martedì 26 aprile 2016

Il complesso di Shakespeare


Con l'intento di celebrare i quattrocento anni dalla morte di Shakespeare, il più grande drammaturgo dell'occidente, Psicologia&Scrittura torna a parlare del rapporto che lo lega a Freud, il fondatore della psicoanalisi, come già aveva provato a fare in questo articolo.
Oggi proponiamo il contributo di Harold Bloom (tutte le citazioni sono tratte da Il Canone Occidentale) su questo argomento. Lasceremo che sia lui a parlare; non crediamo sia necessario spiegarlo più di tanto, perché è già chiarissimo da sé. Iniziamo affrontando di nuovo, in breve, il triangolo tra Freud, l'Edipo e Amleto: Bloom sembra tagliare la testa al toro, affermando risolutamente che
Amleto non soffriva del complesso di Edipo, ma Freud soffriva senza dubbio del complesso di Amleto, e forse la psicoanalisi è un complesso di Shakespeare.
C'è una secca condanna della teoria di Freud - che, peraltro, Bloom non argomenta molto. Ma la questione più importante, qui sollevata, è un'altra: in che senso si può parlare di complesso di Amleto e complesso di Shakespeare? Risponde sempre Bloom:
[...] l'ansia dell'influenza non ha vittima più illustre del padre della psicoanalisi, che scopriva di continuo che Shakespeare l'aveva preceduto, e troppo spesso non riusciva a sopportare quell'umiliante verità.

Bloom sostiene l'ipotesi che la visione della psicologia umana di Freud derivi, in maniera del tutto inconscia, proprio dalla lettura dei drammi shakespeariani. La cura della psiche che passa attraverso la parola, suggerisce qui e là nei suoi saggi, è un'idea di Shakespeare, non di Freud: i personaggi di Shakespeare cambiano ascoltandosi. I soliloqui di Amleto cambiano Amleto. Sembrerebbe quasi che Freud abbia solo inserito una variabile relazionale, volta a sollecitare la parola e l'ascolto, in un modello precedente, che è inglese e non tedesco. Addirittura il padre della psicanalisi avrebbe cercato di uccidere lo stesso Shakespeare, come un Edipo il proprio padre (e in questo senso si parla di complesso di Amleto, che è solo un Edipo riflesso su Freud), attribuendo il suo genio ad altri, e cancellandone l'eredità:
Fino alla morte, Freud continuò a insistere [...] che a scrivere i drammi e le poesie erroneamente attribuite a Shakespeare era stato il conte di Oxford. 
Ernest Jones, l'agiografo di Freud, riferisce che Meynert, che insegnò al giovane Freud l'anatomia del cervello, credeva nella teoria secondo cui a scrivere le opere di Shakespeare era stato Sir Francis Bacon. Nonostante l'ammirazione che nutriva per Meynert, Freud si rifiutò di diventare baconiano, ma per un motivo rivelatore: la conquista cognitiva di Bacon, aggiunta all'eminenza di Shakespeare, ci avrebbe dato un autore dotato del "cervello più brillante che il mondo abbia mai prodotto",
un riconoscimento che, sembra sottintendere Bloom, Freud desiderava per se stesso.
Chiarendo ulteriormente l'argomento, Bloom finisce per affrontare il problema di quegli studiosi di Shakespeare che tentano di spiegarne la grandezza filtrandola attraverso una teoria, e ne ottengono invece un senso di sconforto, come se, invece di chiarificarlo, l'avessero rimpicciolito:
[...] chiunque siate e ovunque vi troviate, Shakespeare è sempre più avanti, sul piano tanto concettuale quanto immaginario. Vi rende anacronistici perché vi contiene; contenerlo è impossibile. Non si può illuminarlo con una nuova dottrina, sia essa il marxismo o il freudismo o lo scetticismo linguistico demaniano. Al contrario, sarà Shakespeare a illuminare la dottrina, non mediante una prefigurazione ma, per così dire, mediante una postfigurazione: tutti gli aspetti essenziali di Freud sono già presenti in Shakespeare, accompagnati da una persuasiva critica dello stesso Freud. La mappa freudiana della mente è di Shakespeare; pare che Freud l'abbia solo messa in prosa. In altre parole, una lettura shakespeariana di Freud illumina e trascende il testo di Freud; una lettura freudiana di Shakespeare riduce Shakespeare, o meglio lo ridurrebbe se riuscissimo a sopportare una riduzione che superasse il confine dell'assurdo. 
Harold Bloom
Il complesso di Amleto non è comunque da confondersi in toto con la semplice ansia da influenza, un altro costrutto di Bloom. Questa, che è fisiologica della letteratura e permette l'evolversi della stessa invece di un suo eterno ristagnare, è un rapporto che riguarda solo i libri e prescinde dagli autori. L'ansia da influenza si configura come un punto di partenza del complesso di Amleto/Shakespeare, che invece è dichiaratamente di tipo edipico.
L'ansia da influenza non è un'ansia riguardante il padre, reale o letterario, bensì un'ansia raggiunta dal e nel romanzo, dramma o componimento poetico. Ogni opera letteraria solida fraintende il testo o i testi precursori in maniera creativa, e dunque li interpreta erroneamente.
D'altra parte l'antipatia di Bloom per il metodo psicoanalitico non è un mistero. Egli stesso parla con rimpianto degli "amici di gioventù che si sono sottoposti a interminabili decenni di psicoanalisi, per finire avvizziti e prosciugati, ogni passione spenta, pronti a morire analiticamente dopo aver ritrovato la ragione".

Bloom scrive molte altre pagine agguerrite nei confronti di Freud. Forse per questo alcuni critici hanno ribaltato la sua tesi, e immaginato che, più dell'ansia d'influenza di Freud nei confronti di Shakespeare, Bloom parlasse della propria ansia d'influenza nei confronti di Freud. Alcune citazioni, lette di seguito, potranno chiarire questo sospetto: scrive Andrea Cortellessa:
Nei Vasi Infranti con compiacimento blasfemo [Bloom] definirà la propria, addirittura, imitatio Freudi: perché la critica è freudiana "che lo voglia o no. Essa si fonda su modelli freudiani anche quando finge di essere asservita a Platone, Aristotele, Coleridge o Hegel".
Scrive Aldo Tagliaferri:
La tradizione, che Bloom qualifica come aggressione del precursore, [...] in termini psicanalitici, rientra in quel complesso di ammirazione e di avversione, di emulazione e di desiderio di diversificazione, di eternamento e di uccisione, che va sotto il nome di complesso edipico.
Verrebbe da dire che probabilmente Shakespeare non soffriva del complesso d'Edipo, e che forse Freud non soffriva del complesso di Shakespeare, ma che Bloom soffre sicuramente del complesso di Freud!


giovedì 21 aprile 2016

Paolo Semelli, o della poesia

Quarto appuntamento con le interviste pissicologiche a metà tra arte e psicologia. Per sapere di cosa tratta questa rubrica, vi prego di dare un'occhiata qui. Per vedere gli altri articoli, vi basterà cliccare qui. Tutto chiaro? Tutto a posto? Sto tranquillo? Si proceda, allora.
Quest'oggi parleremo di poesia insieme al Dott. Paolo Semelli, che oltre agli studi di psicologia ha portato avanti un percorso parallelo legato al mondo della quinta arte. Tra i risultati che ha conseguito c'è stata la pubblicazione di una raccolta, Un passo sul vuoto, di cui potete trovare qui una bellissima recensione.
Ora, come siamo soliti dire, bando alle ciance e iniziamo con le domande. Aspettate, siamo soliti dirlo?

Da quanto tempo scrivi? Cosa ti ha spinto a iniziare? E qual è stata, se la ricordi, la tua prima poesia?
Copertina del libro
Scrivo “volontariamente” da quando ho quattordici anni. Ho cominciato con piccoli racconti agghiaccianti; la poesia è arrivata molto dopo, intorno ai diciassette anni. I racconti scaturivano dalla profonda necessità che credo sia propria di ogni adolescente di esprimere creativamente le proprie turbolenze interiori. Col tempo i miei racconti hanno subito una profonda metamorfosi, che li ha portati a diventare pian piano “poesia”, anche se non amo classificare in questo modo le mie produzioni. La prima poesia a tutti gli effetti si intitolava “Tace” ed è presente nella mia raccolta Un passo sul vuoto (qui, qui, qui e qui i link all'acquisto - NdPsicologiaeScrittura): ho voluto inserirla come prova tangibile di quella metamorfosi.

I tuoi studi di psicologia hanno influenzato la tua teoria estetica? Qual è, se c'è, il punto di contatto tra psicologia e poesia?
Credo che ci sia stato uno scambio molto profondo tra ciò che ho studiato e quello che scrivo ancora oggi: da una parte questa ricerca interiore quasi sfiancante mi ha certamente condotto sulla strada della psicologia, che a sua volta mi ha portato a perfezionare le chiavi di lettura della realtà e di tutto ciò che circonda la dimensione interiore. Non è un caso che la mia raccolta sia uscita proprio in concomitanza con la mia laurea in psicologia: sentivo di aver concluso un percorso che per me superava la pura didattica.

Tu hai pubblicato una silloge di poesie, qualche tempo fa - cosa quasi impossibile, qui in Italia, mi pare di capire. Ci piacerebbe che ce ne parlassi.
Ho pubblicato una silloge e l'ho fatto a spese di un editore che ha fin da subito creduto in me e che non smetterò mai di ringraziare, Acar Edizioni. L'Italia è un paese strano, si dice ci siano più scrittori che lettori, e io credo sia in parte vero. Purtroppo il mercato della poesia attualmente è un po' stagnante, servono editori incoraggianti come il mio per poter arrivare a pubblicare un libro come Un passo sul vuoto. Le grandi librerie preferiscono non tenere in giacenza raccolte poetiche di emergenti. Il mio non è un best seller, ma ho incontrato molte persone che sono state felici di leggermi e credo che questa sia la soddisfazione maggiore che possa arrivare da un lavoro del genere.

E ora, la vexata quaestio: secondo il tuo parere tecnico, come si fa a riconoscere il valore intrinseco di una poesia? Io come posso, cioè, distinguere un lavoro di Dylan Thomas da uno di Francesco Maria Muzzalani, il mio barbiere all'angolo che ha pubblicato una raccolta con youcanprint?
L'autore
Questa è una domanda che mi fanno in molti e che io stesso mi sono fatto molte volte. Capita anche a me di leggere poeti molto affermati e acclamati dalla critica e di pensare “Con trentamila lire il mio falegname la scriveva meglio”. Non credo ci siano metri di misura efficaci in questo caso, viviamo in un tempo in cui la metrica classica si è evoluta fino a scomparire. Io lavoro molto sulla musicalità e sul ritmo dei miei componimenti, cercando di non soffocare troppo il logos a cui voglio dar voce: a volte ci riesco e altre volte (quasi tutte in verità) straccio il foglio, spengo la luce e vado a dormire. Ciò che il mio grande maestro Marco Ceriani ha cercato di inculcarmi è la necessità di possedere un linguaggio poetico proprio, che si può formare solo attraverso lo studio dei poeti maggiori. Credo che la differenza tra un poeta ed un “verticalizzatore di prosa” sia tutta lì, nella cura del linguaggio e nel logos a cui dar voce.

C'è qualcosa che vorresti dire ai giovani psicologi che ci stanno leggendo? E ai giovani poeti?
Voglio ringraziare te e loro per il tempo concessomi. E poi solo un piccolo suggerimento che credo mi abbia fatto molto bene negli anni: non scrivete per pubblicare o per chiudere tutto in un cassetto, scrivete perché siete vivi e una vita sola non vi basta. Un suggerimento che può essere applicato anche agli studi, per forza di cose. In bocca al lupo!

Grazie a te per esserti prestato. Arrivederci!

...

Se le interviste psicologiche vi piacciono, vi stuzzicano, vi interessano, vi danno da pensare, allora prego, senza complimenti, continuate pure a seguirci. Qui potete trovare un altro articolo riguardante la poesia, e qui il gruppo FB del blog, cliccate sul Mi piace per essere sempre aggiornati. Qui sotto, infine, tutti i pulsantini utili per condividere l'articolo.

mercoledì 20 aprile 2016

Morte peggiore

Non c'è morte peggiore dell'ignoranza della verità; nessuna voragine è più profonda che dare approvazione alle cose false come se fossero vere.

Giovanni Scoto Eriugena


domenica 17 aprile 2016

Lettori brava gente


Classifica delle vendite di Tuttolibri del 16 aprile 2016:
Troviamo al primo posto Vietato smettere di sognare, la storia del duo Benji & Fede, nuovo fenomeno musicadolescenziale italiano. Il libro è più che altro una raccolta di foto e frasi veloci, e contiene perle come "20 GIUGNO 1993: Sono nato, appunto, il 20 giugno 1993 e sono cresciuto a Modena fino alla terza superiore".
Meraviglioso.
Dato che internet è un posto brutto, voglio chiarire subito: io non ho niente contro questi progetti editoriali né contro questi artisti. Anche perché non li ho mai ascoltati. Il libro non è il tentativo di un musicista traballante di darsi un'aria da filosofo (come fece Biagio Antonacci ai tempi) o di incensare se stesso (e qui il ricordo va subito a Giovanni Allevi). Il libro è brutto ma onesto: sia chi lo compra sia chi l'ha pubblicato sa che cos'è, e non vuole farci credere diversamente. Quello che mi dispiace è che, lasciate che ve lo ripeta, è AL PRIMO POSTO NELLA CLASSIFICA DELLE VENDITE. E sì, l'ho letto, quindi niente commenti come "Magari se lo merita".

Al secondo posto ci tiriamo un po' su di morale? No, perché troviamo una nostra vecchia conoscenza. Anna Todd, che ci delizia con Before. After forever, una specie di incubo temporale che, mi pare di aver capito, è sia sequel che prequel che durantel della saga After.
La Todd scrive male, e su questo siamo tutti d'accordo. Intendo dire che qui abbiamo uno di quei rari casi in cui tutti i recensori e i critici fanno fronte comune, e chi non è d'accordo non è né un recensore né un critico. Pare un esame preliminare per entrare nel club: se ti fa schifo la Todd, allora puoi dire la tua, altrimenti non farci perdere tempo.
In questo blog ho trovato un'anteprima del primo capitolo di Before: già leggere il paragrafo d'apertura ci può dare una misura del valore del libro. Qualcosa scritto da un ragazzino, con lo stile e i personaggi di un adolescente con scarsa fantasia, e senza un editing decente.
Di nuovo, mi preme ricordarvi che il mio problema non è che questo libro esiste; è che si trova al secondo posto della classifica delle vendite.

Niù entri, per finire in bellezza, all'ottavo posto Tutta colpa del Denaro di Il Vostro Caro Dexter. Per chi non conoscesse Il Vostro Caro Dexter o il fantastico mondo dei recensori di videogiochi di Youtube Italia, be', lui è uno di loro.
A onor del vero, e voglio che sia chiaro, non ho nulla contro questo libro. Non l'ho letto e non ne parlerò più. Volevo solo segnalare che un nuovo youtuber è passato in testa alle classifiche di vendita delle librerie. Sono sicuro che sia un posto meritatissimo.

(Il sospetto che i libri degli youtuber siano in realtà scritti da ghostwriter mi deprime ancora di più. Significherebbe che scrittori di professione, invece di scrivere bene, coscientemente o meno producano cacca su cacca da mandare in stampa. Vero che il materiale di partenza è quello che è, e che il target di riferimento è quello che è, ma andiamo! fate un piccolo sforzo, per amore della professione.)


IN CONCLUZIONE...

La maggior parte delle volte che leggo la classifica di Tuttolibri mi vien da piangere. Le cose sono due: o i lettori iniziano da subito a comprare qualche libro decente, da far finire in cima alla classifica, oppure ti prego, Tuttolibri, l'ultima pagina dedicala solo alle pubblicità.

venerdì 15 aprile 2016

Vivere (d)i libri - Cosa leggo questa settimana?

Un argomento inedito per la rubrica Vivere (d)i libri. Si avvicina l'Esame di Stato e non so se avrò il tempo di scrivere le mie solite mini-recensioni, quindi la risolvo presentandovi una lista dei libri che sto leggendo in questo momento, oggi 15 aprile 2016, più un paio di impressioni che ne ho ricavato in itinere.


GORMENGHAST
di Mervyn Peake
Secondo libro della trilogia di Gormenghast di Peake. Per saperne di più, vi invito a leggere questo articoletto. L'articolo ha sicuramente ragione su una cosa: Peake è uno di quegli autori che bisogna leggere se si vuole imparare a scrivere. Consigliato a tutti gli aspiranti scrittori.

ALL'ANIMA DELLA MUSICA
di Terry Pratchett
Di Pratchett abbiamo già parlato qui. La nuda trama del romanzo ricorda molto Stelle Cadenti e Morty l'Apprendista, ma per ora l'intreccio mi sembra ben gestito, e i personaggi più interessanti dei loro omologhi. Il mio consiglio, o miei ignoramus (da quanto non vi chiamavo così? <3), è di avere sempre in biblioteca un Pratchett non letto, pronto per le emergenze. Non si sa mai quando potrebbe servire.

LE MERAVIGLIE DEL POSSIBILE: ANTOLOGIA DELLA FANTASCIENZA
a cura di Sergio Solmi e Carlo Fruttero
Una raccolta storica ristampata di recente. Una di quelle meraviglie editoriali che, in Italia, ti sorprende sempre trovare. Di questo libro leggo solitamente quattro o cinque racconti, quando sento la necessità di un po' di buona/ottima fantascienza, e poi via, di nuovo sullo scaffale fino alla prossima volta. Va così, a bisogno. Se non l'avete ancora comprato, prendetelo prima che esaurisca.

FILOSOFIA DEL CRISTIANESIMO: DA PAOLO DI TARSO A TOMMASO D'AQUINO
di Giuseppe Ganci
Il libro ripercorre le tappe fondamentali della filosofia cristiana dall'apologetica alla bassa scolastica, partendo dall'insegnamento apostolico di San Paolo. Si legge in un soffio e costa poco. Il difetto è che è un lavoro  schematico; ma è ottimo per ripassare, se si possiedono già le basi. D'altra parte, è un'introduzione leggera per chi si avvicinasse per la prima volta all'argomento.

giovedì 14 aprile 2016

Cos'è l'epicità?

Se in passato vi siete mai chiesti cosa sia l'epicità, be', eccovi qui la risposta. Paragrafo uno:



E paragrafo due:

Spero sia tutto chiaro, per oggi.

mercoledì 13 aprile 2016

C'era una volta un blog - Explained

Il primo post della rubrica "C'era una volta un blog" ha riscosso un relativo consenso, per quel che posso ricavare dai commenti presenti su FB. Ma alcuni lettori hanno anche sollevato certe perplessità che mi preme di chiarire. In generale credo siano state frutto di una scorretta lettura del testo. Così, per evitare che queste cose possano accadere di nuovo - almeno nell'ambito di questa rubrica -, ho pensato di portarvi a esempio proprio quel testo, e di spiegarvene i nodi più controversi. Vedrete che la prossima volta, se terrete a mente di leggere ciò che è scritto e di non considerare a priori che un discorso diretto sia sbagliato, vi sembrerà tutto molto più chiaro. Che poi non siate d'accordo col contenuto, sacrosantissimo; ma almeno non sarete d'accordo con quello che è stato scritto, non con quello che vorreste aver letto. Vamos a cominciar:

...

Qualche giorno fa me ne stavo in giro coi miei amici, quando una ragazza, parlando di non so più quale prodotto fantasy, probabilmente qualche distopico adolescenziale (Maze Runner Divergent o chissà che altro) (attenzione! Questo è un esempio da cui scaturisce il ragionamento. Non è una prova né una statistica. Non deve esserlo. Si tratta di un pretesto. Il distopico è un genere di fantascienza, che PERSONALMENTE - e, con me, varie autorità tra le quali Ursula Le Guin - considero una parte della fantasy. L'esempio mantiene comunque un certo valore, anche dividendo fantasy e fantascienza, perché è uno Young Adult, il genere di riferimento del mio discorso. Potete comunque sostituirlo con un altro delle decine di esempi che sono sicuro vi verranno in mente), ha detto che alla fine della saga c'era sì una battaglia, ma che era normale - semper in tutti i fantasy alla fine si trova una battaglia (attenzione! La mia amica parla di tutti i fantasy, non io. Io seguo il suo incipit, perché è proprio qui che si trova l'errore che vorrei correggere. Un altro motivo per cui l'aneddoto è valido).
Cos'hai detto, per Crom?
Ora, la mia amica (che saluto) confondeva un cliché con una regola. Un errore come tanti. Vero che i primi fantasy tolkeniani, a cui di solito si guarda erroneamente come alla sorgente di tutto il genere, hanno grandi battaglie finali (Lo HobbitIl Signore degli Anelli - e anche dall'altra parte della barricata rispetto a Tolkien, Il Leone, La Strega e L'Armadio(attenzione! Il mio discorso non è un'accusa ai fantasy tolkeniani. Si parla di Tolkien e Lewis solo come finte auctoritas per un'erronea applicazione delle regole: il discorso è che a molti potrebbe sembrare che, solo perché loro hanno inserito battaglie finali tra Bene e Male in romanzi che sono obiettivamente magnifici, allora è necessario che ci sia sempre una battaglia finale tra Bene e Male. Anche, si suggerisce che Tolkien viene considerato spesso da questi cattivi autori l'unico metro di paragone possibile per i fantasy), ma questo perché si rifanno a una tradizione epica che riconosceva nel culmine della vita guerriera la massima realizzazione di un uomo. Noi possiamo capirli e pensare ai personaggi che troviamo nell'Iliade - già meno se pensiamo a quelli dell'Odissea. Anche noi, cioè, abbiamo dei riferimenti letterari sempre validi in tal senso (attenzione! Non sto dicendo che Tolkien è uguale a Omero. Non sto neanche applicando l'epica omerica al fantasy. Sto usando Omero per chiarire con un parallelo familiare ai miei lettori il concetto di epica guerriera, comune all'humus germanico e norreno che è una - UNA - delle fonti di Tolkien. Se siete d'accordo col fatto che 1) nell'Iliade vige una certa logica di tipo guerriero, una ricerca del valore che è un valore guerriero e che si estrinseca in battaglia; 2) nelle saghe germaniche e nei frammenti inglesi pre-normanni si può trovare un tipo di logica guerriera simile, in cui si conferisce un particolare valore alla guerra e alla battaglia; 3) l'antica letteratura dei popoli del nord ha avuto un'influenza sul lavoro di Tolkien, allora siete perfettamente d'accordo con me. Le vostre rimostranze, se ce ne sono, dovrebbero concentrarsi su altro).
La battaglia finale, o l'epica guerriera dell'Heroic Fantasy e dello Sword&Sorcery, sono perciò scelte narrative legittime (attenzione! Come vedete, non sto condannando la scelta di finire un romanzo con una battaglia), ma da qui a dire che sono le uniche accettabili ne passa. Tanto più che, ne sono sicuro, il pensiero della mia amica riecheggia quello delle centinaia di autori di fantasy cheap che affollano le nostre librerie (attenzione! Portare esempi di ottimi fantasy che evadono da questa tendenza non smentisce il mio post, che tratta solo i fantasy cheap/Young Adult che affollano le nostre librerie. Oltre a questo CHIARO riferimento, da notare che tutti i titoli usati appartengono al filone dello Young Adult, compresi quelli fittizi, inventati appositamente per chiarire a quali tipologie di romanzi mi stessi riferendo. Fantasy cheap è definito? No, ma è, credo, comprensibile per chiunque legga il post, che non è un articolo divulgativo e quindi non è obbligato a spiegare ogni concetto che usa. Di questo parleremo di nuovo tra un attimo): la battaglia finale tra il bene e il male ci vuole, son le regole, #ecchescherziamoveramente. Da qui gli altrimenti inspiegabili Le Cronache della Strega di Marzandon, Il Ciclo dell'Arma di Luce, La Tetralogia della Ragazzina Molto Speciale che Quasi da Sola Abbatté il Generico Regime Dittatoriale (tutti editi dalle Edizioni Barnaba, naturalmente), prevedibili, con lo stesso intreccio che si propone e si ripropone in eterno.

Insomma, qui c'è qualcosa di talmente ripetitivo, negli ultimi anni, che è diventato regola assoluta. Intere generazioni di lettori/scrittori che non sanno neanche che i finali sono una scelta libera, e che la Fantasy, persino la High Fantasy, può evolversi in mille trame diverse - non una eternamente uguale (per l'importanza dell'originalità in letteratura, e in particolare nella letteratura fantastica, vi rimanderei qui, così evito di ripetermi). Se per sbaglio a queste persone capitasse in mano un fantasy o un fantascienza diverso da quello a cui sono ormai da tempo abituati, lo chiuderebbero disgustati e correrebbero a comprarsi l'ennesimo clone di Hunger Games.
A volte penso che la letteratura stia morendo. Che stia venendo lentamente assassinata dai peggiori Young Adult o da questa generale mancanza di originalità - finale ripetitivo o meno. Quindi consoliamoci un po', alla maniera di quei giovini che stanno rovinando tutto quello che amiamo. Non ci resta altro da fare.


(Questa è una rubrica personale. Potete rispondere esponendo la vostra opinione, dati alla mano o meno, ma prima di partire tenete a mente che sto parlando per impressioni. Ripeto: questa è una rubrica personale all'interno di un blog personale.) (attenzione! Questo passaggio ha il compito di chiarire che il precedente non è un post divulgativo o didattico. Per questo non mi sono soffermato su Tolkien, su Omero o sulla definizione di fantasy cheap: perché si tratta solo di suggestioni per far arrivare un messaggio, di veloci input che mi servivano per farvi capire quel che penso. Lo ripeto: valutare il contenuto di questo post come se fosse un articolo divulgativo - ce ne sono su questo blog, ma non è questo il caso - significa non aver chiara la differenza tra una lezione e un dialogo tra pari.)

...

Non credo di essere il primo blogger a cui sono state imputate generalizzazioni o affermazioni che non si è mai sognato di fare. Ho cercato di rendere chiaro il mio pensiero, anche soffermandomi troppo su certi argomenti, ma evidentemente non è bastato. La mia impressione è che molte persone che posseggono una conoscenza più o meno generica di un argomento - ad esempio la letteratura -, aprano un blog con la certezza che la persona che ne ha scritto ne sappia meno di loro. Finiscono quindi per interpretare tutto al peggio possibile, invece di concedere quel minimo di stima umana che permetterebbe di capire il ragionamento senza problemi. Tra l'altro col cuore del post, che riguarda il problema della ripetitività di certi fantasy dozzinali, si sono trovati TUTTI d'accordo. Ciò detto, criticare è sia un diritto che un dovere, per dir così, e se avessi scritto delle cialtronerie dovrei essere duramente corretto - il problema è quando sono corretto per cialtronerie che non ho scritto. 
Invito comunque gli altri blogger, che un giorno si troveranno di nuovo a dover spiegare a un lettore disattento la differenza tra ciò che è stato scritto e ciò che è stato interpretato, e tra un articolo divulgativo e una rubrica di veloci impressioni, a postare queste righe. Perlomeno dimostrano quanto sia facile essere fraintesi dai lettori.

martedì 12 aprile 2016

Amleto nella stanza della madre

Ovvero "Amleto e il Complesso di Edipo secondo Freud. Una discussione".

David Garrick interpreta Amleto

LA PAZZIA DI AMLETO
Inizio parlandovi d'altro. La questione della pazzia di Amleto, in sé, non ha molto a che fare col Complesso d'Edipo, ed è quindi meglio sbrigarsela subito, perché a lasciarla lì rischia di diventare problematica. Si può infatti parlare dell'una, la pazzia, perché è manifesta, senza scomodare l'altro, l'Edipo, che al massimo è inconscio - nel senso che neanche Shakespeare ci poteva aver pensato - se non indirettamente, se non parafrasando. Ci si chiede, fuor dai denti, se Amleto fosse davvero pazzo.
Chi afferma che la pazzia sia solo una montatura è convinto che Amleto si fingerebbe pazzo con l'obiettivo di passare inosservato mentre svolge la sua indagine e progetta la sua vendetta alle spalle dello zio. Il che si rivelerebbe un piano singolarmente mal congegnato: da quando è pazzo, Claudio non ha occhi che per lui. Seconda ipotesi, forse Amleto suscita volutamente le ansie di suo zio per smascherarlo - in maniera non dissimile da quanto faranno gli attori che mettono in scena, per suo ordine, L'assassinio di Gonzago. Amleto spera cioè che Claudio, esasperato, si tradisca e in un modo o nell'altro confessi. Ma siamo certi che sia così? Che non ci sia un'effettiva vena di pazzia che scorre nelle vene di Danimarca?
Chiaramente non è plausibile che le manifestazioni più vistose della pazzia di Amleto siano genuine. Non più di quelle di Tom O'Bedlam nel Re Lear. Le ripetizioni, i giochi di parole ("Cosa stai leggendo, mio signore?" chiede Polonio, e "Parole, parole, parole" gli risponde Amleto), le freddure, la fredda logica parossistica, sono tutte pose che il principe assume di volta in volta per fingersi pazzo. Quasi uno scherzo, è come un nobile danese (o, meglio, un drammaturgo inglese) doveva immaginare che fosse la pazzia; una maschera ridicola di nonsense. Ma ci sono altri momenti, quando Amleto è solo, e parla, e non avrebbe motivo di fingere, in cui avvertiamo la sua tristezza, i suoi pensieri morbosi, la sua incapacità ad affrontare la situazione corrente ("Il mondo è fuor di cardini | Ed è un dannato scherzo della sorte | Che io sia nato per rimetterlo in sesto"). Uno stato di depressione alternata a frenesia che culmina con l'assassinio di Polonio, che il principe, sul momento confuso e sanguinario, scambia per lo zio.

Lo Shakespeare's Globe Theatre
Insomma, che Amleto sia matto questo ci sentiamo di escluderlo; ma che ci sia in lui un depauperamento delle risorse emotive, favorito da una personalità già di per sé malinconica, e un irrigidimento nel processo di presa di decisione che gli impedisce di agire contro Claudio, è più probabile. 
Noi spettatori assisteremmo quindi a uno stato patologico indotto dal grave stress a cui è sottoposto il principe, e dal terribile dubbio che il fantasma sia in realtà il Diavolo mandato per fargli commettere un peccato, l'omicidio di un consanguineo. Un autore moderno, allo stesso modo, avrebbe instillato in Amleto il dubbio che il fantasma fosse un'allucinazione. Shakespeare non ci pensa: non è nello spirito del suo tempo.

...

Il tema della pazzia è presente già nella Vita Amlethi, una delle fonti di ispirazione di Shakespeare, e nella Tragedia Spagnola di Thomas Kyd, che il Bardo saccheggia per scrivere la sua opera. Tuttavia lì la pazzia è scopertamente una finzione, una dissimulazione; in Amleto invece assume un contorno più sfumato e sottile; e a distanza di molti anni, c'è chi si chiede ancora se Amleto fosse davvero pazzo.

FREUD RILEGGE AMLETO
Per introdurre l'argomento principale di questo articolo riassumo l'interpretazione psicologica che Freud dà dell'Amleto, in modo che sia chiara a tutti, e che poi si possa con più calma discuterla.
Freud parla di un Edipo, tra i più classici Edipo: nella tragedia ci sarebbero sia la morte del padre sia, più o meno nascosto, il desiderio sessuale per la madre. Pensiamo allora a un complesso edipico irrisolto di Shakespeare, proiettato, inconsciamente, tra le pagine di questo suo (capo)lavoro.
Facciamo mente locale. Shakespeare scrisse l'Amleto - probabilmente tra il 1600 e il 1602 - sotto una duplice influenza: quella della morte del figlio Hamnet, avvenuta nel 1596, e quella della morte di suo padre John, avvenuta proprio nel 1601. Oltre al processo di sublimazione, come meccanismo di difesa utile a fronteggiare il lutto, esiste la concreta possibilità di una riattualizzazione dei conflitti irrisolti dell'infanzia, che Shakespeare si sarebbe trovato ad affrontare da adulto, e che infatti sembrano tanto vivi nella sua tragedia.
Spero che fin qui sia chiaro.

LA PROVA... CONFUTATA
C'è una scena molto famosa, presente tra gli altri nelle rappresentazioni di Zeffirelli, di Branagh e in quella integrale di Rodney Bennett, che pare confermare questa ipotesi. Sto parlando della quarta scena del terzo atto della tragedia, quella in cui Amleto si confronta con la madre Gertrude, la sbatte sul letto e poi la raggiunge, la cavalca, quasi le sfiora le labbra con le proprie. Quale Edipo più chiaro di questo, verrebbe da chiedersi. La scena tuttavia presta il fianco a numerose critiche, prima tra tutte il fatto che non sia una scena voluta da Shakespeare.
Laurence Olivier nel 1961
Nei copioni con le indicazioni di scena, e nei dialoghi da cui queste indicazioni sono ricavate (gli originali non hanno indicazioni di scena, ma ne accennano prima Rosencrantz e poi Polonio) non si parla né di letto né di camera da letto: si parla invece di closet, ovvero di gabinetto personale, di studio privato, di guardaroba. Per quanto ne sappiamo, quindi, Amleto avrebbe potuto parlare a Gertrude comodamente seduto su una seggiola, dietro a un tavolino, mentre la regina era intenta a fare altro. Invece la scena a cui noi siamo abituati, che ormai ci sembra parte della rappresentazione quanto il teschio di Yorick, si deve al film di Laurence Olivier del '48: Olivier la diresse avendo già in mente l'Edipo come chiave interpretativa della tragedia. Gliene aveva parlato l'amico Ernest Jones, neurologo psicanalista e discepolo di Freud.
Ora, chi critica l'interpretazione freudiana è convinto che l'Edipo in Amleto, così come il letto in questa scena, sia un elemento posticcio. Gli altri, che questa scena sia solo un'esemplificazione tarda di qualcosa che sarebbe comunque stato evidente... tanto più che il closet, la camera in cui ci si cambia, è ugualmente una stanza privata, la cui intimità non doveva essere dissimile, nell'immaginario dell'epoca, a quella che noi attribuiamo a una camera da letto. 
Esistono altre critiche mosse a Freud. Una, che nel 1600 il Complesso d'Edipo non era stato ancora scoperto e quindi l'autore non avrebbe potuto inserirlo nella sua opera. A loro rispondo (io, che non condivido questa ipotesi), e spero mi capiscano, che se la gravità è stata formalizzata da Newton, questo non significa che la gente prima potesse camminare per aria. L'altra, che Amleto è un personaggio immaginario, e che quindi, se non esiste un volere dell'autore, non potrebbe aver sviluppato alcun complesso; ma una proiezione inconscia è per definizione involontaria, e inoltre queste persone devono ignorare qualsiasi legame che intercorra tra artista e personaggio! 

UN PICCOLO CONTRIBUTO
Sempre secondo Freud, Amleto faticherebbe a uccidere Claudio perché, così facendo, condannerebbe senza assoluzione anche il proprio desiderio edipico, che Claudio ha messo in atto casualmente. Mi sembra che la cosa possa essere persino più semplice di così: Claudio e Re Amleto[1], non a caso fratelli, sono una rappresentazione scissa della figura paterna; e in questo senso Amleto vorrebbe uccidere Claudio, il padre castrante, ma si trattiene dal farlo fino all'ultimo atto (la spiegazione è psicologia: narrativamente, i motivi usati per dar conto della sua indecisione sono altri, e almeno all'inizio riguardano il dubbio che l'apparizione di suo padre lo stia ingannando).
Perché allora non far uccidere direttamente Re Amleto da Amleto? qualcuno si potrebbe chiedere. Un modo molto più diretto per manifestare le tensioni dell'Edipo irrisolto. C'è però da tener presente che questo, per la mentalità dell'epoca (e fortunatamente anche per la nostra), sarebbe stato contro natura tanto quanto fare l'amore con la propria madre. Shakespeare, filtrando il proprio Edipo attraverso gli strumenti del tempo, per rendere accettabile la rappresentazione avrebbe dovuto spostare (un classico meccanismo difensivo di spostamento) l'istinto omicida su una persona prossima all'obiettivo originale, stavolta più accettabile. E, ancora una volta, chi poteva essere più prossimo di suo fratello? [2]  In questo modo Shakespeare avrebbe anche nascosto a se stesso il proprio desiderio.
Ovvio che non si deve cadere nell'errore di immaginarlo, chino sui fogli, con le unghie sporche d'inchiostro e gli abiti dozzinali da attore, che cerca un modo per rendere in scena un complesso di cui neanche sapeva il nome. Tutto il processo è inconscio. 

LA VERA OBIEZIONE
Pensare che Shakespeare avesse architettato da solo questo splendido Edipo danese, da un certo punto di vista, confermerebbe la teoria di Freud. Purtroppo la verità è che Shakespeare si è rifatto a un evento storico ben preciso: nelle Gesta Danorum di Saxo Grammaticus è riportata la leggenda di un certo Amleth, figlio del Re dello Jutland, ucciso dal fratello che, dopo averne sposato la vedova Geruth, si dichiara anche padrone di tutti i suoi possedimenti. In seguito Amleth riesce a uccidere l'usurpatore e a prende possesso della sua eredità. Shakespeare conosceva già la Vita Amlethi, almeno nella traduzione di Belleforest: sarebbe una ben strana coincidenza, altrimenti!
Il fatto che Shakespeare non abbia inventato l'Amleto assesta un duro colpo all'interpretazione di Freud; ma, a ben vedere, nulla ci vieta di pensare che Shakespeare avesse scelto e, in seguito, profondamente arricchito questa leggenda proprio in virtù di quel Complesso di Edipo di cui il fondatore della Psicanalisi lo immaginava vittima. Ma è davvero così? Forse è inutile tirare in ballo il Complesso quando, se proprio c'è bisogno di un motivo diverso dalla semplice pateticità della storia, ricordiamo che il nome di Amleth doveva aver esercitato una speciale attrazione sulla mente di Shakespeare, dato che il figlio scomparso si chiamava proprio Hamnet. Allora, che sia stato il nome del figlio ad essere stato scelto per l'eco che Shakespeare trovava nella propria storia, quando considerava la storia di Amleth? Forse. In fondo tutto è possibile. Eppure queste obiezioni, unite al ridimensionamento che il Complesso di Edipo ha subito negli ultimi anni, porterebbero, credo, a una svalutazione e probabilmente a un abbandono tout court della teoria freudiana dell'Amleto. 


Mi pare sia meglio concludere qui l'articolo. Non mi resta che pregarvi, nel caso vi sia piaciuto, di condividerlo sui social (sono i pulsanti in fondo, li vedete di certo) e magari di lasciare un commento. Torneremo ancora a parlare di Shakespeare, dato che nel 2016 si festeggiano i quattro secoli dall'anno della sua morte. Stay tuned, amici del Bardo.




[1] Il padre di Amleto porta il suo stesso nome. Il che renderà questa discussione leggermente più difficile da seguire, per chi non conosce la tragedia.
[2] È interessante notare che Claudio, dopo la morte del fratello, riceva la corona di Danimarca nonostante l'erede diretto, Amleto, sia già adulto. La corona, cioè il ruolo, indicherebbe così un'ulteriore identificazione tra Claudio e Re Amleto. Storicamente si giustifica l'elemento con l'adozione di una linea ereditaria non per primogenitura ma per anzianità.

domenica 10 aprile 2016

C'era una volta un blog - Pensieri sparsi di un giovane blogger

Qualche giorno fa me ne stavo in giro coi miei amici, quando una ragazza, parlando di non so più quale prodotto fantasy, probabilmente qualche distopico adolescenziale (Maze Runner o Divergent o chissà che altro), ha detto che alla fine della saga c'era sì una battaglia, ma che era normale - semper in tutti i fantasy alla fine si trova una battaglia.
Cos'hai detto, per Crom?
Ora, la mia amica (che saluto) confondeva un cliché con una regola. Un errore come tanti. Vero che i primi fantasy tolkeniani, a cui di solito si guarda erroneamente come alla sorgente di tutto il genere, hanno grandi battaglie finali (Lo Hobbit, Il Signore degli Anelli - e anche dall'altra parte della barricata rispetto a Tolkien, Il Leone, La Strega e L'Armadio), ma questo perché si rifanno a una tradizione epica che riconosceva nel culmine della vita guerriera la massima realizzazione di un uomo. Noi possiamo capirli e pensare ai personaggi che troviamo nell'Iliade - già meno se pensiamo a quelli dell'Odissea. Anche noi, cioè, abbiamo dei riferimenti letterari sempre validi in tal senso.
La battaglia finale, o l'epica guerriera dell'Heroic Fantasy e dello Sword&Sorcery, sono perciò scelte narrative legittime, ma da qui a dire che sono le uniche accettabili ne passa. Tanto più che, ne sono sicuro, il pensiero della mia amica riecheggia quello delle centinaia di autori di fantasy cheap che affollano le nostre librerie: la battaglia finale tra il bene e il male ci vuole, son le regole, #ecchescherziamoveramente. Da qui gli altrimenti inspiegabili Le Cronache della Strega di Marzandon, Il Ciclo dell'Arma di Luce, La Tetralogia della Ragazzina Molto Speciale che Quasi da Sola Abbatté il Generico Regime Dittatoriale (tutti editi dalle Edizioni Barnaba, naturalmente), prevedibili, con lo stesso intreccio che si propone e si ripropone in eterno.

Insomma, qui c'è qualcosa di talmente ripetitivo, negli ultimi anni, che è diventato regola assoluta. Intere generazioni di lettori/scrittori che non sanno neanche che i finali sono una scelta libera, e che la Fantasy, persino la High Fantasy, può evolversi in mille trame diverse - non una eternamente uguale (per l'importanza dell'originalità in letteratura, e in particolare nella letteratura fantastica, vi rimanderei qui, così evito di ripetermi). Se per sbaglio a queste persone capitasse in mano un fantasy o un fantascienza diverso da quello a cui sono ormai da tempo abituati, lo chiuderebbero disgustati e correrebbero a comprarsi l'ennesimo clone di Hunger Games.
A volte penso che la letteratura stia morendo. Che stia venendo lentamente assassinata dai peggiori Young Adult o da questa generale mancanza di originalità - finale ripetitivo o meno. Quindi consoliamoci un po', alla maniera di quei giovini che stanno rovinando tutto quello che amiamo. Non ci resta altro da fare.


(Questa è una rubrica personale. Potete rispondere esponendo la vostra opinione, dati alla mano o meno, ma prima di partire tenete a mente che sto parlando per impressioni. Ripeto: questa è una rubrica personale all'interno di un blog personale.)



EDIT: Se il post vi ha confuso, irritato o contrariato, prima di chiudere il blog vi consiglio di dare un'occhiata qui.


mercoledì 6 aprile 2016

Introduzione alle arti magiche - Dott. Ignatius Fortebraccio


  1. Ogni cosa, dal momento in cui viene creata, possiede un Intelletto.
  2. Persuadere questo Intelletto ad agire secondo la nostra Volontà è la radice di ogni Magia.


Queste due brevi regole, nella loro semplicità, sono le sole universalmente riconosciute e insegnate in tutte le università del mondo. Quindi, sia che vi troviate all’Università di Londra, a quella di Roma o a quella di Erlion, questa sarà la base di tutta la magia che imparerete e che agirete nel corso della vostra vita. Nessuno sconto, nessuna eccezione. Eccole qui.
Ogni cosa, dal momento in cui viene creata, possiede un Intelletto. Questa frase non significa, come molti, soprattutto tra i nostri teologi più naive, hanno argomentato fin dai tempi del Cataclisma (si vd. Bonino, 1303; Ibn Taymyya, 1319), che vi sia un Intelletto Ordinatore dietro la creazione dell’universo; significa solo che un albero, un fiume, un ciottolo, una casa, tutti loro possiedono una mente (o, come suggerisce Mon Arkam, 1419, uno Spirito) in grado di comprendere, se non la lingua, perlomeno le intenzioni di chi gli sta attorno. Dialogare con questo Intelletto è cosa di tutti i giorni: gli uomini parlano continuamente con altri uomini, e in parte anche con gli animali. A volte, e questo sì che appare magico ai nostri occhi, gli uomini riescono addirittura a capirsi. Il problema sorge quando si tratta di farsi ascoltare da oggetti senza orecchie o, addirittura, senza un sistema nervoso.

Per poter comunicare con qualcosa e convincerla a eseguire un ordine, un loro ordine, i maghi si sono storicamente affidati a due strategie: che sono la retorica e il canto. Non è ancora chiaro perché, ma pare che le cose prestino più attenzione quando si canta loro, rispetto a quando semplicemente si parla loro. Alcuni (Mon Arkam, op. cit.) affermano che il motivo di questa predilezione vada ricercato in un fatto tecnico, e cioè che il canto sia stato la prima forma di insegnamento degli incantesimi, in un tempo in cui la scrittura non esisteva ancora e tutto doveva essere mandato a memoria per il futuro. Altri (si vd. Burton, 1621) sostengono invece che le cose siano più bendisposte a eseguire gli ordini quando glieli si canta, perché in questo modo sperano di zittirci il prima possibile.
Quale che sia la verità, il fatto rimane, e il canto è la via principale per lanciare un incantesimo. Vi sono altre verità empiriche da tenere a mente, se si vuole intraprendere lo studio delle Arti Magiche: che, ad esempio, un mago più frequentemente usa la propria magia più i suoi incantesimi si infiacchiranno; che trasmutare il proprio aspetto, il proprio corpo, senza l’aiuto di quelli che si chiamano Veicoli Esterni (e.g., il Mantello di Piume della Strega del Nord) è senza dubbio un’azione a senso unico, e che cercare di invertirla o di pasticciarci sopra può anche costare tutta la magia di un mago; che infine, quando l’incantesimo di un mago viene infranto, anche tutti gli altri suoi incantesimi, per un certo periodo di tempo, diventano più difficili da lanciare, o più brevi, o soffrono di altri handicap di tal genere.
Insomma, per praticare una magia qualsiasi bisogna prima convincere l’oggetto adatto allo scopo a fornirci il suo aiuto. Da ciò ne consegue (e spero sia chiaro) che le piccole magie non sono quelle che interessano le piccole dimensioni, ma quelle che assecondano la natura degli oggetti: convincere un vomere a dissodare, ad esempio, è cosa che quasi non prosciuga energie; ma anche riparare una televisione, che naturalmente desidera tornare alla propria forma originaria. Bisogna sempre ricordarsi che ogni cosa tende a persistere all'interno del suo stato, e che, ad esempio, per citare un detto attribuito a Dant (si vd. Dant della Luce, 1563), convincere un drago a non volare è una cosa quasi impossibile. Oltre che, ci sentiamo in dovere di aggiungere, abbastanza pericolosa. Fortunatamente queste bestie di solito vivono appartate, nelle isole a est di Erlion, e poco hanno a che fare con questa parte dei mondi.
La Teoria della Persuasione delle Cose, che qui abbiamo riportato nel suo scheletro fondamentale, è quella che noi abbiamo avuto occasione di approfondire nel corso dei nostri studi (è la teoria che viene insegnata, ad esempio, in tutto il nord Europa); ma ne esistono anche altre, evidentemente false e, forse, addirittura perniciose, che molti maghi (senza dubbio magicanti, prestigiatori, o al più bagatti da strada) sembrano prendere per vere. Per amore della completezza e di quell’angelo del bizzarro che tanto stava a cuore a Poe ve ne forniremo qui un breve ritratto:

  1. La Teoria della Menzogna. Fatta risalire addirittura al semi-leggendario Gast Enenkiand, il primo incantatore che sappiamo per certo abbia sostenuto questa teoria è però Dant della Luce, due secoli dopo la presunta scomparsa del drago (Dant, op. cit.). In parole povere, essa assume che il mago, quando lancia un incantesimo (quando canta), menta all’Universo. La bravura del mago sta nel fatto che, per un istante, l’Universo creda alla sua storia più che alla realtà dei fatti, e si ristrutturi di conseguenza.
Più un mago è anziano e potente, quindi, più l’Universo tende a dargli retta, forse  perché lo conosce da molto tempo e non vede motivi per dubitarne. Questo spiegherebbe anche alcune peculiarità della magia di cui la teoria canonica non dà conto: il fatto, ad esempio, che un mago il cui incantesimo è stato spezzato faccia più fatica a gettare nuove magie. In questo caso l’Universo non si fiderebbe più delle sue parole.

  1. La Teoria dell’Aiuto Esterno. Questa teoria affonda le sue radici nella pratica terrestre della magia antecedente al Cataclisma. Alcuni storici minori e alcuni religiosi dissennati, che giureremmo mai hanno avuto qualcosa a che fare con la Vera Magia, affermano addirittura che essa sia la natura della magia odierna, e che tutti i canti e le storie siano solo del fumo gettato in faccia al popolo per nascondere l’orrore della pratica reale.
La Teoria dell’Aiuto, in breve, afferma che non sia il mago in sé ad avere potere sulle cose, ma un suo aiutante. La natura di questo aiutante è sempre demoniaca. Anche senza scomodare il buon Re Salomone e i suoi libri (l’unico libro di cui può essere stato autore è quello inscritto nell’originale Tempio di Gerulasemme), basterà ricordare che Melchisedeq, Re di Luz e Atlantide, senza dubbio il più grande mago terrestre pre Binario, si dice fosse figlio di un diavolaccio, e che solo in virtù di questa discendenza potesse esercitare la magia (come, a dar retta alla leggenda, l'invenzione magica dell’albero del mandorlo).

Questo particolare tipo di magia sembra sia sopravvissuto, sporadicamente e per un tempo circoscritto, anche dopo il Cataclisma: e benché la figura del Dottor Faust (o Faustus, se vogliamo servirci del suo nome latino) sia evidentemente una costruzione posteriore sulla figura di un saltimbanco, è indubbio che Prospero, il Duca di Milano, per architettare i suoi incantesimi, si servisse dell’assistenza di spiriti di dannati o folletti. Il “Sottile Dottor” John, in coda a questa carrellata di maghi, affermava che tutti i suoi incantesimi fossero in realtà opera di un demonietto familiare che lui chiamava Iusuf Ben Nergal, della Corte delle Ortiche, che era invisibile e che lo seguiva ovunque; e noi non abbiamo motivo di dubitare della sua affermazione.
Non c’è dubbio che, se la Teoria dell’Aiuto fosse vera, essa spiegherebbe un tipo di magia ben diversa da quella che viene praticata oggigiorno, e caratterizzata da incantesimi e prodezze ben distanti da quelli cui siamo abituati sulla nostra Terra Binaria. Perché essa sia stata cancellata dall’arrivo di un nuovo tipo di magia, però - e soprattutto se sia davvero stata cancellata, o se non sia solo stata nascosta! -, nessuno studioso pare ancora essere riuscito a spiegarlo.

Per concludere la nostra dissertazione ci preme sottolineare che, come avvenne per un breve periodo con la psicanalisi - prima che essa venisse sostituita dall’Esplorazione Psichica (si vd. Wallin, 2001) -, pare che queste teorie alternative non inficino affatto la pratica magica del singolo, forse proprio in virtù di quei fattori aspecifici che hanno in comune tutte e tre. Quali essi siano, proprio non riesco a immaginarlo. Id est, non importa molto a cosa crediate, la vostra magia funzionerà lo stesso: cosa che, non lo nascondiamo, non smetterà mai di stupirci.


Dott. Ignatius Fortebraccio, Cattedra di Storia della Magia alla London University.
Breve storia della Magia Binaria, John Carlisle, Tottenham Court Ed., 2016.

Trad. it. a cura delle Edizioni Barnaba.

lunedì 4 aprile 2016

Francesca Dozio, o della fotografia

Siamo arrivati al terzo appuntamento con le interviste psicologiche (potete cliccare qui per leggere le precedenti), la rubrica in cui cerchiamo di trovare un punto d'incontro tra il mondo dell'arte, nelle sue più svariate forme, e quello della psicologia... attraverso le parole di chi quotidianamente vive questa doppia cittadinanza. Oggi dialogheremo insieme alla Dott.ssa Francesca Dozio, fotografa e laureata in Comunicazione e Psicologia.
In fondo all'articolo tutti i link utili.

[Le immagini riprodotte in questo articolo sono di esclusiva proprietà di Francesca Dozio, che ha concesso al nostro blog di utilizzarle. Non sono riproducibili in alcun modo, salvo previa autorizzazione dell'artista.]

Titolo: TERRA, qui presentata in anteprima
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Vorrei chiederti innanzitutto come hai cominciato. Quanti anni avevi e cosa ti ha spinta a dedicarti alla fotografia.
Ho iniziato qualche anno fa, anzi, ormai un po' di più, a scattare le prime fotografie - orribili -, con la pretesa di non utilizzare mai programmi di post produzione. Un'idea che poi ho fortunatamente abbandonato. Era il 2007, avevo 17 anni e scattavo un po' ovunque, a qualunque cosa, nel tentativo di comunicare le mie sensazioni. Proprio questo mi ha spinta a fotografare: il voler trasmettere qualcosa, senza doverlo spiegare. La passione me l'ha trasmessa papà. Mi sono innamorata di questa forma d'arte quando ho visto le fotografie che aveva scattato in Cina, durante il viaggio di nozze. Mi sono state di grande aiuto.

Se puoi, prova a fornirci un breve riassunto della tua carriera nel mondo della fotografia. Le pubblicazioni, le mostre a cui hai partecipato...
Non parlerei di carriera, ma piuttosto di crescita personale e di scoperta di questo mondo affascinante e pieno di sorprese. Inizialmente, proprio agli albori, tenevo un blog su Fotolog. Pensarci adesso mi fa un po' sorridere. Erano più che altro ricordi, scatti rubati a scuola, un po' troppo infantili. Poi sono passata alle pubblicazioni su Deviantart. Raccoglievo qualche consenso e mi sentivo un po' più brava, un po' cresciuta. Ho poi creato la mia pagina Behance, con la possibilità di pubblicare progetti interi. Infine è arrivato Phos, un gruppo di appassionati di fotografia dell'Università degli Studi di Milano Bicocca. Con loro ho potuto partecipare a un'esposizione di fotografie in bianco e nero, a tema libero. È stato interessante capire come le persone vedano la mia fotografia, parlare con loro di ciò che le mie esposizioni trasmettono. Ho infine ottenuto due pubblicazioni su Vogue online e una pubblicazione nella Canon Top Selection tramite la pagina Canon Club Italia su Facebook. Continuo a scattare, avvicinandomi sempre di più alla ritrattistica, che amo particolarmente.

Titolo: BIANCONIGLIO - RIVISITAZIONE
Clicca sull'immagine per ingrandirla

Molte persone, quando sentono parlare di fotografia, si stringono nelle spalle e bofonchiano che non è e non potrà mai essere una forma d'arte. In effetti mi pare che esista un nutrito gruppo di profani, appassionati ma dotati di scarse competenze in materia, che con la loro faciloneria rovinano la reputazione di tutta la categoria. La fotografia passa quindi per "qualcosa che chiunque può fare, avendo una macchina fotografica". Ti chiedo di spiegare a queste persone come e perché avrebbero torto... per quanto riguarda la fotografia, almeno!
Amo la fotografia, ma ancora non credo di potermi definire una fotografa vera e propria... sebbene abbia letto molti libri in merito, abbia sperimentato la postproduzione e mi sia impegnata nella realizzazione di fotografie per un calendario maschile. Penso che il vero fotografo si distingua dall'amatore per molte ragioni. Innanzitutto bisogna mettersi dalla parte della macchina fotografica: quanti appassionati sanno quante ore si debbano trascorrere stando completamente fermi, solo per riuscire a cogliere il momento in cui un pettirosso spicca il volo? E farlo senza avere effetti di mosso, di micromosso, oppure ancora rendendo i colori al massimo, avendo la luce giusta. Mi verrà detto che certe cose si possono sistemare utilizzando i programmi di modifica immagini, di postproduzione, come si diceva prima. Lasciami dire che non è del tutto vero. Le fotografie migliori sono quelle in cui la luce è naturale e tutto risalta nel suo essere reale. Chi non sa usare la post, tra l'altro, rischia solo di peggiorare la composizione. Sono convinta che un vero fotografo sia colui che si sacrifica per scattare la sua fotografia. Lo vedi completamente bardato in mezzo alla neve per trovare una volpe, lo vedi sdraiato per terra, arrampicato sugli alberi, con i piedi nell'acqua, a testa in giù... Se non si è disposti a questo, si è e si resta degli amatori. Non si fa fotografia, si scatta così, tanto per. Amo da sempre anche la scrittura e più volte ho provato a cimentarmi con essa, ma senza grandi successi. Suppongo che la cosa migliore sia essere autocritici e sinceri con se stessi: c'è un motivo se i professionisti sono professionisti e passano la vita dedicandosi a progetti legati al proprio mestiere (che in questi casi penso sia anche la loro passione). Gli amatori si dilettano, ne fanno un hobby, i professionisti ne fanno una professione. È diverso. Dobbiamo solo ammetterlo e decidere cosa vogliamo fare delle nostre passioni. Per diventare davvero bravi, dobbiamo dedicarci a esse anima e corpo, lasciarci riempire e travolgere da loro.
Nell'immagine riprodotta qui sopra, una foto dell''artista
I tuoi studi di psicologia hanno influenzato il tuo approccio alla fotografia?
Questa risposta mi viene facile: assolutamente sì! Sono sempre alla base dei miei scatti, ritratti in particolare. Una fotografia deve trasmettermi una prima sensazione superficiale e una seconda sensazione, più vicina a un'emozione, in un secondo momento, quando la guardo meglio, quando ne noto i dettagli. Cerco sempre di emozionarmi io in primis mentre scatto. Penso che la psicologia mi influenzi anche in modo opposto: quando guardo le persone o i luoghi che fotografo, cerco sempre di cogliere la loro essenza, di dare un senso a ciò che cercano di dirmi. Mi piace che si possa vedere l'anima di persone e luoghi. Un mio progetto futuro riguarderà proprio le emozioni.

C'è qualcosa che vorresti dire agli aspiranti fotografi che ci stanno leggendo? E agli aspiranti psicologi?
Agli aspiranti fotografi suggerisco di stupirsi, di non cercare le fotografie più complesse, gli oggetti più rari, ma di immortalare momenti preziosi, spontanei e immediati. La semplicità è ciò che più passa, nella fotografia: le situazioni spontanee, la sincerità e la realtà ritratta per quella che è. C'è tanta bellezza intorno a noi, e non serve complicare le cose. Nella psicologia, invece, lasciami dire che il segreto è ascoltare. Aprite le orecchie e gli occhi, chiudete la bocca, prendete tutto ciò che il mondo e le persone hanno da offrirvi. Insomma, alla fine il segreto è uno solo per entrambe: ascoltare con le orecchie, ma soprattutto con il cuore.

...

Se l'intervista vi è piaciuta e le foto pure, vorrete probabilmente visitare la pagina Facebook dell'artista, Ludmilla's Way - Francesca Dozio Photos, e la sua pagina Bēhance, di cui abbiamo parlato nel corso dell'articolo. Se volete comunicare con lei potete farlo attraverso uno di quei link oppure qui sotto, come commento a questo post. Per il resto, per nuove interviste o altri sfolgoranti articoli, continuate a seguire Psicologia e Scrittura.