venerdì 29 luglio 2016

C'era una volta un blog - La bella estate

Ci dobbiamo salutare per un po', io e voi. Fino a due settimane fa la scusa era l'Esame di Stato, adesso sono le vacanze... Com'è come non è, per qualche tempo non potrò aggiornare il mio blog come si conviene. Qualche post veloce, di ridere, e per il resto #sonno. Ma in questo periodo non me ne starò con le mani in mano: ho infatti intenzione di (seguono due punti e lista numerata):

  1. scrivervi un paio di articoli per quando torno, che avevo in mente fin dall'apertura di questo blog ma che vuoi per questo vuoi per quello ho sempre rimandato. Uno dovrebbe essere su Neon Genesis Evangelion, l'anime più pissicologgico del mondo; l'altro dovrebbe invece riguardare le lezioni del Prof. Tolkien sul Beowulf, e farà naturalmente parte della sezione Letteratura.
  2. correggere Il Cavaliere Verde e Sir Galvano. Cos'è Il Cavaliere Verde e Sir Galvano? Be', il mio romanzo. Ne parlo qui, qui e qui. E scussate se èppoco.
  3. preparare le lezioni per un corso di scrittura creativa che terrò presso l'Università della Terza Età da... ottobre(?). Si tratta in effetti di volontariato, quindi non retribuito, con una classe di alunni pensionati. Il mio progetto di corso, corredato da un esempio di lezione, è stato accettato dal Consiglio di Università, e ora sono dentro. E non è detto che, da una o più lezioni, non possa tirare fuori anche qualche buon articolo per Psicologia e Scrittura.
Questo è quanto. Ve saluto. Buone vacanze, veri credenti: ci risentiamo a ferie concluse!

Estate a Neo Tokyo-3: Whish you were here!

mercoledì 27 luglio 2016

Femminino cristiano

Qualche giorno fa ho letto questo articolo. Si tratta di un'intervista a Sergio Martella, psicologo e psicoterapeuta, docente presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell'Università di Padova. Nell'articolo si discute degli effetti negativi dell'educazione cristiana sulla salute del bambino. Mi ha colpito in particolare questo paragrafo:
Alcuni lessici del linguaggio comune rivelano la natura matriarcale della chiesa: "Don" è contrazione di "donna", è anche il suono del batacchio sotto la gonna-campana, iconologia della madre che in sé trattiene il figlio-fallo, nella fattispecie il prete; "duomo" è la fusione di donna-uomo, i frati recano il cordone ombelicale ancora non reciso alla vita, le suore il velo placentale segno di possesso della madre; il divieto all'uso della sessualità sottolinea la centralità e l'obbedienza all'unico sesso della madre.

Si potrebbe liquidare la faccenda dicendo che il Dott. Martella non si ricorda che duomo deriva dalla parola domus, latino per casa, senza essere la crasi di niente. Ma sarebbe un'obiezione semplicistica. La sua è un'analisi della parola lacaniana (teniamo da parte il batacchio della gonna-campana e l'obbedienza tipicamente ecclesiastica al sesso della madre). Il suo è un procedimento impuro, in cui si analizza l'inconscio del linguaggio senza affiancarlo a uno studio dedicato, quello della linguistica. Per farvi capire cosa intendo, credo che sarebbe lo stesso dire che il torrone si chiami così perché nella nostra mente è, o sostituisce, o indica in qualche modo un collegamento con una grossa torre. 




lunedì 25 luglio 2016

Non c'è bisogno di guardare nell'abisso

Non scriverei questo articolo se, nell'ultimo periodo, non avessi visto ogni sorta di medium riempirsi di interventi vergognosi sull'omicidio di Sara Di Pietrantonio. Anche così, ho aspettato parecchio prima di pubblicarlo - il che suonerà forse un po' ipocrita. Personalmente capisco il bisogno di parlare, a torto o a ragione, e di sfogarsi, di ridimensionare la tragedia come è possibile; ma non lo sento quasi mai in prima persona. Per questo fin dal principio mi sono ripromesso di tenere Psicologia e Scrittura lontana da questo genere di articoli (l'unica eccezione che ho fatto è stata per la morte di Paolo Poli): articoli che, più spesso che altro, servono a cavalcare l'onda dell'indignazione per ottenere visualizzazioni.

Il razionale dietro certi articoli
Sara Di Pietrantonio è morta. Precedentemente aveva chiesto aiuto e nessuno l'ha ascoltata. Gli automobilisti che le passavano accanto non si sono fermati. È inutile rivangare la storia. La conoscono tutti. E infatti tutti, fin dal giorno dopo, hanno tuonato, su internet o in televisione, sui giornali o sulle riviste, sostenendo che loro sì si sarebbero fermati, nessun dubbio, e avrebbero fatto qualcosa; o, quelli più sinceri tra loro, dicendo che perlomeno avrebbero chiamato la polizia, se fossero stati presenti.
Non posso dire che sia vero o che sia falso. Io dico che, per quanto mi riguarda, non so cosa avrei fatto. Probabilmente avrei agito come quelli che si sono davvero trovati in quella situazione, gli unici che possano parlare con cognizione di causa e non con ragionamenti controfattuali, fuori contesto, al sicuro dietro una tastiera o in uno studio televisivo. Questo non significa che io abbia l'impressione di essere un menefreghista. Allora perché dico così?

L'EFFETTO SPETTATORE
Nel 1968 e nel 1970 due psicologi, John Darley e Bill Latanè, condussero due esperimenti. Il primo prevedeva la convocazione dei soggetti in una sala d'attesa per compilare un questionario (situazioni sperimentali con un soggetto isolato o insieme a due complici dello sperimentatore oppure ancora con più soggetti). Durante lo svolgimento dell'esperimento veniva fatto entrare del fumo da una fessura sotto la porta. Quando nella stanza era presente un solo soggetto, già nei primi minuti egli correva a dare l'allarme (nel 75% dei casi); nella situazione con più soggetti, così come quando nella stanza erano presenti dei complici il cui scopo era fingere disinteresse, soltanto il 38% dei soggetti cercava di dare l'allarme entro i primi sei minuti,
Il secondo esperimento prevedeva la convocazione di un soggetto in una cabina chiusa dotata di cuffia e microfono. Il soggetto credeva, attraverso questa cuffia e questo microfono, di poter comunicare con l'esterno e di poter ascoltare altri soggetti sperimentali in altrettante cabine - in realtà voci registrate. Una delle voci, a un certo punto, simulava un malessere e chiedeva che qualcuno l'aiutasse. Come rispondevano i soggetti?
Quando credevano di essere soli con la persona che si sentiva male, l'85% di loro interveniva immediatamente. Nel caso credessero di essere in compagnia di altre due persone, il 62% interveniva; quando credevano che quattro persone oltre a loro partecipassero all'esperimento, soltanto il 31% faceva qualcosa.
Già dopo il primo esperimento, Darley e Latanè formularono la Teoria dell'ignoranza pluralistica o Effetto Spettatore. Le persone, secondo questa teoria, sono portate a non intervenire in situazioni di emergenza se, in compagnia, nessun altro interviene. Possono credere che tutto proceda normalmente, che altri e più qualificati di loro debbano intervenire (questo è un buon esempio di come l'Effetto Spettatore sia a volte utile: in un incidente stradale è bene non gettarsi nella mischia, salvo pericoli immediati, prima che arrivino i soccorsi), o chissà che altro. Forse, all'interno del gruppo, esperiscono quella che si chiama diffusione di responsabilità, cioè un senso di colpa minore perché suddiviso tra più persone.
Se vogliamo dirla con altre parole, più persone sono spettatrici di una situazione, meno ognuna di loro si sentirà in dovere di intervenire per prestare soccorso o evitarla. Questo si può applicare anche a una richiesta d'aiuto su una strada più o meno trafficata*.
Espressioni agghiaccianti

IL CASO KITTY GENOVESE
Nel 1964, nel cortile di un condominio di New York, una ragazza, Kitty Genovese, venne accoltellata da Winston Moseley, assassino e necrofilo. I vicini sentirono le sue grida e si affacciarono alle finestre. Uno di loro urlò e Moseley, per paura di essere catturato, fuggì. Allora la Genovese si rialzò e, sanguinante, si allontanò per quanto poteva dal luogo dell'aggressione. Successivamente Moseley tornò indietro, la raggiunse, la pugnalò di nuovo, la violentò, la derubò e scappò prima che una delle persone che stavano guardando si decidesse a chiamare il 911. La ragazza morì di lì a poco.
Il caso, per quanto agghiacciante, è meno estremo di quello che riporta il New York Times il giorno dopo e che ricorda la cultura di massa. La maggior parte degli spettatori del primo assalto di Moseley dalle loro postazioni non potevano vedere che Genovese, quando si allontanò, era sanguinante. Molti di loro credettero che fosse stata picchiata, non accoltellata, e uno in effetti chiamò già allora la polizia, che però non dette peso alla cosa. Nessuno di loro assistette al secondo attacco. Molti di quelli che sentirono le urla non capirono che erano di dolore, e altri pensarono a un litigio tra innamorati, acceso ma innocuo. Quante volte noi, sentendo delle urla di bambini in lontananza, concludiamo che stanno solo giocando? In tutto le persone coinvolte nel caso furono una dozzina, comprese quelle che, ingenuamente ma in buona fede, non pensarono affatto a un'aggressione. Troppe, ma non le trentasei di cui si parlò in seguito.
A parte queste precisazioni, che nulla tolgono alla tragedia, gli estremi ci sono per chiamare in causa l'Effetto Spettatore. Fu infatti dopo aver letto di questo fatto di cronaca che Darley e Latanè iniziarono a pianificare il loro primo esperimento.

IN CONCLUSIONE
Quindi no, cari opinionisti. Quello che è successo a Sara Di Pietrantonio non è una deriva di questo nuovo mondo privo di coscienza, anestetizzato davanti alla televisione, di questa Italia preda dell'omertà o di queste nuove generazioni a cui non importa nulla se non di loro stesse. E no, come sarebbe andata non lo sapremo mai, ma non potete avere la certezza che avreste fatto qualcosa nel caso foste stati lì. Le persone che c'erano non sono malate più di quanto lo siamo noi. Non sono disinteressate o malvagie più di quanto lo siamo noi. Più di quanto lo sia tutto l'Occidente, noi compresi, almeno da cinquant'anni a questa parte. Probabilmente da prima.
Questo vuol dire che non c'è speranza? No. A mio modo di vedere, la salvezza passa per la conoscenza. Quando ci troviamo di fronte a una situazione di emergenza, ora, sappiamo che quell'istinto che ci dice di aspettare che intervenga qualcun altro è un istinto sbagliato. Sappiamo che siamo noi a dover fare la prima mossa, portare il primo soccorso, dare il primo allarme.
Sappiamo che, nei limiti delle nostre competenze, siamo noi quelli col potere di salvare una vita.

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* L'Effetto Spettatore non si applica alle persone che hanno seguito un addestramento specifico. Un medico è più portato ad aiutare una persona che si sente male, anche se nel gruppo nessun altro fa nulla.

sabato 23 luglio 2016

Ancora di italiani e di pecore realiste

Nella nostra cavalcata lungo i confini della letteratura fantastica abbiamo affrontato il problema del perché l'italiano colto, o, meglio, l'italiano a cui piace credersi colto, o l'italiano effettivamente colto ma un po' miope, disprezzi tanto la letteratura fantastica. Siamo risaliti, partendo dal concetto moderno e capitalistico/protestante di produttività (il fantastico serve per guadagnare? A giudicare da Licia Troisi sì, ma solo a scriverlo, mica a leggerlo), fino alla poetica del Manzoni, il Grande Teorico della Condanna. Bene, oggi, leggendo un articolo su Prismo - rivista online di cultura e limitrofi, ho scoperto un illustre predecessore delle critiche del Manzoni: già il Petrarca, a quanto pare, il fantastico non lo poteva soffrire. Tant'è che, per dimostrarvelo, all'interno dei Trionfi scrisse questi versi:
Ecco quei che le carte empion di sogni,
Lancillotto, Tristano e gli altri erranti,
ove conven che 'l vulgo errante agogni. 
La liquidazione del fantastico, nero su bianco, e proprio di quelle storie di Cavalieri e Tavole Rotonde che piacevano tanto a Dante e a me! Sigh! Con simili Indignate e Dotte Condanne, come potremmo aspettarci che oggidì il fantastico sia apprezzato dai nostri lettori?

Lo sguardo di disgusto quando il Petrarca scopre che scrivi Fantasy Arturiano

No, temo davvero che l'italiano colto, fatti salvi i soliti sospetti (Pulci, Boiardo, Ariosto, Tasso, Basile, Calvino, Buzzati, Eco... gente da poco, comunque), dopo Dante non sia mai stato capace di sognare altro che pecore realiste. O, almeno, se ha poi sognato qualcos'altro, che adesso si guardi bene dal farlo sapere in giro.

Qui l'articolo completo su Prismo.

domenica 17 luglio 2016

L'esordiente della settimana?

Mi è stata segnalata, alcune settimane fa, questa notizia sul sito dell'ANSA, riguardante l'esordiente Luca D'Andrea. D'Andrea all'epoca stava pubblicando La sostanza del male (Einaudi, attualmente in cima alle classifiche), un romanzo che prima ancora di finire sul mercato era già stato venduto a una ventina (!) di Case Editrici estere. Normalmente direi congratulazioni, assurdo ma congratulazioni, non fosse che la faccenda mi lascia perplesso per via di un particolare di cui vorrei parlare oggi.
Luca D'Andrea non solo è omonimo di quel G.L. D'Andrea autore della serie di romanzi-flop Wunderkind, ma i due sono anche indistinguibili, e i loro libri sono entrambi urban fantasy molto cupi incentrati su un uso disinvolto di immagini lovecraftiane e barkeriane. Insomma, da subito mi è venuto da pensare che, nonostante l'ANSA parlasse di "romanzo d'esordio", D'Andrea fosse in realtà il veterano della scrittura G.L.

G.L. D'Andrea, 2009
[fonte: fantasymagazine]

Luca D'Andrea, 2016
[fonte: ANSA]

L'errore sul sito dell'ANSA è stato segnalato tra i commenti. La notizia tuttavia non è mai stata corretta. Nel frattempo vari siti hanno iniziato a pubblicare articoli sull'"esordio" di D'Andrea. La Repubblica è caduta nello stesso errore, e l'Einaudi cita il suo articolo senza preoccuparsi di correggerlo. Qualcuno che pubblichi la notizia senza strafalcioni c'è: il Post, senza giri di parole - del resto, non è un mistero -, scrive chiaramente che G.L. e Luca sono la stessa persona. Eppure ieri, sul solito Tuttolibri, Sergio Pent ricasca nell'errore di scrivere che La sostanza del male è un libro d'esordio.

[Paperoga eroe dello spazio, di Gagnor e Sciarrone]
Ora, per come la vedo io, i casi sono tre. Il primo, che G.L. e Luca siano due persone distinte, e che l'omonimia e la somiglianza siano da attribuire al fatto che sono in realtà gemelli omozigoti. Se così fosse evviva, li ho fatti rincontrare! Mi sembra comunque di poterla scartare. Il secondo, che ci sia stato un errore a monte, in buona fede, e che qualcuno abbia parlato di romanzo d'esordio senza sapere (del resto, è normale che G.L. e il suo agente vogliano dimenticare l'imbarazzante storia editoriale di Wunderkind); che l'ANSA abbia pubblicato la notizia e che poi, a cascata, tutti l'abbiano ripresa. Credo sinceramente che sia l'ipotesi più probabile.

Il terzo caso è quello a cui preferisco non pensare. Riguarda il fatto che un autore esordiente, precario e di belle speranze, uno di noi, che al primo romanzo riesce a sfondare non solo in Italia ma in tutto l'Occidente, colpisca l'immaginazione del pubblico (che, come tutti sanno, in Italia compra un libro valutando in primis la persona che l'ha scritto) più di un ex scrittore fantasy di scarso successo, ricordato negli anni per l'ego smisurato e per la lunga serie di baruffe iniziate con chiunque si fosse azzardato a non apprezzare il suo, a detta di molti mediocre, lavoro. In questo caso, sia chiaro, l'Einaudi avrebbe creato un personaggio fasullo allo scopo di ingannare i lettori e vendere il libro. Un inganno piccolo e su cui non vale la pena soffermarsi più di così (in fondo, chi conosceva il lavoro di G.L. non farà fatica a collegarlo a quello di Luca, ed Einaudi lo sa), ma comunque un inganno, un mezzuccio, una tattica indegna di una C.E. con la sua storia.
Spero che la faccenda venga chiarita al più presto.

Se voleste saperne di più su G.L. e sul suo primo romanzo, vi consiglio questi cinque link che hanno il pregio di riportarci indietro fino all'Era Mesozoica di internet, quando i dinosauri camminavano sulla Terra e i grandi alberi erano re. Almeno gli ultimi due mi sembrano una lettura interessante in rapporto al presente "Caso D'Andrea":

lunedì 11 luglio 2016

Il galvanometro è lo strumento di misura dell'ignoranza

Al mondo esistono la pacatezza, l'eccitabilità, l'ignoranza e Galvano, il romanzo a cui sto lavorando, che sta all'ignoranza come l'eccitabilità sta alla pacatezza. Nonostante queste parole, che mi sembrano chiarissime, nella mail continuano ad arrivarmi domande sull'effettivo livello di ignoranza di Galvano, di cui abbiamo già parlato qui e qui. Ecco una GIF che mi sembra possa spiegarlo al di là di ogni possibile dubbio:

(Questi sono post tappabuchi. Se tutto va bene, entro settimana prossima avrò finalmente concluso l'Esame di Stato, che mi sta tenendo impegnato da metà giugno, anzi da metà maggio con lo studio, e potrò tornare a scrivere post più centrati).