lunedì 27 giugno 2016

Quei fenomeni che arti non sono

Un autore di cui, per correttezza, non voglio trascrivere il nome (questo sarà un post polemico, per quanto breve, ma la polemica non è contro di lui, e vorrei tenerlo fuori), ha pubblicato un articolo sul Tuttolibri di questo sabato riguardante l'Estetica senza dialettica di Gillo Dorfles, Edizioni Bompiani. Tra le riflessioni che l'articolo propone, possiamo apprezzarne una in particolare che riporto per intero:
[Nella pars costruens del pensiero di Dorfles] Interpretazioni e valutazioni saranno così prive di paraocchi ideologici, modelli a priori, aspettative pregresse. E pronte perciò a includere non solo la molteplicità inesauribile delle arti ma anche quei fenomeni espressivi che arti, a prima vista, sembrerebbero non essere affatto. La pubblicità, la televisione, la fantascienza, la moda, la musica di cassetta, i rituali del consumo di massa, le mitologie contemporanee: bastava saperle accostare a Schelling e Vico, Arnheim e Valéry.
Rudolf Arnheim
Avrete già indovinato il tema di questo post.
L'articolo parla di fantascienza intesa non come arte e non inquadrabile come arte se non attraverso la visione illuminata di un Maestro come Dorfles, che solo può riabilitarla... magari paragonandola a uno Schelling, a un Vico, a un Valéry (non credo che Arnheim possa essere usato in rapporto alla fantascienza, ma non ho letto il libro di Dorfles, e comunque la mia conoscenza di Arnheim si limita ad Arte e percezione visiva). Non è precisamente quello che dice l'articolo, ma mi pare che lo si possa leggere tra le righe. Se non è quello che sostiene, sostiene comunque che la maggior parte dei lettori lo crede vero. L'autore dà per scontato che il pubblico non possa considerare la fantascienza un'arte perché, andiamo, chi lo farebbe mai, se appena ha letto qualche classico? O forse è Dorfles a scrivere così nel suo lavoro, smentendo poi l'errore in cui cadono tutti? Non so e non è importante per la nostra chiacchierata.
(Non mi è chiaro nemmeno perché la moda non dovrebbe sembrare un'arte, o perché la musica di cassetta sia un genere musicale diverso da quelli propriamente artistici... forse qui mi è sfuggito qualcosa, non mi intendo molto di musica, e sarei felice che qualcuno mi chiarisse almeno questo punto).
Probabilmente sono stato ingiusto, fino a qui. L'articolo di Tuttolibri, e quale che sia la posizione del suo autore (se si è sorpreso lui che la fantascienza possa essere considerata arte, leggendo il libro di Dorfles, oppure se gli pare che sia l'Italia a doversene stupire) ci è utile perché è l'ennesima conferma di quanto si diceva qui e qui, su questo blog, a proposito della povera considerazione che gli italiani e l'intellighenzia italiana hanno della fantascienza.

Gillo Dorfles
Oggi io sto rileggendo Il Mondo della Foresta di Ursula Le Guin, chiaramente fantascienza. Domani ho in programma di leggere La scomparsa di Majorana di Leonardo Sciascia. Dopodomani dovrei iniziare Il racconto dell'ancella di Margaret Atwood, un libro distopico - la distopia è figlia della fantascienza - di un'autrice che frequenta anche la letteratura mainstream. Non lo dico per sciorinarvi una lista delle mie letture (per farlo scrivo già questi articoli!), ma per farvi una domanda: dove finisce l'arte e dove inizia la fantascienza? Nel mondo della letteratura, posso tracciare una linea di demarcazione tanto netta, tanto intuitiva, tra un genere che è artistico e uno che non lo è? E se la risposta è no, perché la critica letteraria e il pubblico più o meno ferrato lo fanno in continuazione, e lo danno per scontato?

giovedì 16 giugno 2016

Cosa leggo questa settimana... e tre

Sì, lo so, in media faccio uscire Vivere (d)i libri una volta ogni tre mesi, e poi in poche settimane pubblico due Cosa leggo questa settimana. A mia discolpa, questo è un tipo di articolo abbastanza veloce da scrivere, il che è perfetto in questo periodo. In più mi serviva qualcosa per risollevarmi l'animo, dopo l'ultimo post e la prima prova dell'Esame di Stato, fatta giusto ieri.
Naturalmente queste non sono opinioni conclusive sui libri che leggo. Sono opinioni in itinere, fatte cioè mentre è ancora in corso la mia lettura. Ma che ve lo dico a fare, che già lo sapete e siete bravissimi?
Ecco cosa sto leggendo questa settimana:


ALZATE L'ARCHITRAVE, CARPENTIERI E SEYMOUR. INTRODUZIONE
di Jerome David Salinger
Salinger è uno dei miei scrittori preferiti. Una volta, su questo blog, ebbi a dire che è lo scrittore i cui lavori assomigliano di più alla realtà. Se non fosse che hanno un vantaggio: sono stati scritti da Salinger.
In questi due racconti Salinger riprende alcuni personaggi di cui ci aveva già parlato nei Nove Racconti e in Franny e Zooey. La mia è un'edizione - forse l'unica in circolazione, non so - Einaudi, di quelle con la copertina completamente bianca, fatti salvi i loghi della Casa Editrice e della collana. Guardo quella copertina e penso che sì, forse questi sono gli unici libri al mondo che non hanno bisogno di altro per essere venduti. Basta quello che sono.

RE IN ETERNO
di Terence Hanbury White
Rilettura obbligata dopo Io e Mabel, come si diceva in questo post. A mio parere si tratta del miglior lavoro del Ciclo Bretone - con buona pace di Chrétien de Troyes, Thomas Malory e soprattutto della sopravvalutatissima (abbiate pietà di me) Marion Zimmer Bradley. In effetti non credo di aver mai letto un libro tanto divertente, acuto, piacevole e tragico. Ho letto libri più divertenti, più acuti, più tragici - forse non più piacevoli - ma mai un libro che fosse tutte queste cose assieme.
Un appello. Da anni Re in Eterno non viene pubblicato in italiano. Una copia usata, tra l'altro sprovvista del romanzo conclusivo, The Book of Merlyn, può costare tra i 200 e i 300 euro, a meno di trovarla in qualche mercatino, data via per niente da degli sprovveduti. Chiunque detenga i diritti in Italia di questa splendida opera, spero che provveda al più presto a una nuova edizione. Sì, è uno di quei libri che bisogna aver letto nella vita, nessuna scusa.

ESERCIZI DI STILE
di Raymond Queneau
Non serve, credo, presentare questo libriccino. Insomma, è "un esilarante testo di retorica applicata, un'architettura combinatoria" e via discorrendo. Lo conoscete bene quanto me. Non so se consigliarlo, con tutti gli altri libri da leggere obbligatoriamente prima di morire; ma, se decideste di comprarlo, o se qualcun altro ve lo regalasse, non sarebbe quel sacrificio leggerlo. Non a caso ormai è un classico. Per chi ancora non lo sapesse, si tratta di una serie di variazioni sulla stessa storia, che viene scritta e trascritta con stili, punti di vista e voci diverse dalla prima all'ultima pagina.
La traduzione e l'introduzione sono di Umberto Eco. La sua è una traduzione libera, di cui dà ampiamente conto nell'introduzione. Ha insomma tradotto più lo spirito che il contenuto superficiale dell'opera. In questo caso non si poteva fare diversamente. A volte le sue scelte sono comprensibili, a volte mi lasciano un po' disorientato, ma, Dio lo benedica, non sarò certo io a criticarle. Tanto più che la mia edizione riporta il testo francese a fronte, che quindi posso consultare per togliermi ogni dubbio.

sabato 4 giugno 2016

C'era una volta un blog - Bye bye Marvel Universe

Civil War sta spopolando nelle sale di tutto il mondo. Da anni i fan del Marvel Cinematic Universe sono in numero maggiore rispetto alle loro controparti lettori di fumetti. Benissimo: sono due medium diversi, e se il secondo può pascersi dei guadagni del primo sono solo contento. Io però lessi Civil War quando uscì in fumetteria: ce l'ho ancora, sull'ultimo scaffale della libreria, in albetti. All'epoca non mi pare che l'avessi apprezzata molto... l'idea di fondo era brillante, ma la realizzazione, come a volte capita, mi parve un po' povera. Comunque non all'altezza dell'Idea. Solo di recente, ripensandoci, ho capito una cosa: che quella non era una guerra tra due fazioni di supereroi. Quella era una guerra tra due modi diversi di scrivere fumetti. E l'abbiamo persa.
Io ero nel Team Cap. Supereroi liberi di agire secondo coscienza, non come forza armata degli USA. Non sono un complottaro né nulla del genere: credo di fidarmi del governo fin dove me lo permette la mia ragionevolezza, e sicuramente, nel mondo reale, preferirei che delle armi viventi venissero regolamentate piuttosto che liberalizzate. Ma qui non stiamo parlando di realtà: qui stiamo parlando di fumetti. All'epoca eravamo in grado di dire la differenza, e di apprezzarla. I supereroi godevano di una moralità assoluta perché erano irreali. Mi fidavo, anzi ci fidavamo tutti di loro. Credevamo in loro perché erano assurdi. Si potevano permettere di essere sempre dalla parte del giusto.
Nella mia attuale rilettura, in Civil War Capitan America rappresentava il "vecchio modo" di fare fumetti: quello precedente al Periodo Revisionista, a Watchmen, a Il Ritorno del Cavaliere Oscuro e a tutti i loro fratelli (molti dei quali capolavori, senza ombra di dubbio). Ecco, erano dei buoni fumetti, ma per la maggior parte riguardavano futuri alternativi, terre parallele o supereroi di secondo piano. Così doveva essere. Iron Man, invece, nella guerra, incarnava un nuovo modo di scrivere fumetti: supereroi incapaci, crudeli, militarizzati, eredi degli anni '90 e dei primi esperimenti Image. I supereroi ultrarealisti dell'Universo Ultimate e del cinema, insomma, quelli che piacciono tanto, per dirne due, a Brian Michael Bendis e a Mark Millar (non preoccupatevi, non-lettori di fumetti, se non seguite tutte le citazioni e i nomi: l'importante è capire il senso di quello che sto dicendo). Non credo fosse una scelta voluta: venne naturale, il vecchio modo di fare le cose che si scontra col nuovo. In fondo l'Atto di Registrazione dei Superumani rappresentava perfettamente il nuovo che avanzava.
Perdemmo. Io e tutti quelli che amavano i supereroi irreali. Cap, i supereroi che sapevano di essere supereroi, il loro esempio che ha formato generazioni di sognatori (che, sì, non sono state perfette, ma che forse avrebbero voluto esserlo, almeno per un breve periodo della loro vita) sono stati battuti. Erano già stati battuti, ma in Civil War vennero battuti anche su carta. Iron Man e i supereroi post-revisionisti, i supereroi militarizzati, i supereroi che, non potendo noi sollevarci al loro livello, abbiamo avuto il piacere di trascinare giù al nostro, adesso sono la norma, e gli altri l'eccezione. I superumani venivano definitivamente trasformati in uomini coi poteri*.
Dopo Civil War, Cap veniva ucciso. Sì, in seguito (come sempre) si scoprì che non era vero niente, che era un trucco; ma per un po', ufficialmente, Capitan America fu morto. Casualmente gli albi che raccontano questa storia si chiamavano La Morte del Sogno.


*Per fortuna anche in seno alla Marvel si continuano a scrivere fumetti vecchio stampo. Esistono degli autori che hanno capito che il rendere i fumetti maturi non significa rendere iperrealista l'ambientazione o sbarazzarsi del concetto di supereroe. Di recente mi vengono in mente I Difensori di Matt Fraction, o il Daredevil di Mark Waid, o la All New Miss Marvel di Sana Amanat. Si tratta di minoranze, che acquisiscono un valore aggiunto proprio perché minoranze (un po' come acquistavano un valore aggiunto,  in opposizione al fumetto tradizionale, le prime opere revisioniste). La tendenza generale cerca di allinearsi alla sua controparte cinematografica, agli standard post-Civil War.

giovedì 2 giugno 2016

C'era una volta un blog - Ebbene sì, ho scritto un libro


Dal titolo di questo post avrete già capito tutto, ma lasciatemi fare il mio giro di parole, che son contento ^___^
Eccoci. Lo scrittore è una persona che si guadagna da vivere (o ripaga una percentuale del costo totale della sua vita, mese per mese) con la propria scrittura. Questo in senso stretto. In senso lato lo scrittore è chiunque scriva: è una parola come tante per indicare agenticità. Noi però non faremo i sofisti e ci atterremo alla prima definizione, quella per cui io non sono uno scrittore... ma vorrei esserlo. Credo sia un sogno abbastanza diffuso tra i blogger e, mi pare, tra gli italiani in generale. Vorrei poter pubblicare i miei libri, farmi leggere da molte persone e guadagnare proporzionalmente al mio talento. Che sarà poco, ma non è questo il punto.
Il punto è che un paio di settimane fa ho finito la prima stesura del mio romanzo.
"Be', grazie per avercelo detto".
Non c'è di che.
"E di cosa parlerebbe?"
Cosa?
"Il tuo romanzo".
Ah. Quello.
Provo a spiegarvelo.
Tra di noi, io e i miei amici lo abbiamo intitolato Galvano e le botte, nome che ne riassume abbastanza chiaramente il contenuto; ma in realtà il titolo, nella mia testa, è Il Cavaliere Verde e Sir Galvano. La trama, o meglio la cornice, me l'ha ispirata una storia abbastanza famosa del XIV secolo, che si chiama Sir Gawain e il Cavaliere Verde. A casa ho l'edizione curata da Tolkien che credo possiate trovare in libreria, se per caso foste curiosi.
In breve. Un guerriero misterioso e in tinta unita, il Cavaliere Verde del titolo, sfida Galvano - italianizzazione di Gawain - e gli altri Cavalieri della Tavola Rotonda al gioco delle decapitazioni. Un passatempo curiosamente popolare all'epoca, a dar retta ai romanzi del Ciclo Bretone. Galvano, uno dei migliori guerrieri d'Europa, decapita il Cavaliere Verde; ma quello, come se niente fosse, raccoglie la sua testa e se la caccia sulle spalle, con quella trascuratezza un po' hispter da "Io mi riattaccavo la testa before it was cool". Galvano si trova in una situazione delicata: è vincolato dalla sua parola a presentarsi al Cavaliere entro un anno per essere decapitato a sua volta. Nell'originale, Galvano passa l'anno a Camelot a gozzovigliare - chiamalo scemo; io invece ho immaginato che fosse partito in cerca di avventure, quelle giuste per riempirci un anno.
Questa è l'Idea.
"E questa è l'immensità del razzo che ce ne frega".
Come?
"No, dicevamo... GENIO!"


Ah... grazie ^___^
"Ma perché hai scelto proprio questa storia?"
Per vari motivi. Credo mi piacciano le storie dei Cavalieri della Tavola Rotonda per lo stesso motivo per cui mi piacciono i fumetti di supereoi: perché sono fantasiose, regalano sense of wonder a badilate e perché parlano di persone che sacrificano tutto, comprese loro stesse, per perseguire quello che ritengono sia un bene superiore (che sia la giustizia o la pietà o la carità o quello che volete). Tenete a mente queste cose, e poi ditemi voi se esiste qualcosa di meglio di cui scrivere! Sempre meglio del solito romanzo intimista, o della saga familiare ambientata in provincia di Viterbo, o della magnificazione letteraria del personaggio-scrittore. Sembrano questi, infatti, i veri pilastri della narrativa italiana moderna.

...

Credo che il mio romanzo, Galvano, sia abbastanza buono. Ho iniziato (e finito) molti lavori prima di rendermi conto che non erano né buoni né leggibili, non c'è da vergognarsi - l'importante è capirlo prima. Non lui. Ridendo e scherzando sono dieci anni che scrivo narrativa, dai miei primi tentativi adolescenziali a oggi: insomma, a questa competenza, a queste capacità (che possono essere modestissime, per carità, non sto a metterlo in dubbio) ci sono arrivato lavorando sodo. Chi ha fatto il mio stesso percorso capirà quello che sto dicendo. 

...

"Tutto bello eh, grazie ancora per averci resi partecipi, ma adesso proverai a pubblicare il tuo romanzo?"
Certo. Dopo un periodo di riletture (che sarà abbastanza lungo, perché l'Esame di Stato mi mangia tutto il tempo) lo invierò ad alcune Case Editrici, e, se quelle mi rifiuteranno - o, meglio, se non mi risponderanno -, lo invierò ad altre ancora e così via, nella speranza che prima o poi qualcuno me lo prenda. Non lo manderà a tutte le Case Editrici d'Italia perché, se deve essere pubblicato, che almeno sia pubblicato alle mie condizioni U__U
Zompando dall'altra parte della barricata, quando ci penso ho la visione di Dave Sim che mi dice di provare ad autopubblicarmi, che mi consiglia di diventare uno scrittore indie e smetterla di alimentare quella carcassa putrescente che è il sistema editoriale tradizionale. 
Parole dure. Parole canadesi. Di Dave, non mie.
Per ora sono ancora indeciso. L'unica cosa di cui sono certo è che spero di diventare, presto o tardi, uno scrittore che rispetti la definizione di cui a inizio post. Un uomo può sempre sognare, no?


(Stay tuned for altri aggiornamenti sul mio romanzo.)

(E se volete dirmi qualcosa in proposito, lo spazio commenti qui sotto è buono come qualunque altro posto.)