lunedì 30 maggio 2016

Cosa leggo questa settimana 2.0

Eccoci di nuovo a Cosa leggo questa settimana, la rubrica che sostituirà Vivere (d)i libri finché non avrò di nuovo il tempo per dedicarmi alle mini-recensioni. A occhio questo accadrà a settembre, dopo l'Esame di Stato e un agosto di cose.
La rubrica risponde alla domanda che nessuno mi ha mai fatto: "Cosa leggi questa settimana?" Ecco, io questa tesissima settimana leggo (o, meglio, rileggo) questo.


IO E MABEL
di Helen Macdonald
Questo memoir racconta del lutto dell'autrice per la morte del padre e dei suoi tentativi di addestrare/addomesticare un astore. Non sto a dilungarmi: per chi fosse interessato, qui potete trovare un bel video di Ilenia Zodiaco che ne parla diffusamente. Per quello che ho letto finora il libro è ben scritto, il dolore ben descritto e la passione dell'autrice per la falconeria quasi palpabile. I passaggi che mi interessano di più, comunque - che sono poi il motivo per cui ho comprato il libro -, sono quelli dedicati a T.H. White, l'autore di una delle mie saghe preferite (Re in eterno). Mie e vostre, anche se forse non lo sapete: il primo libro di Re in eterno è La Spada nella Roccia, da cui Disney ha tratto quel film.

ORLANDO FURIOSO
di Ludovico Ariosto
Del Furioso avevamo già parlato, di sfuggita, qui. Consiglio a tutti di leggerlo, se già non lo avete fatto (e se non lo avete fatto, scellerati!): è uno dei più bei libri della nostra storia. Il buon Cervantes, di cui tanto si parla in questi giorni, lo adorava.
Ogni cosa nel Furioso è meravigliosa, divertente, sorprendente: dal contenuto (le avventure dei Paladini, dei guerrieri maomettani e di tutti gli altri personaggi) al contenitore (i canti in sé, da leggere obbligatoriamente ad alta voce). A parte ogni altra considerazione, c'è più fantasia in un'ottava ariostesca che nella maggior parte dei romanzi pubblicati oggidì!

CRISI FINALE
di Grant Morrison
Rileggo, rileggo, rileggo. Con l'avvicinarsi dell'Esame di Stato e lo studio che si fa frenetico, preferisco rileggere vecchi libri che iniziarne di nuovi (l'unica eccezione, questa settimana, è Io e Mabel). Crisi Finale è un fumetto scritto da Grant Morrison, probabilmente il miglior sceneggiatore di supereroi in attività, ed è considerato, alternativamente, uno dei suoi capolavori o il suo libro peggiore. L'antefatto: c'è stata una guerra tra Apokolips e Nuova Genesi, e Darkseid, che ha trovato l'equazione dell'Anti-Vita, ne è il vincitore (Dio, perché non è tutto così grandioso e archetipico anche nella vita reale?). Contemporaneamente, fuori dal Planetario, l'antica civiltà dei Monitor sta per scomparire e rilasciare nel Multiverso un male inarrestabile.
Crisi Finale è senza dubbio la più complessa delle Crisi DC e la più difficile da capire. Ma alla terza rilettura sono orgoglioso di dire che ci sto riuscendo. Consigliato? Solo a chi si intende di Morrison, di DC e a chi ama le vecchie storie di supereroi, non quelle che vanno di moda oggi (in quel caso suppongo che tiferà per Darkseid e non per la Justice League).

sabato 28 maggio 2016

Scrivere per bambini

Scrivere libri per bambini e per ragazzi è difficile, questo lo sa chiunque. Ma ecco per voi, in anteprima su Psicologia e Scrittura, un buon tutorial per realizzare il vostro best-seller per bambini. Prendete il vostro quaderno degli appunti, la vostra matita preferita e state pronti a imparare qualcosa.
La citazione è da C.S. Lewis, Tre modi di scrivere per l'infanzia. Contiene l'Unico Metodo Funzionante (TM) che io conosca per scrivere per lettori di tutte le età. Dice Lewis:
[...] Dobbiamo rivolgerci ai bambini come a nostri pari, sfruttando quella parte della natura umana in cui siamo loro pari. La superiorità degli adulti consiste nell'avere altri campi d'influenza e, cosa più importante, nell'essere narratori migliori; il bambino lettore non deve essere trattato con sufficienza ma nemmeno idolatrato: dobbiamo parlargli da uomo a uomo. L'atteggiamento peggiore sarebbe quello di considerare la massa indifferenziata dei bimbi come materiale grezzo da plasmare. Il nostro compito è non far loro del male, e con l'aiuto dell'Onnipotente possiamo sperare, qualche volta, di fargli del bene, ma soltanto il bene che parte dal rispetto. Non dobbiamo immaginare di essere la loro Provvidenza o il Destino. Non affermerò con sicurezza che un bel racconto per bambini non possa essere scritto da un funzionario del Ministero dell'educazione, perché tutto è possibile; ma direi che le probabilità siano minime.


Ed ecco qua la parafrasi. Scrivere per bambini, scrivere bene per bambini, significa abbandonare immediatamente ogni volontà didascalica e ogni più o meno mal riposta fantasia di superiorità. I bambini non sono lettori di serie B, che possono accontentarsi degli scarti della letteratura per adulti; di cose che un adulto non leggerebbe. Dal che consegue che se un libro è per bambini non significa che sia un libro brutto (benché esistano libri brutti per bambini, forse addirittura in misura pari ai libri brutti per adulti). 
Per giudicare se un libro per bambini o per ragazzi è buono, basta farlo leggere a un adulto... se l'adulto non si sentirà preso in giro, allora avrete fatto il vostro lavoro. La letteratura per ragazzi è diversa da quella per adulti, ma un adulto apprezzerà sempre e comunque un buon libro per ragazzi, così come farà un ragazzo, purché sia stato scritto con rispetto e intelligenza.

mercoledì 25 maggio 2016

Perché Don Chisciotte impazzisce?

Qualche articolo fa, forse vi ricorderete, ho discusso della pazzia di Amleto, del perché sia impazzito, e nel suo caso se si possa parlare di pazzia o meno. L'articolo faceva parte di un progetto di analisi di Shakespeare inaugurato in occasione del quattrocentesimo anniversario dalla sua morte. A tal proposito, quattrocento anni fa moriva anche Miguel de Cervantes Saavedra.
La morte di Cervantes è avvenuta, se non, come vuole la tradizione, lo stesso giorno, comunque a pochi giorni di distanza da quella di Shakespeare. Potrei prendere la palla al balzo e allo stesso modo discutere i motivi della pazzia di Don Chisciotte; ma sarebbe tempo perso, un esercizio un po' sterile, sia per me scriverne che per voi leggerne.
Perché? Cerco di spiegarmi.
Partiamo da Cervantes. Quando ci descrive l'origine della pazzia di Alonso Chisciano, non spreca molte energie. Ci dice semplicemente che
[...] per il poco dormire e per il molto leggere gli si prosciugò il cervello, in modo che venne a perdere il giudizio.
Fine, o poco meno. Fin dalla pubblicazione della prima parte del romanzo, generazioni di critici una dopo l'altra hanno cercato di dar conto di questa pazzia; di capirla, di spiegarla, di motivarla per se stessi e per noi lettori. La verità è che l'hidalgo Alonso impazzisce perché impazzisce. Impazzisce perché altrimenti Cervantes non avrebbe potuto scrivere il Don Chisciotte. Al romanzo, più che all'autore, non interessa il perché sia impazzito, interessa solo l'effetto della sua pazzia, e così a noi. Tanto varrebbe, ad esempio, chiedersi il motivo per cui è nato Amleto: ci basta sapere che è nato.

I critici che cercano di fornire una spiegazione alla pazzia di Chisciano
Ho letto di un critico che cercava di spiegare la pazzia di Don Chisciotte attraverso un amore fantomatico e incestuoso per sua nipote (!). Miguel de Unamuno invece sembra concorde nel rifiutare una motivazione alla pazzia di Don Chisciotte quando scrive:
L'ha perduta [la ragione] per amor nostro, per il nostro bene, nel tentativo di lasciarci un eterno esempio di generosità spirituale.
Una motivazione che non è interna bensì esterna, che non è psicologica bensì letteraria. Lo stesso fa anche Harold Bloom quando scrive:
[Alonso Chisciano] impazzisce per espiare la nostra banalità, la nostra ingenerosa mancanza di immaginazione. 
Alonso Chisciano, che è un personaggio fortemente tragico, per noi esiste solo in relazione a Don Chisciotte, che è invece un personaggio comico; nel senso che entrambi devono morire (e sono entrambi morti) per far vivere l'altro. Non così Amleto, che è un personaggio in divenire, e la cui pazzia reale o fantastica è uno dei fulcri del dramma, e che quindi vale la pena di indagare. Non dovremmo interessarci dei casi della vita di Alonso Chisciano se non quando Cervantes ce ne parla esplicitamente... Credo sia importante capire la differenza tra questi due approcci. Se io mi chiedessi perché Chisciano è impazzito perderei il mio tempo. Non c'è mai stato, in altre parole, un Chisciano savio nel mondo (al massimo un Chisciano rinsavito, ma questo è un altro discorso)!


CHIARIMENTO: Mi è stato rimproverato di non aver considerato che Chisciano impazzisce perché legge troppi libri cavallereschi. Non lo avevo dimenticato (!), e peccato perché sarebbe stata una bella risposta all'articolo, secca, e alle rimuginazioni da sollevatore di polemiche che ci ho messo dentro. Ma la lettura acquista un senso solo come funzione della forma della pazzia. La lettura di libri cavallereschi non è un elemento creato a priori nell'economia del Chisciotte, bensì a posteriori: non ha un senso se non in rapporto alla pazzia che dovrebbe causare - che causa, narrativamente. Ancora una volta la cosa migliore da dire è che Chisciano impazzisce perché impazzisce. D'altra parte - ma qui rischiamo di de-focalizzarci -, possiamo anche ricordare che Cervantes non è Kafka: Chisciano non si sveglia una mattina e senza fornirci spiegazioni si è trasformato in Chisciotte.

mercoledì 18 maggio 2016

Prime volte

A volte mi capita, così, tra la notte e il dì, di fantasticare. È un'abitudine femminile, e infatti vi prego di scusarmi, giuro di non cascarci mai più. Questa volta però passatemela.
Ho provato a immaginarmi la prima storia che sia mai stata raccontata. Deve essercene una. Per raccontarla, sarebbe stato necessario possedere una lingua: dato che siamo umani, immaginiamo una lingua vocalica, e non, ad esempio, gestuale. Per averla, le aree di Broca e di Wernicke avrebbero dovuto essere abbastanza sviluppate, così come la conformazione della gola e la natura dell'ipoglosso avrebbero dovuto essere quelle corrette, suppergiù.
Immaginiamo quel nostro antenato, che forse non era un nostro antenato ma un nostro cugino, un Neanderthal ad esempio, che la sera teneva in braccio un cucciolo (o forse si dice un bambino?) sonnacchioso, davanti al fuoco, in mezzo a un cerchio degli altri membri della sua famiglia, i suoi fratelli e le sue sorelle e le donne rapite alle altre famiglie, perché anche allora il tabù dell'incesto doveva essere molto potente; immaginiamolo che racconta una storia per la prima volta. Immaginiamoci la sorpresa di scoprire che una lingua, oltre a poter veicolare semplici indicazioni relative al momento presente ("Guarda!" "Attento!" "Portami quella pietra, presto") potesse anche servire a comunicare un ricordo, a passarlo da una bocca a un orecchio, a trasformare come per magia quello che era Io in quello che è Noi. C'è stato un momento preciso, qualcosa da cui possiamo ricavare un prima e un dopo, o è stata una scoperta graduale, qualcosa a cui neanche dare peso mentre la si vive? Se è vera la prima ipotesi, dev'essere parso a quelle persone di aver scoperto la telepatia: la capacità di condividere in gruppo i pensieri di una sola persona. Cosa proveremmo noi se scoprissimo oggi la telepatia?
All'inizio le storie dovevano essere state cronache, fatti di caccia o suggerimenti dettati dall'esperienza; ma poi qualcuno deve aver parlato di progetti per il futuro. "Domani voglio cacciare là", non "Ieri ho cacciato lì". A pensarci, forse questi ultimi hanno preceduto i primi. Poi qualcun altro avrebbe, parlando, ideato il primo periodo ipotetico. Sarebbe nata la letteratura fantastica, la letteratura del What if...?. Mi chiedo chi fosse quella persona, se possiamo ragionevolmente chiamarla persona, e come si dev'essere sentito in quel momento. Come un dio che ruba il Fuoco agli dèi e ne fa dono agli uomini.


Salto in avanti. Ora sulla Terra c'è una sola specie umana e molte lingue. Immaginiamo un cantore, un aedo o magari un rapsodo, che viaggia per le città greche a guadagnarsi il pane. Esiste già quel nucleo di storie che, in futuro, verranno messe su carta e diventeranno l'Iliade e l'Odissea come le conosciamo, così come gli altri nostos e le altre storie degli dèi. Forse l'aedo - concediamoglielo stavolta - ha studiato alla Corporazione di Chio. Non so, ma non sarebbe strano.
Immagino che sia giunto in una città sull'orlo della guerra - quale non è importante. All'epoca la guerra non era infrequente come noi ce le immaginiamo. Avrà cantato qualcosa alle truppe accampate fuori dalla città, in attesa di partire, tra il momento in cui venivano passate in rassegna e quello in cui veniva dato l'ordine di mettersi in marcia. Io lo immagino così. Se è bravo nel suo mestiere avrà scelto qualche pezzo che possa ispirarli, che possa dar loro  coraggio: qualche epica battaglia, qualche episodio di cortesia tra nemici, qualche discorso del comandante alle sue truppe - e ce ne saranno stati molti, di frammenti come questi, nel suo repertorio. Poi, mentre sta accordando la lira, fatta col guscio di tartaruga e le corna di bue come prescritto da Orfeo, lo immagino guardare distrattamente una donna che va a salutare suo marito prima che lui parta. Non sa se lo rivedrà più (teniamolo a mente, perché aggiunge pathos alla situazione). La donna tiene in braccio un bambino - un po' come il Neanderthal aveva fatto millenni prima -, e il bambino, vedendo il pennacchio sull'elmo del padre, si spaventa e si mette a piangere. I due ridono, inteneriti, e subito il padre si toglie l'elmo per rassicurare il bambino: ecco, sono io, mica un mostro.
Chissà cosa deve avere provato l'aedo in quel momento. Decise subito di inglobare quell'episodio nel suo repertorio, o l'idea gli sarebbe venuta dopo, riflettendoci con calma? Decise subito di chiamare la donna Andromaca e il figlio Astianatte? Fu tutta opera sua - cioè, quei personaggi nacquero solo per permettergli di raccontare quella storia -, o adattò dei personaggi precedenti sulle persone che aveva appena visto? Capì, in quel momento, di essere, forse per la prima volta nella storia del mondo, Omero? E cosa provò?


mercoledì 11 maggio 2016

Lo scetticismo non fa notizia

Spesso ricerche con scarsissimo valore scientifico vengono pubblicate con grande risalto, un risalto di gran lunga maggiore rispetto alle ritrattazioni e alle imbarazzate precisazioni che inevitabilmente seguono. "Lo scetticismo non fa notizia, mentre la scoperta di un gene sì", afferma uno dei maggiori biologi di questo secolo, Richard Lewontin di Harvard. Così è uno scoop l'affermazione che i soggetti affetti da sindrome dell'X-fragile sono portatori del gene della delinquenza, mentre trovano scarsa eco le reazioni sdegnate degli specialisti in questo campo e dei genitori dei bambini affetti da questa sindrome.

Paolo Moderato e Maria Lea Ziino, Apprendimento
[in Paolo Moderato e Francesco Rovetto, Psicologo: verso la professione]

sabato 7 maggio 2016

Riccardo Calandra, o della musica

Siamo giunti a un nuovo appuntamento con le interviste psicologiche, la rubrica in cui si parla d'arte e di psicologia e del punto d'incontro tra questi due mondi dalla bocca degli, diciamo, interessati.
Oggi parliamo con Riccardo Calandra che, oltre a essere Dottore Magistrale in Psicologia dello Sviluppo e dei Processi Educativi, è stato bassista delle band Inlansis e Le fate sono morte. Il tema di oggi è la musica.

Il nostro ospite di oggi
Parlaci della tua passione: quando hai iniziato a suonare? Qual è stato il tuo primo concerto? E di cosa ti occupi attualmente?
Ho iniziato a suonare a 14 anni, la chitarra. Cercavo qualcosa da fare per poter dire di saper fare qualcosa. La passione è nata dopo però, quando ho trovato il mio primo gruppo. Tre miei compagni di liceo avevano fatto delle prove, il giorno prima, senza un progetto e senza avere la minima idea di cosa stessero facendo: ne è uscita una canzone. Parlandone, la mattina a scuola, mi hanno chiesto se volevo suonare il basso, e pur non avendone mai preso in mano uno ho accettato. La passione è iniziata lì, non ho mai più suonato la chitarra e sono rimasto un bassista fino a oggi.
Il mio primo concerto è stato... beh in un locale a Milano, in periferia. È stato, penso, il classico primo concerto: non molte persone, quasi tutti amici, acustica orribile e preparazione traballante, ma vabbe', è stato comunque il concerto più emozionante di tutti.
Attualmente mi occupo di stare lontano dalla musica e vedere se qualcosa matura. È un percorso da seguire solo in certi momenti della vita, credo, e per me questo non è il momento giusto. Oppure si può adattare la propria vita in modo da continuare a seguire quel percorso... Chi vuole.

Domanda veloce, risposta veloce: qual è il punto di incontro tra psicologia e musica? Senza tirare in ballo la musicoterapia.
Non è facile rispondere... Ma penso che la loro somiglianza, a un livello molto ampio, stia nel fatto che entrambe studiano la mente. La psicologia lo fa seguendo un metodo scientifico, la musica un metodo artistico. Sia una buona terapia che una buona musica sono in grado di mettere la persona in contatto con la propria interiorità. Ma questo lo si può dire per qualunque tipo di arte. Quindi alla fine ti ho detto cosa c'è in comune tra l'arte e la psicologia. Va bene lo stesso?

Benissimo. Le mie domande sono obbligatorie, ma le vostre risposte sono libere! Ora però puoi tirare in ballo la musicoterapia: è nei tuoi programmi ottenere un certificato di musicoterapeuta?
In realtà non ci ho mai pensato, nel senso che è una possibilità che non ho mai nemmeno preso in considerazione. Vedrò in futuro, se mi sembrerà utile lo farò.

Qual è, a tuo parere, la situazione attuale nel mondo della musica? Almeno per quanto riguarda l'Italia.
Qui c'è molto da dire. Ho provato a non sembrare un vecchio lagnoso, ma non ci sono riuscito, quindi ecco cosa penso senza censure: come tutte le cose, la musica è cambiata rispetto a quando ero giovane, ed è cambiata nel senso che si è evoluta, ha assunto forme che non mi sarei mai immaginato, anche abbastanza assurde. Un caso è la dubstep, quel genere che un anno nasce, sembra l'evoluzione finale della musica, si diffonde in tutte le discoteche del mondo e che l'anno dopo va bene solo per i trailer dei film e le pubblicità di automobili. Altro esempio è il diffondersi della musica "indie", che metto fra virgolette perché dal momento in cui inizia a diffondersi nella maggioranza dei casi smette di essere indie...
A livello di musica "universalmente conosciuta", in Italia in particolare ma anche fuori, vedo una stagnazione terribile. I canoni che guidano i produttori sono così rigidi e così definiti che l'innovazione rischia di diventare impossibile. Basta guardare X-Factor: un programma che dovrebbe creare nuovi musicisti, ottimo nel valutare la capacità tecnica dei nuovi pseudocantanti, ma che mai e poi mai valuta la loro capacità di comporre. Questo perché tanto nessuno di loro comporrà mai, le canzoni sono già lì, pronte per loro e sfornate in serie dai produttori, in genere molto più economisti che non musicisti. L'underground italiano, invece, per la mia poca esperienza, è un po' meglio, ma solo un po'. Almeno lì è possibile, a volte, trovare l'innovazione e scoprire qualcosa di emozionante.

I nomi di tre musicisti da ascoltare assolutamente prima di diventare sordi. Il nome di tre autori del mondo della psicologia da leggere assolutamente prima di diventare pazzi.
Tre musicisti: per fare onore al nostro underground, comincio con il dire Sixth Minor (da ascoltare live, rendono mille volte più che da CD), poi uscendo dall'Italia... Rome (Flowers From Exile, mi azzardo a dire miglior CD dal '91 a oggi) e naturalmente i Queen (Innuendo miglior CD prima del '91).
Tre autori: Jung, che porta la psicologia ai suoi limiti estremi ed è difficilissimo da leggere, ma che comunque resta il più suggestivo; Charmet, perché nessuno meglio di lui ha capito i giovani italiani; e per finire Chomsky, perché veramente è incredibile quanto sia in grado di analizzare, sviscerare e ricostruire in maniera ordinata e illuminante praticamente qualsiasi problema gli salti per la mente.

La domanda finale è la stessa per tutti: c'è qualcosa che vorresti dire ai giovani psicologi che ci stanno leggendo? E ai giovani musicisti?
Ai giovani psicologi: siamo sulla stessa barca, navighiamo con passione e con la meta sempre in testa, alla fine  approderemo!
Ai  giovani musicisti: fate musica non solo per voi stessi, ma anche per gli altri. Toglietevi di testa ogni preconcetto su cosa sia la musica prima di iniziare a comporre,  e vedrete che farete qualcosa di buono. E soprattutto divertitevi tanto, ché la musica serve a quello.

...

Ringraziamo il nostro ospite! Il Dott. Calandra è, tra le altre cose, uno dei fondatori e degli architetti dell'Antro di Chirone, un portale web di psicologia, pedagogia, antropologia, scienze politiche e giurisprudenza che vi invito assolutamente a visitare, perché è stupendo.
Per altri articoli come questo, spulciate questo blog e iscrivetevi al nostro gruppo Facebook!

martedì 3 maggio 2016

I meglio articoli (Marzo - Aprile 2016)

Questi sono i veri meglio articoli

Cos'è I Meglio Articoli? Per chi non lo sapesse, lo trova scritto qui. In breve, in questa rubrica si parla in generale del blog, di cosa funziona e cosa no, di cosa gli riserva il futuro, cioè di cosa ho in mente io, e si indicano quegli articoli che, a distanza di tempo dalla loro prima pubblicazione, continuano a piacermi, nella speranza che il lettore occasionale li trovi e pensi che son tutti così. Facile.

Nell'ultimo periodo ho inaugurato alcune nuove rubriche.
Le interviste psicologiche, la prima di queste, si è occupata (e si occuperà in futuro) di indagare il mondo dell'arte e della psicologia, per così dire, partendo dal di dentro: ospita artisti ed esperti di psicologia che parlano dei punti di contatto tra questi due mondi, mai troppo distanti. È un progetto di cui vado fiero, e che mi ha permesso di approfondire, da un punto di vista credo inedito, certi argomenti che mi stuzzicavano da molto.
C'era una volta un blog è una rubrica di pensieri veloci, riflessioni soggettive e idee personali. Non ospita quindi articoli divulgativi o dimostrativi, come quelli che si possono trovare altrove su questo blog. Qui trovate quello che è mi successo quando ho pubblicato il primo articolo ^__^
Per finire, ho iniziato una serie di articoli dedicati a Shakespeare, in occasione del quattrocentesimo dalla sua scomparsa, e ho l'idea di iniziarne una parallela su Cervantes, per via della stessa ricorrenza. Esame di Stato permettendo.

Ora, senza soluzione di continuità, perché mi piace spiazzarvi tutte le volte, iniziamo con la classifica degli articoli vera e propria. I tre meglio di questo periodo sono stati...




A sorpresa, un articolo umoristico. Per caso mi è ricapitata sott'occhio, non so neanche io dove, la prova ontologica di Sant'Anselmo, e ho cercato di rigirarla, applicandovi lo spirito patafisico di Alfred Jarry. Ho preso per buono il ragionamento di Anselmo, ma dal punto di vista di un ateo, e ne ho ricavato una nuova conclusione.



Un commento al lavoro di Harold Bloom sul rapporto tra Shakespeare e Freud (di recente aggiornato, quindi forse non ne avete letto la versione definitiva). Mi sembra un articolo ben fatto, che offre ai lettori una prospettiva che, forse, per molti di loro sarà stata inedita. E se l'origine della Talking Cure di Freud fosse in realtà da cercare nei drammi di Shakespeare?



Qui ritorno a un problema che mi tocca da vicino: il disgusto di molti italiani nei confronti della letteratura di fantasia. Ne avevo già parlato in passato, e probabilmente ne parlerò ancora in futuro. Forse, anzi, dovrei iniziare una rubrica vera e propria. Nel frattempo beccatevi l'articolo.


La classifica cronologica, non di merito, dei meglio articoli finisce qui. Il post che ha avuto più successo in questo periodo marzo-aprile è stato Federica Foradini, o della pittura (con 1242 visualizzazioni), il primo della serie delle Interviste Psicologiche. Il blog ha raggiunto quasi le 16000 visualizzazioni. 
Prima di salutarci vi invito a cliccare qui e a seguire la mia pagina Facebook, cari lettori, o sui pulsantini qui sotto per iniziare a condividere i vostri articoli preferiti coi vostri contatti. Per il resto, come sempre, Face front!

domenica 1 maggio 2016

Ma gli italiani sognano (ancora) pecore realiste?

Mi capita di tornare, di tanto in tanto, a domandarmi perché in Italia si soffra così poco la fantasy/fantascienza. Perché la si consideri un genere minore. In questo articolo, che risale all'alba del blog, quando i dinosauri camminavano sulla Terra e i grandi alberi erano re, avevo iniziato a discutere alcuni dettagli del problema, in particolare il concetto di utilità nella letteratura, e ad accennarne altri, come l'invasione di pessima letteratura fantasy/fantascienza che ha subito (e sta subendo ancora, con la deriva YA) il nostro Bel Paese. 
Non sono così ingenuo da credere di avere esaurito l'argomento in due righe. I motivi per cui un popolo rifiuta una parte integrante della sua letteratura, arrivando addirittura a negare l'esistenza di capolavori del genere (un bell'esempio di bi-pensiero, perché, per loro, farlo e stimare Orwell e Calvino non pare sia una contraddizione), sono innumerevoli. Compresa, mi faceva notare un lettore attento, la condanna manzoniana del fantastico, contenuta nell'apologia del vero storico e nella conseguente presa di distanza dalla mitologia classica[1].
Oggi vorrei proporvene un altro. Che inizia con una citazione.
[…] come nella poesia, la fantascienza di qualità richiede una collaborazione di gran lunga maggiore da parte del lettore, una maggiore sensibilità al dettaglio, comprensione del mondo, tessitura e sfumature, così come un maggiore coinvolgimento nello scovare il significato.
A parlare è Dan Simmons, ex insegnante di inglese e autore culto di fantascienza (e di molti altri generi). L'intervista verte su uno dei suoi lavori più importanti, i quattro volumi di Hyperion (HyperionLa Caduta di Hyperion, Endymion e Il Risveglio di Endymion). Il primo, personalmente, lo considero una delle massime opere di soft sci-fi della letteratura. Potete leggere l'intervista integrale qui, se masticate l'inglese.


Leggere e scrivere fantascienza, dice Simmons - e io su questo sono d'accordo - è faticoso. Non si può leggere buona fantascienza pensando ad altro. Si può forse leggere La solitudine dei numeri primi pensando ad altro, e quando si legge Baricco è addirittura consigliabile pensare ad altro... insomma, si può leggere la cattiva letteratura, o la letteratura anonima, pensando ad altro. Ma non si può leggere I reietti dell'altro pianeta, Il cannocchiale d'ambra o Hyperion pensando ad altro. Proprio no. Non che siano faticosi da leggere - nel senso di scritti male (sebbene Pullman non mi sia mai sembrato un autore per ragazzi) -, ma sono impegnativi. Apprezzarli è più difficile che apprezzare La solitudine dei numeri primi, perché la loro comprensione richiede una maggiore attenzione da parte del lettore. Questi libri parlano della realtà, della realtà dell'uomo come della realtà del mondo, in una maniera più sottile di quanto potrebbe mai fare quel chiassoso lavoro di Paolo Giordano (per fare un singolo esempio); a questo va aggiunto, per rendere più complessa la situazione, che ogni dettaglio dev'essere correttamente immagazzinato e processato nella mente del lettore. Cose che in un romanzo realista potremmo dare per scontate devono essere assimilate da zero quando leggiamo un romanzo fantastico.
Scrivere letteratura realistica è fare cronaca con l'aggiunta di un minimo di invenzione, ed è un compito lodevole, degno dei nostri migliori autori (che non sono da confondere con alcuni nomi citati qui sopra). Fare letteratura fantastica è altrettanto degno, ma è forse più faticoso per il lettore di oggi. I libri e gli autori che qui ho elencati come rappresentanti di quella "letteratura da distratti", realistica o fantastica, che sto criticando hanno tutti ottenuto un buon successo di pubblico perché presentano una falsa difficoltà, quasi sempre di stile (De Luca e Baricco in particolare toccano vertici di comica liricità, e si può star certi che il lettore, una volta chiusi i loro libri, si sentirà rassicurato e investito dal peso della propria e della loro intelligenza), facilmente superabile, soprattutto se uno non ci fa caso. Una qualità insomma che può lusingare la vanità e attenuare la noia di qualche crapulone della carta stampata, o di qualche palato fine che purtroppo non ha mai assaggiato altro che questi romanzacci e che si sente obbligato, per mantenere una buona opinione di se stesso, a farseli piacere.
La buona letteratura realistica oggi riesce a vendere solo perché non è apertamente osteggiata. La buona letteratura fantastica, al contrario, che non solo è indigesta ma è addirittura condannata dalla critica ufficiale, difficilmente potrà trovare un mercato di massa all'interno della società. Il mercato di massa è riservato solo alla cattiva letteratura fantastica.

Io comunque gli voglio bene
In Italia, tornando sul discorso "dell'inutilità della fantasy/fantascienza", si finisce per compiere l'errore di sovrapporre questo genere letterario alla letteratura d'evasione. Come se esistesse una corrispondenza uno a uno tra queste due categorie. Non si può cioè immaginare un fantasy/fantascienza che abbia un contenuto importante. Se un autore volesse parlare della realtà, o perlomeno di cose serie, allora dovrebbe scrivere direttamente della realtà. L'invenzione, come dice Manzoni, dev'essere limitata a quelle parentesi che non si possono colmare diversamente e a quei dettagli che migliorano la qualità del testo: il vero poetico non può comunque contraddire il vero storico. Molte persone si cullano in una fantasia di superiorità, quando passano dalla letteratura fantastica a quella realistica, quasi di sacrificio... via da me i giochi da bambini, ecco finalmente i giochi da grandi! In realtà mi capita di pensare che oggi sia la letteratura mainstream[2], autocompiaciuta e morbosa, a essere la vera letteratura d'evasione. Qualcosa che, una volta letta, ci lascia indifferenti come i servizi dei telegiornali sul Medio Oriente. Terribili e anestetizzanti.
Un lettore che cercasse un libro per, ahimè, spegnere il proprio cervello (la massima aspirazione dei consumatori di best-seller), e si trovasse davanti Valis, lo chiuderebbe, lo butterebbe via e ne cercherebbe un altro, più vicino all'immagine che si è fatto del fantastico. Il libro avrebbe allora fallito il suo scopo; ma la colpa non sarebbe del libro bensì del lettore, che lo ha frainteso. Le storie fantastiche non sono fatte solo per evadere. 
Il lettore avrebbe, dal proprio punto di vista, tutte le ragioni di tenersi lontano dalla fantasy/fantascienza più impegnata, perché ha tradito il suo desiderio di distrazione, e di rifugiarsi quindi in opere ignobili come quelle sfornate dalla Troisi. Quella, per lui, sarebbe la vera fantasy/fantascienza, e cibandosi esclusivamente di lei alimenterebbe in eterno la falsa fantasia che lo sia per davvero.




[1] In Del romanzo storico, ad esempio, Manzoni scrive: "Ciò che ci fa differenti in questo dagli uomini di quell'età [classica], è l'aver noi una critica storica che, ne' fatti passati, cerca la verità di fatto, e ciò che importa troppo più, l'avere una religione, che, essendo verità, non può convenientemente adattarsi a variazioni arbitrarie, e ad aggiunte fantastiche". Chiaro come il sole.
[2] Quella che ci aspetteremmo di trovare al Premio Strega.