle lobby femministe (sempre spregiativo) per sviare l'attenzione verso il mondo circoscritto della violenza sulle donne. O qualcosa del genere.
Fonte Facebook
Altri, un po' più sensatamente, sono preoccupati all'idea che usare una parola a parte, come dire laterale, possa far pensare a una differenza di gravità tra essa e un altro tipo di omicidio. O che la parola possa venire sfruttata per stigmatizzare non tanto il fenomeno del femminicidio quanto le sue vittime. Tra l'altro possiamo vedere ogni giorno che la loro non è una paura infondata:

Il Giornale. Qui un articolo in proposito.
Per parte mia sostengo che femminicidio sia una parola valida e che merita di essere utilizzata. A quelli che credono che bisognerebbe sostituire "femminicidio", ovunque appaia, con un più generico "omicidio", faccio notare che in Italia, vivaddio o purtroppo, esistono molte parole il cui significato è di "assassinio di una particolare categoria umana". Patricidio, matricidio, fratricidio, uxoricidio... Vogliamo eliminarle tutte?
Ci si concentra su "femminicidio" e non su "parricidio", ad esempio (cioè l'omicidio di un parente), nonostante si possano muovere a entrambe le stesse accuse. Il che è stranissimo. Tanto più che la Treccani ci assicura che la parola "femminicidio" è legittima, nella sua costruzione, e non infrange nessuna regola italiana.
Con quelli che invece temono che "femminicidio" possa portare a una ghettizzazione del problema mi trovo d'accordo... in parte. Tuttavia dovremmo concentrarci sul significato esatto della parola, e non su quello che certi media e un certo tipo di opinione pubblica cercano di far passare. Sempre secondo la Treccani (riporto la definizione) il femminicidio riguarda l'eliminazione fisica o l'annientamento morale della donna e del suo ruolo sociale. Per femminicidio si intende quindi l'uccisione di una donna in quanto donna. Se un pazzo entra in un locale con un fucile e uccide sei uomini e cinque donne, non si parla di "sei omicidi e cinque femminicidi", perché l'attacco non è stato causato dal loro essere donne ma dal loro trovarsi proprio in quel bar in quel momento. Ma se un uomo uccide una donna perché lei ha deciso di lasciarlo, per difendere il suo diritto di "possederla", allora sì, quello è un femminicidio, ed è giusto chiamarlo in questo modo.

Otto croci per otto cadaveri di donne trovate a Ciudad Juàrez nel 1998.
Il numero delle donne uccise a Ciudad Juàrez dal 1993 al 2005 è stimato attorno a 370.
La cosa peggiore, qui, è che a volte ci dimentichiamo che non è la parola "femminicidio" a essere sbagliata. È la condizione della donna in Italia - così come in molti altri Paesi -, che richiede addirittura l'invenzione di una parola apposita per definirne l'omicidio, che è sbagliata. La semantica non c'entra.


(Per approfondire l'argomento, vi rimando a questo articolo dell'Accademia della Crusca, che a suo tempo condivisi sulla pagina Facebook del blog.)

lunedì 17 ottobre 2016

Vivere (d)i libri (aprile 2016 - ottobre 2016)

E rieccoci finalmente, Veri Credenti, con la rubrica Vivere (d)i libri(TM). Quella vera, mica i Cosa leggo questa settimana che usavo per riempire il vuoto esistenziale. Sono mesi che ve la prometto, arriva, vi giuro che arriva, ma prima per una cosa (l'Esame di Stato) poi per un'altra (l'estate) ho continuato a rimandare. Be', adesso basta. Adesso torniamo a fare sul serio.
Per l'occasione vi voglio proporre una rubrica tutta speciale: dedicata solo ai fumetti.


di AAVV.
Come aveva già fatto lo scorso anno con la Marvel, nel 2016 la Comicon Edizioni ha dato alle stampe questa raccolta di articoli e tavole ispirata alla mostra del Salone Internazionale del Fumetto di Napoli. Il tema naturalmente è la DC, la Distinta Concorrenza della Marvel, una delle più grandi Case Editrici di fumetti al mondo.
Il libro è ricco di curiosità, e le tavole, come già quelle della Marvel, da sole valgono il costo del volume (che è di 24 euro - considerate che è a colori), ma gli articoli sono vistosamente di parte. Non leggermente di parte, come ci si sarebbe aspettati da un prodotto del genere. Sembra infatti che l’unico scopo degli autori fosse di far passare l'immagine di una DC industria perfetta, ma che dico industria, praticamente una famiglia, piena di persone gentili e geniali che dal 1938 - anno di nascita di Superman - non ha mai commesso un solo errore, quale che sia il medium che ha scelto di esplorare. Per fare un esempio, si lascia intendere che i rapporti tra Siegel, Shuster (inventori di Superman) e la Casa Editrice siano sempre stati, dal momento in cui i due consegnarono le prime bozze in redazione, a dir poco idilliaci. Si dimenticano cioè di citare gli anni di cause legali e di mobilitazione di fumettisti per far riconoscere ai due autori, sfruttati e poi abbandonati, quel minimo di diritti sul loro remunerativo personaggio.

A tratti questa tendenza all’idolatria diventa ridicola - nel senso che mi ha proprio fatto ridere. Non una sola parola di critica è stata spesa per lavori oggettivamente indifendibili come i film Superman IV: The Quest for Peace e Batman & Robin di Schumacher. Ogni frase è una frase di elogio: se non c’è nulla da elogiare, allora è meglio non scrivere nulla. L’unico articolo che viene meno a questo perentorio diktat è l’ultimo, riguardante le trasposizioni videoludiche dei personaggi. Del resto, si sa, questi videogiocatori non hanno rispetto per nulla!


OMAC
di Jack Kirby
Ho aspettato alcune settimane, dalla fine della lettura di questo volume (che raccoglie per intero l'Omac di Kirby) prima di buttare giù la mia recensione. Questo perché avrei voluto dire tante di quelle cose che non ci sarebbero state in un solo articolo. Ora invece che il tempo è passato, posso guardare alla cosa con più distacco.

Omac è un capolavoro. Più ancora di Quarto Mondo, in queste pagine possiamo godere del talento senza limiti di Kirby, sia come disegnatore (preferisco sempre i bianchi e neri di Kirby, ma le chine di Bruce Barry e di Mike Royer sono molto rispettose del materiale originale) sia come scrittore.
Omac è nato dalla stessa idea che ai tempi generò Capitan America. Un uomo qualunque viene trasformato in un supersoldato per difendere la Giustizia e la Pace nel mondo. Solo che le storie di Omac sono ambientate nel futuro, e permettono a Kirby di mostrarci una fantascienza più sottile di quella di un comic tradizionale. Fantascienza, beninteso, usata non come mezzo per predire il futuro, ma come strumento per interpretare il presente.
La prima storia della raccolta è forse la più bella. Si apre in medias res, con la figura a tutta pagina di una scatola piena di polistirolo da cui spuntano le gambe nude, le braccia e la testa di una donna che ci assicura, con espressione vacua, che se vogliamo sarà nostra "amica". Vediamo confusamente il dolore del supereroe con la cresta, Omac, che la riconosce ("Lila... LILA!" urla). A questo punto parte il flashback.
Omac ci viene presentato nella sua forma umana, pre-trasformazione: un uomo gentile e solo, incapace di farsi largo nel mondo e schiacciato dal peso dell'esistenza. L'unica gioia della sua vita sono le chiacchiere scambiate con un'amica un po' misteriosa che si chiama Lila. Con lei si apre, parla, e capiamo che un po' si innamora. Finché non scopre la verità: Lila è un robot progettato per scopi sessuali, e lui la cavia su cui venivano testate le sue capacità di mimare un vero essere umano.
Proprio la figura dell'uomo prima di Omac, chiamato (non a caso) Buddy Blanc, è la più tragica della raccolta: Buddy viene semplicemente cancellato dall'arrivo di Omac. Un uomo così dolorosamente solo che lo si uccide senza pensarci due volte, solo per fare spazio a un eroe che è tutto il contrario: forte, coraggioso, amato da tutti.
L'ultima nota voglio spenderla per Brother Eye, l'onnipotente satellite che è la seconda incarnazione di Omac. Eh sì, perché Omac è un progetto formato da due parti: una umana e una artificiale, in orbita attorno alla terra. Brother Eye ricorda molto da vicino quel VALIS di Dick, quella vasta intelligenza divina a forma di satellite, che è un'altra pietra miliare della fantascienza americana.


LANTERNA VERDE: ORIGINI SEGRETE
di Geoff Johns e Ivan Reis
Da anni si fa un gran parlare di Geoff Johns, Sommo Demiurgo dell'Universo DC, ma io non mi ero mai avvicinato alle sue opere. Questo finché non mi è giunta eco di quello che sta succedendo a Superman & Co. dopo l'ultimo recentissimo reboot. Sembra si stia cercando di integrare l'universo DC classico con quello iperrealista di Watchmen. Se il colpo riuscisse, si potrebbe dare un senso a tutto quello che è successo alla DC dal '38 in poi. Questo progetto è il più ambizioso dai tempi di Crisi sulle Terre Infinite e ha come architetto lo stesso Johns. Perciò ho deciso di recuperare qualcosa di suo, per farmi un'idea delle potenzialità del progetto. Così, quando in fumetteria ho trovato Lanterna Verde: Origini Segrete (nella collana DC Best della Lion RW, storie classiche in volumi di piccolo formato e a poco prezzo), mi sono detto "Perché no?" La raccolta rinarra le origini della seconda Lanterna Verde, Hal Jordan.
Origini Segrete è un bel fumetto. Moderno, pieno di citazioni e con qualche puntata nostalgica alla Silver Age. In una parola, un fumetto ispirato. Ora posso stare tranquillo: so che la DC è in buone mani, e con Geoff Johns al comando seguirò con piacere le sue future evoluzioni.


LA SAGA DEI BOJEFFRIES
di Alan Moore e Steve Parkhouse
Ogni tanto la Bao Publishing fa il sorpresone e distribuisce un fumetto che neanche sapevi esistesse, ma di cui avevi bisogno. Ne avevi bisogno perché lo ha scritto Lui, il Bardo di Northampton, il Magus, il più grande sceneggiatore e sosia di Babbo Natale vivente, Alan Moore.
Nato sulle pagine della mitica Warrior, La Saga dei Bojeffries è un fumetto comico, un po' I Mostri e un po' Little Britain. I Bojeffries sono la tipica famiglia proletaria inglese, solo che il nonno è un mostro immortale fatto di muschio, la figlia maggiore è un irascibile energumeno con la forza di fare a braccio di ferro con un buco nero, e in cantina è rinchiuso un bebè termonucleare. Ci sono vampiri, licantropi e stranezze di ogni tipo nella famiglia Bojeffries. Per questo la amiamo.
L'idea (come tutte le idee di Moore) era ottima, e il fumetto è ancora genuinamente divertente. L'unico problema è che le storie dedicate ai Bojeffries sono troppo poche. Moore e Parkhouse, il disegnatore, non hanno fatto in tempo a esplorare appieno il potenziale del loro lavoro prima che la collana chiudesse. Ci sono dei capitoli finali di commiato, scritti anni dopo, a intervalli, ma fanno uno strano effetto, perché sembrano numerosi tanto quanto i capitoli originali. Per questo, pur essendo un fumetto di qualità, La saga dei Bojeffries rischia di lasciare un po' l'amaro in bocca ai lettori. Tuttavia consiglio spassionatamente a tutti gli appassionati di Moore di comprarla.


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lunedì 10 ottobre 2016

Genitori lettori

Nella mia esperienza di accanito lettore, nonché di psicologo dello sviluppo, credo di aver individuato sette tipi diversi di genitori-lettori. Li si riconosce agevolmente, in base alla loro idea di quale sia il miglior libro per bambini del mondo. Scopriamoli uno per uno!

IL NOSTALGICO
Il nostalgico di solito bofonchia qualcosa come "Facciamogli leggere L'Isola del Tesoro di Stevenson. Perché? Be', perché è stato il primo romanzo che ho letto io quando ero ragazzo". Il ragionamento fila.

L'ANACRONISTICO
"Il miglior libro per ragazzi è Il Vento tra i Salici di Kenneth Graham. Dev'essere vero perché ho letto la recensione su questa edizione del Times del 1948".

L'EX-SCOUT
"Mio figlio a memoria deve sapere Il Libro della Giungla. Kipling bisogna mandarlo a memoria. Sennò schiaffi".
(Un saluto a tutti i nostri affezionati lettori dell'AGESCI.)

IL SADICO
"La Collina dei Conigli di Richard Adams è il più grande classico per bambini mai scritto".

QUELLO CHE GUARDA AL FUTURO
"Peter e Wendy è il miglior libro per bambini mai scritto. Quando l'ho letto, a trentadue anni, ne ho ammirato la perfezione dello stile, l'atmosfera onirica, le continue avventure, l'ironia e il sense of wonder. Assolutamente fantastico".

IL SADICO 2
"Il Signore delle Mosche di William Golding è il più grande classico per bambini mai scritto".

QUELLO CHE ALLA FINE HA PROPRIO RAGIONE
"Non so cosa darei da leggere a mio figlio, ma se devo sbilanciarmi direi Roald Dahl. Così vado sul sicuro".


Vi starete chiedendo perché io abbia scritto questo articolo. Be', perché anche io, dopo le fatiche di Galvano, mi sto cimentando con un libro per bambini. Come si chiama il libro? Il titolo è ancora TOP SECRET, naturalmente, ma posso dirvi che dovrebbe essere pronto e riletto tra un paio di mesi. Fino ad allora, ciao!

[Tra parentesi, io credo sia Peter e Wendy il più bel libro per bambini mai scritto, ma non sono un genitore. Per altri approfondimenti sulla letteratura per l'infanzia, comunque, vi rimando a questo articolo. Ci sentiamo presto, Veri Credenti ^^]