venerdì 27 novembre 2015

Breve storia del perché vorreste fare psicologia

A settembre i cancelli di Isengard si aprono, e risalendo dalle buie caverne sotto Orthanc sfilano, fianco a fianco con montanari barbuti e viscidi Orchetti, migliaia di mostruosi Uruk-Hai. Appartengono a una razza nuova, nata sotto l'egida della Mano Bianca, maligna come un Orchetto e resistente come un Uomo, e desiderosa di portare la distruzione nel mondo degli Uomini.
Come? Nel modo più facile. Dirigendosi alle segreterie delle università di tutta Italia per iscriversi a Psicologia.

MI PARLI DEL RAPPORTO CON SUA MADREEH!

Forse gli Uruk-Hai vogliono aiutare il prossimo. Si sentono guaritori feriti, tanti piccoli Chirone, o hanno il complesso del salvatore, e insomma credono di potercela fare. Credono di poter rendere il mondo un posto migliore.

Chirone ha fatto più danni che guadagni

Nulla di male, per loro, se prima dei trenta arrivano a patti con la realtà, e capiscono che cara grazia a dare a qualcuno una mano a tirare avanti, altro che salvare il mondo.

Forse però vogliono aiutare sé stessi. Huruk-Hai pieni di problemi, con madri distanzianti e padri Stregoni Bianchi decaduti, e sperano nelle auguste aule di psicologia di trovare la soluzione a tutti i loro problemi. 
Loro, naturalmente, hanno poche possibilità di farcela, e vengono subito falciati all'impatto con la cavalleria di Rohan. O con Statistica 1.

O forse, più semplicemente, gli Uruk sono delle anime buone come me, e sperano di migliorare se stessi, di aiutare il prossimo, e insomma di diventare un po' come il Dr. Hannibal Lecter, coi suoi poteri da psicotico manipolatore e una brillante carriera da protagonista di molti film... e invece si ritrovano a essere solo dei Dott. (notate la differenza) La Qualunque che per arrivare a fine mese niente mica ci arrivano*.

Hai ripassato il tuo Bowlby, Clarice?

*Scherzo! Ci si arriva. Lo psicologo è un lavoro molto duttile, fortunatamente!
(Questo è un post tappabuchi. Spero vi sia piaciuto, ma era giusto per strapparvi un sorriso. Le energie dell'autore sono al momento concentrate su altro: ad esempio, sulla fine del suo romanzo.)
(Che romanzo? Grazie della domanda. Se ne parlerà...)

lunedì 23 novembre 2015

Il Manoscritto Voynich

Oggi su Psicologia e Scrittura si parlerà del Manoscritto Voynich. Il testo prende il nome dal suo scopritore ed è redatto in una lingua sconosciuta. Ha ispirato, tra le altre cose, quel Codex Seraphinianus di cui abbiamo discusso un po' di tempo fa.
Già impenetrabile all'acume del famoso Athanasius Kircher, il Manoscritto Voynich rimane a oggi intradotto. Strano, a pensarci, perché Kircher aveva fatto proprio un bel lavoro sui geroglifici egizi, ed era riuscito a sbagliare praticamente tutto quello che c'era da sbagliare... credeva che a ogni geroglifico corrispondessero uno o più significati simbolici. L'egizio sarebbe stato quindi una scrittura ideativa, nel senso che si estrapolava l'idea dall'immagine raffigurata; che non è poi una stronzata totale, stando alla lezione di Crombette o alla probabile derivazione originale, ma che ignora il fatto che i caratteri veicolano anche e soprattutto un suono fonetico. E quindi da un cartiglio con un nome qualunque il vecchio Kircher ti tirava fuori un testo narrativo di una pagina e mezza.

Goodbye Champollion

Il Manoscritto Voynich è stato arbitrariamente diviso in alcune sezioni, sulla base delle illustrazioni che lo compongono: botanica, astronomica, biologica, varie ed eventuali e farmacologica. In un punto della sezione botanica, agli studiosi è parso di riconoscere l'immagine di un girasole, fiore yankee che quindi non poteva essere conosciuto in Europa prima del 1492.

Alcuni studiosi hanno addirittura ipotizzato che il Manoscritto fosse
un manuale per le cure idroterapiche. Infatti è di facile consultazione

Ma alla fine pare fosse solo uno scarabocchio. La datazione al radiocarbon(ch)io retrodata la stesura del Manoscritto di almeno sessant'anni - eliminando così l'ipotesi più accattivante, che lo voleva scritto per mano di quel trombone di John Dee, lo 007 più ingenuo della storia, che ha passato la vita a farsi truffare dal suo amico Edward Kelly, ma che comunque è riuscito a ingannare e spiare quell'altro gran trombone di Rodolfo II. Che rispunta fuori un'altra volta nella nostra storia, perché uno dei possibili autori del Manoscritto è Jacobus Horcicki, proprio un alchimista ospite alla sua corte.

Una gara di furbizia, proprio

Com'è come non è, a oggi nessuno è ancora riuscito a tradurre il Manoscritto Voynich. Per questo è stato soprannominato "il libro più misterioso del mondo". Persino programmi computerizzati incaricati di trovare dei pattern nella lingua e nei caratteri hanno fallito. 
Forse perché è intraducibile.
Non lo dico romanticamente: l'ipotesi di un falso sembra farsi di giorno in giorno più plausibile. Non falso nel senso di moderno, beninteso, ma nel senso di truffa d'epoca, forse ai danni di Rodolfo II.
Fatto decisivo a sostegno di questa ipotesi è che nel manoscritto non ci siano correzioni. Il che è, naturalmente, impossibile. Sia che la lingua del Manoscritto fosse davvero un codice, sia che fosse un linguaggio artificiale come quello di John Wilkins, la difficoltà di scrivere un testo in un idioma non familiare si sarebbe tradotta in una serie di strafalcioni che guarda, neanche a parlarne. Immaginatevi poi gli antichi copisti, coi loro pennini, la loro sabbia e le loro boccette di galla di quercia, e tutti i loro refusi, i loro tentennamenti, le eventuali rigacce, che sono meno infrequenti di quanto ci piaccia pensare, e le loro riscritture. Di tutto questo neanche l'ombra: la scrittura (fluidissima) è sempre senza intoppi, come se si fosse sentita la necessità di concludere in fretta un lavoro di fantasia. Non si poteva correggere, cioè, perché non c'era un canone linguistico con cui correggere, e neppure qualche messaggio da comunicare.


Guardate qui! La mia ipotesi è che l'abbia scritto Satana

domenica 22 novembre 2015

Ottantasette e non sentirli: auguri a Topolino

La settimana scorsa Topolino ha compiuto i suoi 87 anni. Un numero poco felice da festeggiare, io comunque dopo i 25 avrei smesso, ma è uscita lo stesso la storia commemorativa.

Si capisce che ha visto 87 primavere
perché porta i pantaloni ascellari tipo Fantozzi

Topolino 3130 ospita la bellissima storia in due parti dall'accattivante titolo Tutto Questo Accadrà Ieri (beccatevi il video, miei ignoramus), forse la più bella sul Topo che io abbia letto dai tempi de L'Inferno di Topolino. Per dire. Tanto bella che ci ho dovuto anche scrivere un articolo.
In questa avventura Topolino affronta un viaggio nel tempo (a bordo del marchingegno temporale di Zapotec e Marlin - sì, ci fanno un rapido cameo anche loro) e incontra il se stesso delle origini. Una scusa per presentarci Topolino all'alba della sua vita editoriale, nel lontano 193..., e farci venire le lacrimucce? Sì, ma anche altro. La storia infatti, a leggerla, non risulta solo un pretesto per celebrare il compleanno del Topo: è anche qualcosa di godibile in sé.
Innanzitutto si comincia con un mistero misterioso che davvero avvince il lettore. Almeno, che a me ha avvinto.


Adesso non vi dico bene che sennò spoiler pesanti. Comunque un'aura di cospirazione mica da ridere, una trama alla dottorwù, un gran bel lavoro di scrittura, chapeau.
Il fumetto in sé, si diceva, ha tutto quello che possiamo chiedere da un'opera di narrativa: umorismo,

No Trespassing if you don't want to trapassing

satira sociale

MA COME SI PERMETTONOH

(molta satira sociale),


avventura, sentimenti e altro ancora. Compreso tutto un paragone tra il Topolino degli inizi, quello di Disney Disney, più spensierato, furbetto e scavezzacolo che mai, e quello moderno, l'uomo della porta accanto che è anche un detective infallibile, un avventuriero, nonché l'uomo più di buon cuore di tutta Topolinia.

What a daredevil!

Il soggetto e la sceneggiatura della storia sono di Casty, i disegni sempre di Casty (che a quanto pare è un po' un Pippo Baudo del fumetto) e di Massimo Bonfatti. Non voglio dirvi altro, tranne che l'idea di un cattivo che fonda una rete televisiva privata per controllare la mente del pubblico, un po' come ha fatto un certo cavalieredellatavoladarcore, mi ha fatto sorridere e scuotere la testa con aria saputa. E tanto triste.
Il team di Topolino si conferma quindi il più dotato del panorama fumettistico italiano (mica come quelli della Bonelli. Se vi interessa il mio parere in proposito, cliccate qui), e un vanto per la nostra nazione.
Perciò, se ancora non l'avete letto, correte in edicola che ci sono ancora un paio di giorni prima dell'uscita del numero nuovo! Vale quei dueeccinquanta che costa.
...

Non conoscete Pikappa? Mi deludete.

Sì, ma PK? Già che ci siamo facciamo che parlare anche di lui. La storia Il Raggio Nero, di cui questo numero ospita la terza puntata, è buona; certo non ai livelli dei capolavori di PKNA (parlo, per me, di Trauma, di Carpe Diem, di Frammenti d'Autunno e del finale della Trilogia di Xadhoom), ma comunque regge bene il paragone con Potere e Potenza, il primo arco del nuovissimo Pikappa (il cosiddetto PKNE). Certo che però quella aveva un inizio mica da ridere e un finale col botto... Speriamo ce l'abbia anche questa! Per ora comunque sono fiducioso, e aspetto con ansia il prossimo episodio. Chissà? Per vedere finalmente il ritorno di Everett e di UNO.

˄___˄


Musica consigliata alla fine dell'articolo: questa. E tanto orgoglio perché i migliori fumetti Disney non Marvel si producono ancora in Italia.

venerdì 20 novembre 2015

"Cosa fai?" "Lo psicologo." "Sì, ok, ma di mestiere?"

Questo post è per voi, o giovan(n)i ignoramus che state pensando di iscrivervi alla Facoltà di Psicologia. Per darvi un'idea della situazione che c'è là fuori, finché siete in tempo.
Qualche giovedì fa, alla mia ex Università, si è celebrato l'empia Giornata della Carriera, con tanto di pentacoli disegnati col sangue in Aula Magna, candele di cera umana e sacrifici ad As-un-Zyon, il Grande Antico preposto al lavoro interinale.

OOOOOOOH!

La Giornata della Carriera (o Career Day) è quella cosa che, se avete studiato psicologia, avrete di certo evitato una volta o l'altra. Ma a questo punto, arrivati alla fine dei vostri cinque anni, a metà del vostro tirocinio post-lauream obbligatorio e guai a non farlo, forse vi vien pure la voglia di dare un'occhiata, stamparvi una ventina di curriculum e lasciarli qui e là, si sa mai. In fondo prima o poi dovrete lavorare anche voi.
Scoprirete però - ma ve lo dico io adesso, così facciamo prima - che non è mica vera questa cosa che dovrete lavorare prima o poi. Dove sta scritto? Nessuno è sulle vostre tracce. Le aziende in fiera che hanno dichiarato di essere interessate a voi e alle vostre competenze, e che vi hanno fatto alzare dal letto all'alba dell'alba e vi hanno fatto fare un viaggio su quei carri bestiame di Trenord che speravate di non veder più vita natural durante, vi hanno mentito. Quando dicono che si interessano a voi, quello che intendono davvero è che non vi fanno una colpa per esservi laureati in psicologia.

Errori di vita che si pagano.

A loro non serve questa laurea, non più di quanto serva loro un cuore... Ma anche uno psicologo si può rendere utile in qualche modo; principalmente facendo altro. Tipo scaricare i camion, o fare l'inventario in magazzino, o servire alle casse. Tutti lavori onesti, per carità, ma allora tanto vale stare a casa, guardare una puntata di Orange is the New Black e cercare lavoro sull'internet.

110 e lode alla Magistrale

Solo il Carrefour, dopo aver detto di essere interessato agli psicologi, si è poi davvero dimostrato interessato (tanto che le ho anche appioppato un curriculum, alla signora al bancone). Di questo gli sono grato.
Poi guardo il settore che cerca psicologi e piango: Sviluppo&Mazzette.

Direte, vabbe', ma gli psicologi servono alle Risorse Umane. Seee! Che ingenuità. Sono gli psicologi del lavoro che si occupano di Risorse Umane. E se sei un clinico tipo moi, ahimè, non è che sia il tuo campo.
Io però questo lavoro lo farei lo stesso perché voglio mangiare, c'ho questo vizio, e dato che nessuno investe più nella salute mentale - e neanche nella salute fisica se è per questo - devo gettarmi su altri lidi. Ma diamo pane al pane: questo non è un lavoro che si improvvisa, son due anni di Magistrale per farlo.

Se non lavoro il paradosso temporale risultante potrebbe provocare una reazione a catena
che scomporrebbe la tessitura del continuum tempo-spazio distruggendo l'interno Universo!
Riconosco che è l'ipotesi più pessimistica: potrei soltanto non mangiare questa settimana.

Anedottika: c'è stata questa mia amica (anche lei laureata in psicologia) che mi ha accompagnato al Career Day e che alla domanda della psicologa del lavoro sul perché avesse scelto di fare domanda alle Risorse Umane si è inventata che quello è un campo che le interessa, uh quanto, lei non immagina guardi. Tutta una cosa di lavoro di squadra e psicologia sociale. E la psicologa del lavoro le ha sorriso e si è visto che sapeva, ma non ha parlato.
Santa donna.

C'è la galera per certe bugie

Igitur, se volete studiare da psicologi clinici, bene, padroni, ma sappiate che non c'è un lavoro ad attendervi. Il lavoro ve lo create voi: girate, vi proponete, pregate. Lo sospettavate? Anche io, ma sono andato al Career Day per accertarmene. Così dopo cinque anni di studio e uno di tirocinio aggratìs dovrete aprire uno studio, una partita IVA e dare via anche le lacrime per pagarvi un commercialista. Questo solo per essere in pari con le spese (naturalmente, se scegliete questo percorso). Per sopravvivere no, dovrete dare ripetizioni a una legione di ragazzini e speriamo non in nero, ché a pagarvi in voucher scappa da ridere anche a me.
Ma lo si fa. E alla fine si sopravvive anche. Solo, dimenticatevi il posto fisso, almeno per i primi anni.


lunedì 16 novembre 2015

Svelato il segreto per diventare grandi scrittori

Questo articolo completa l'altro uscito sul blog qualche settimana fa, che potete trovare a questo link. Lì avevo discusso, in linea generale, i motivi per cui al pubblico italiano la Fantasy/Sci-Fi non piace, e quelli per cui invece le dovrebbe piacere.
L'argomento mi sta a cuore perché lo reputo un genere particolarmente bello, se scritto al meglio. Un genere che può parlare della natura umana meglio di qualunque altro. E invece lo si vede quotidianamente insozzato, e non solo da critici di belle speranze, ma anche dai suoi stessi scrittori: scrittori che dire mediocri è tanto, e che dovrebbero fare un passo indietro, riconoscere i propri limiti, e cercare di migliorarsi prima di pubblicare.

"Mi fischiano le orecchie"

Non è vergognoso non essere degli scrittori, al giorno d'oggi, anche se tutti sembrano convinti del contrario. È vergognoso pubblicare opere al di sotto di un livello minimo di decenza. Questo articolo è indirizzato a tutti quegli scrittori fantasy che lo fanno, a tutti gli aspiranti scrittori fantasy e a tutti quelli già pubblicati ma che insomma, non è che siano poi così brillanti, e in fondo al loro cuore lo sanno. E al contempo preferisco indirizzarlo a un generico "tu", che qui siamo in famiglia e io ci tengo a parlare a ognuno di loro.

Il messaggio che ti rivolgo, quindi, caro scrittore, è... cerca di essere coraggioso.

L'unico Capitani Coraggiosi che voglio conoscere

Cerca di essere coraggioso. Basta rimanere all'ancora fuori dal porto, che al largo c'è maretta e hai paura di bagnarti: esci dalla baia e naviga il più lontano possibile. Scopri nuovi e pericolosi mondi - ma che siano mondi solo tuoi. Ricordati la storia degli scrittori che camminano, e poi immagina gli scrittori come corridori, come esploratori: devi arrivare là dove nessun altro è arrivato prima. Sentire l'erba sotto i piedi e l'aria umida sopra la testa. Non copiare gli altri, non accontentarti. Basta combriccole di elfi perfetti, basta stregoni-guerrieri onnipotenti, basta Signori del Male senza motivazioni, basta generici mondi fantasy comprensivi di tutti i climi e le razze. Basta Fantasy Tolkeniano!
(Nulla contro Tolkien: come spesso accade, infatti, Tolkien non ha mai scritto nulla di simile al Fantasy Tolkeniano.)

E leggi, leggi, leggi! Se non leggi, non saprai nulla di come si scrive e di cosa si scrive.
Immagina un regista che non abbia mai tempo di guardare un film

Ecco allora il segreto che ti ho promesso: scrivi in maniera semplice, ma non accontentarti di cose semplici. Lo giuro, è tutto qui. Le regioni sconosciute, sulle mappe antiche, erano già segnate con una scritta d'avvertimento, Hic sunt leones... E a volte, più raramente, anche con un'altra: Hic sunt dracones. Parlane, di questi draghi: ma che siano draghi solo tuoi. Fallo, o spezza la bacchetta magica, libera gli spiriti, sotterra i libri degli incantesimi e torna a casa, perché questo mestiere non fa per te. Ce ne sono molti altri degnissimi che puoi fare: l'avvocato, l'idraulico, il sarto, persino ahimé lo psicologo... ma non lo scrittore.

Sul serio.

venerdì 13 novembre 2015

Froutterismo e tram-tram quotidiano

Quando dico alla gente che il froutterismo è una parafilia, cioè quella che un tempo veniva chiamata perversione sessuale, c'è sempre qualche simpaticone che mi chiede se si tratta di feticismo per la frutta.

Well played, gente

No. Il froutterismo è quella particolare parafilia di chi ottiene piacere sessuale strusciandosi addosso a degli sconosciuti.

Come tutte le parafilie, tratti di froutterismo sono presenti in ognuno di noi. In chiunque abbia una vita sessuale normosviluppata, cioè. Una pratica non-penetrativa, che si chiama per l'appunto frottage, di cui nessuno si stupisce, a sentirne parlare, riguarda proprio lo strofinare una zona erogena sul corpo del partner. Anche vestiti, la sensazione è piacevole, e spesso, nel caso di soggetti maschi, viene seguita da un orgasmo.
Quindi, posto il frottage, cosa rende la pratica del froutterismo patologica?
Come tutte le parafilie, è essenzialmente il carattere pervasivo e monopolizzante del fenomeno che ci porta a pensare che sia patologico. Una persona sana può giungere all'orgasmo strusciandosi contro il partner come in una miriade d'altri modi; un froutteur è invece in grado di raggiungere l'orgasmo solo, o quasi esclusivamente, quando si struscia su persone non consenzienti.
I froutteur sono solitamente maschi, spesso fantasticano di intrattenere relazioni con le persone contro cui si strusciano e nel tempo libero intraprendono comportamenti parafiliaci di altro tipo. Esercitare il froutterismo è, sia chiaro, reato: si tratta di molestia sessuale, anche se spesso viene considerata con indulgenza da chi è chiamato a giudicarla.

"In fondo, un maschio è pur sempre un maschio"

Io, per parte mia, da quando so che esiste questa parafilia, ho sempre qualche remora a salire su un pullman, su un tram, o su un metrò particolarmente affollati. Per non saper né leggere né scrivere. Che far felice la gente non mi dispiace, okay, ma in linea generale, che almeno poi mi si offra da bere!

Guardatevi le spalle e vestitevi sempre pesante

mercoledì 11 novembre 2015

La Sentinella e la space-opera


Wonder Stories, rivista pulp piena del nonno del nostro fantasciEnzo
Il racconto La Sentinella, di Brown, di cui abbiamo parlato qui, è del 1954. Quel post ha reso necessario questo, perché per capire La Sentinella bisogna prima capire il clima letterario di quegli anni. 
Eh sì, perché il clima da space-opera degli anni '30 e '40, che di solito viene in mente ai nostri genitori quando parliamo di fantascienza, coi suoi scienziati-guerrieri biondi e salvifici e i suoi crudeli uomini tentacoluti da Andromeda, ce lo eravamo già tolto di torno da un po'. Certo, c'è chi ancora scrive space-opera pura, ma (spero) ben consapevole di star scrivendo robaccia da vendersi ai peggiori giornali pulp.

Nel 1950 Ray Bradbury pubblica le sue Cronache Marziane, e nel 1951 Philip José Farmer Gli Amanti di Siddo. Sono due esempi significativi di un approccio finalmente maturo alla fantascienza. Farmer parla d'amore e di sessualità e d'incontro con l'Altro; Bradbury si prefigge il compito di sviluppare un linguaggio colto e adeguato per le sue storie di colonie marziane. È vero che, otto anni dopo Siddo, sarebbe uscita la reazionaria e bellissima Fanteria dello Spazio di Heinlein, che fa in un certo senso da controcanto alla Sentinella di Brown, così chiara nella sua divisione tra amici e nemici; ma Heinlein era un ideologo, oltre che uno scrittore, e la sua Fanteria risponde a domande che Brown neanche si era mai posto, per quanto noi ne possiamo sapere (sull'educazione, sulla cittadinanza e sul ruolo delle mega-armature in una società civile). 

Il 1950 sembra il grande spartiacque della space-opera. La Fantascienza, prima, si riduce alla fin fine a una specie di Far West Siderale, con gli eroi americani e amerigatti che volano nello spazio per esplorare, conquistare, portare la legge, e difendersi dagli indiani verdi di Alfa Centauri. Nulla più di questo. Dopo, la Fantascienza (la Fantascienza buona, di qualità, che noi su questo blog chiamiamo fantasciEnzo perché siamo un sacco simpatici) smetterà di nutrire l'America e il suo bisogno di certezze, di bianco/nero, di una chiara distinzione tra buoni e cattivi. Si avvicinerà piuttosto alla Fantascienza europea, ai nostri Wells e ai nostri Orwell, letterati di spicco di cui già s'aveva una gran considerazione: discuterà, proporrà nuovi punti di vista, nuove riflessioni sull'uomo, sulla società, sulla politica, sulla scienza. Come abbiamo visto con Brown, la fantascienza americana sarà finalmente letteratura, non più ciarpame. 
(Certo, con tutti gli strascichi del caso, fino a oggi. Ma quelli ci sono in tutti i campi.)
C'è una sorta di cerchio, nella storia della Fantascienza; una chiusura poetica. Nel 2002 Joss Whedon torna alle origini della Sci-Fi da Far West con il telefilm Firefly, che però è tutto fuorché sciovinista nei confronti della politica americana. Quanti dei suoi spettatori hanno capito che la genialata non è stata tirar fuori qualcosa di nuovo, ma qualcosa di molto molto vecchio?

Il cast di Firefly

Ma forse di questo parleremo in un altro articolo.


lunedì 9 novembre 2015

La Sentinella e il Signor Brown

Scommetto che il vostro più vecchio amarcord del genere fantastico riguarda il racconto La Sentinella di Fredric Brown, contenuto com'è in più o meno tutte le antologie scolastiche pubblicate fin dalla nascita della Repubblica..

Oggi si parla di questo, alta risoluzione o meno

(Nelle antologie per le scuole superiori non c'è, beninteso, ché in fondo solo ai bambini più piccoli è consentito provare piacere nella lettura. A proposito, passami quel cilicio che devo aprire Cervantes e non vorrei esserne contento.) 
Il testo del racconto di Brown, in sé, occuperebbe circa una facciata A4. È, sotto molti aspetti (si legga quasi tutti), un racconto modesto. Vi è descritta una sola azione, e giusto alla fine, per contratto. Il resto è un riepilogo delle vicende di una guerra spaziale; non dettagliato, come potrebbe buttar giù uno scrittore ansioso; ma veloce, riassuntivo, per temi, proprio come quello che potrebbe raccontarsi un soldato durante un turno di guardia, per passare il tempo in attesa che arrivi il cambio.
Ci ricordiamo il finale? Sì, ce lo ricordiamo. Il mostro spaziale si rivela in conclusione un essere umano; e il protagonista stesso, a cui inizialmente avevamo conferito aspetto umano, si rivela un alieno squamoso e anche un po' schifidus.

Con questo finale Brown decostruisce in poche righe tutte le convinzioni con cui la space-opera aveva cullato l'America fino a pochi anni prima: e cioè che l'alieno è il malvagio, e che la Terra è sempre nel giusto, qualunque cosa faccia, paladina della Libertà e della Verità... Cosmiche (neanche a dirlo, Terra sta per Stati Uniti, e alieno in inglese si scrive alien ma si legge Germania, Giappone, Russia, Cina, Medio Oriente, Europa...).

La televisione seguirà questo nuovo brillante corso della fantascienza,
lontana dalla space-opera. Un po' in ritardo, ma seguirà

La Sentinella è uno splendido esercizio di prosa, senza sbavature, senza strabordamenti; e un testo quasi metaletterario perché, per essere goduto appieno, presuppone una conoscenza, per quanto intuitiva, del genere fantasciEnzo che si era sviluppato ben due decenni prima in America.

Il robot fantasciEnzo che tutti noi amiamo

Azzardo un'altra ipotesi, per spiegare la fama che questo racconto ha raggiunto negli anni. È di tipo temporale: lo abbiamo letto tutti, per la prima volta, quando eravamo bambini, probabilmente alle elementari o all'inizio delle medie. L'italiano d'oggi, allergico com'è alla fantascienza, se lo è potuto godere in un'età in cui non aveva ancora sviluppato preconcetti riguardo la lettura; un'età in cui, per così dire, si concentrava più sull'oggettiva bellezza di un testo, piuttosto che sul suo genere.

Il primo motivo è questo. Il secondo è che La Sentinella tira in ballo una tipica capacità umana, nella sua risoluzione (si parla di Teoria della Mente - e qui esce fuori la psicologia in Psicologia e Scrittura): quella empatica, o capacità di mettersi nei panni dell'altro (Altro con la lettera maiuscola: qui è proprio l'alieno). E forse il piacere che proviamo a leggere questo racconto è più acuto, perché la piena padronanza della Teoria della Mente è un traguardo recente, all'epoca in cui eravamo sì degli ignoramus, ma degli ignoramus bambini. Un traguardo che forse ci ha fatto dire, ridendo e stupendoci, "È sottile, ma io lo capisco"... un risultato che va oltre l'eccezionale, e che ironicamente dobbiamo proprio a quel disgusto per la scrittura di genere che incontriamo qui in Italia.


venerdì 6 novembre 2015

L'anoressia... inversa!

Il mio libro di Psicopatologia la chiamava Anoressia Inversa, Wikipedia la chiama Anoressia Riversa, e io la chiamo Sindrome da Big Jim™. Altri nomi di questa patologia sono bigoressia, vigoressia, Sindrome di Adone e dismorfia muscolare. Si tratta di un disturbo dell'alimentazione, simile in questo alle più famose anoressia nervosa e bulimia, ma... "al contrario". Colpisce soprattutto i maschi, che si vedono eccessivamente magri, esili, "secchi" nonostante siano normopeso o addirittura visibilmente muscolosi.

Sono così...

... ma si vedono così

Non credo che la sua eziologia sia mai stata indagata a fondo, come invece si è fatto con quella di disturbi più famosi. Ad esempio, non so se sia causata da una difficoltà a mentalizzare - cioè, per farla breve, a far proprio nel pensiero - il proprio corpo maturo, come alcuni studiosi hanno suggerito sia il nodo centrale in caso di anoressia. So però che della sua incidenza in rapido aumento sono state accusate la società e la cultura di massa, ree di presentare modelli maschili troppo muscolosi e stereotipati.

Tutta colpa della s-o-c-i-e-t-à

Che può portare nel soggetto, oltre a gravi ed evidenti problematiche mediche - dico, a livello anatomico, che se dovete essere operati d'urgenza ma siete rinchiusi in un'armatura di muscoli son guai -, a un abuso di anabolizzanti e (a)steroidi. A livello psicologico queste sostanze aumentano l'aggressività e l'irritabilità, e che se sospesi possono causare vere e proprie crisi di astinenza.
Su un piano sociale, l'anoressico inverso perde man mano interesse in tutto ciò che non è finalizzato all'aumento della propria massa corporea; cerca di evitare le situazioni sociali, in cui si sente osservato e giudicato, e in cui può trovarsi a mangiare dei piatti sulla cui preparazione non ha potuto esercitare il proprio controllo (teme contengano troppi carboidrati, ad esempio, e poche proteine). Si veste con felpone sformate e vestiti larghi, come un anoressico, per nascondere il proprio corpo agli occhi dell'altro.

L'Anoressia Inversa è un disturbo grave, con un'incidenza in aumento, che colpisce anche molti body-builder. Nonostante il blog sia a tema umoristico, non vorremo che questo articolo, volutamente leggero, contribuisca a farci credere che sia una malattia minore. Sottovalutarla, tentare di farla rientrare in una condizione di "normalità" o addirittura incoraggiarla può portare a esiti disastrosi.

mercoledì 4 novembre 2015

Il Museo delle Cose Belle (WOW Spazio Fumetto)

La prima vignetta

Qualche giorno fa sono finalmente riuscito ad andare, accompagnato da una mia amica che, per motivi di privacy, chiameremo solo Lady Oscar Jooleeah, a vedere il Museo del Fumetto di Milano (WOW Spazio Fumetto, se questo è il suo vero nome). Attualmente l'edificio ospita due belle mostre: una sul Dante visto attraverso l'occhio dei fumetti, e una sui Peanuts, in occasione dell'uscita del loro film al cinema.
La galleria fotografica che ha immortalato la nostra visita è stata realizzata da Lady Jooleeah

Entriamo nello Spazioh e finiamo direttamente nella Biblioteca del Fumettoh, che tanto volevo visitare. Qui una panoramica:


Cap e Supes proteggono i fumetti di tutto il mondo

Pochi volumi, rispetto a quelli che mi ero aspettato, e credo nulla o quasi di critica, ma un colpo d'occhio che lascia. Come una grossa fumetteria. Con statue a grandezza naturale di Superman, Capitan America, l'Uomo Tigre,

Avremo fatto pugno-pugno almeno una ventina di volte


A mammete e a Sarumammete!

e un megarobottone che ammetto di non aver riconosciuto.
La mostra di Dante è ben fatta, con tavole originali dall'indimenticabile Inferno di Topolino, dallo speciale di Geppo e da altri ancora che non vi sto a dire, oh, andateci a questo Museo.
Una chicca, la Divina Commedia di Go Nagai vicino alla riproduzione di non so più che codice italiano trecentesco with the Commedia originale.

Opere realizzate dal Musicattore(R) per questa mostra

Saliamo al  secondo piano per la mostra dei Peanuts; costo: cinque eury. Ci accoglie questo Don Rosa (?).


Entriamo dalla porta su cui è scritto "Uscita" e vediamo un estatico Charlie Brown intento a studiare il trailer e le interviste del film dei Peanuts.

Good ol' Charlie Brown!

La mostra è bella, sia detto per inciso, piena di statue dei protagonisti, di aggeggi interattivi che ci fosse stata mia madre avrebbe sbuffato, questa tecnologia, ai miei tempi avevamo il fascismo; di schede, di curiosità e di spezzoni del mitico cartone (in realtà un sacco di cartoni!) dei Peanuts con cui, se appena appena sei nato tra il 1970 e il 2000, sei sicuro come l'olio cresciuto. Magoni - nel senso di grossi prestigiatori, ma anche di commozione - assicurati.





La solita counselor che si finge psicoterapeuta e che tanti danni ha fatto alla nostra professione

Charlie Brown come Ideale dell'Io

La mostra finisce, e un po' di nostalgia sale, insomma. Torniamo in biblioteca, sfogliamo qualche fumetto, diamo un occhio all'entrata con tutto il mercatone. Lacrimuccia prima di uscire: alle 18:30 era in programma un incontro con Stan Sakai, il creatore/sceneggiatore/disegnatore/tutto di Usagi Yojimbo, ma io, un po' perché avevo un treno da prendere, un po' perché alla mia amica di Usagi Yojimbo fregava una cippa giusta, un po' perché due non fa tre, sono costretto a saltarlo e ce ne andiamo.
Ma alla prossima mostra si torna.

lunedì 2 novembre 2015

Ma gli italiani sognano pecore realiste?

Qualche anno fa la Rai trasmise un reality, involontariamente comico, che alcuni ancora ricorderanno. Si chiamava Masterpiece. I partecipanti erano un gruppo di scrittori dell'ultima ora e il premio finale la pubblicazione di un romanzo. Eppure, dopo una prima superficiale valutazione dei testi, nel corso del reality erano gli scrittori, e non i romanzi, a dover superare una serie di prove per arrivare in finale. Questo già la direbbe lunga sul concetto di letteratura che ha la Rai.

Vien proprio voglia di partecipare!

Arriviamo al motivo di questo articolo. Durante una delle prime puntate del programma, Andrea De Carlo, analizzando un romanzo fantasy, quasi per scusarne l'autrice, disse che sì, i contenuti erano pure fantasy, ma alla fine il genere era un pretesto per analizzare il mondo reale. Mica altro. Sia mai che qualcuno pensasse che De Carlo potesse considerare un romanzo fantasy buono per se. Ora, si potrebbero sollevare dei dubbi sulle obiettive capacità di critico di un uomo che ha intitolato un romanzo Villa Metaphora, ma non è questo il mio scopo.
Lo scopo è invece dire che De Carlo aveva ragione.

TA-DA-DA-DAAN! (II)

Non fraintendetemi: De Carlo ovviamente aveva torto. Il suo è stato un tentativo puerile di difendere qualcosa che non aveva bisogno di essere difeso. Eppure quello che ha detto non è del tutto sbagliato: ogni opera letteraria, compresi i fantasy, indaga qualcosa del mondo reale, non foss'altro che la natura dell'uomo.

Questa infatti, per me, rimane l'opera per eccellenza

Il ragionamento si può anche capovolgere, e allora comincia l'apologia della Fantasy come genere. Cerchiamo d'essere chiari, finalmente: non c'è un solo libro nella storia del mondo che fotografi la realtà così com'è. Nemmeno le biografie (o, Dio ce ne scampi, le autobiografie). Questo perché capita, di tanto in tanto, che la realtà sia inverosimile; ma un libro non può mai mancare di essere verosimile. Deve possedere una qualità che si chiama "coerenza interna". La realtà può benissimo farne a meno.
(Le uniche storie, tra quelle che mi vengono in mente, che si sono davvero avvicinate alla realtà sono quelle di J.D. Salinger. Ma queste hanno un vantaggio rispetto alla realtà, che finisce per renderle irreali: che sono state scritte da J.D. Salinger.)
Ogni scrittore - prendiamo in esame la narrativa, va là, e non complichiamoci la vita -, per scrivere qualcosa, deve fare un passo indietro dalla realtà e cominciare a riflettere su quello che ha da dire. Chiarito questo, gli scrittori fantasy sono quelli che hanno fatto qualche passo in più rispetto al resto del gruppo. Vien da pensare che non esista una differenza qualitativa tra scrittori, ma solo quantitativa; e in particolare riguardo la misura del loro coraggio, della loro lungimiranza, e del loro desiderio di allontanarsi dai porti sicuri per scoprire qualche terra inesplorata e rivendicarla come propria.
Questo, per qualche motivo, all'italiano lettore medio non quadra. Quello che qui da noi passa per un buon libro è l'ennesimo viaggio introspettivo dello scrittore che, incapace di imitare Joyce o la Woolf, vomita sulle pagine frasi intricate e metafore incomprensibili per fingersi profondo (il mio professore di Lettere, al liceo, diceva che se non sai comunicare qualcosa linearmente, allora non sai comunicare; e credo che anche H.P. Grice avrebbe qualcosa da aggiungere in proposito).

C'è una ragione per questa resistenza: la sensazione, io credo, che, se qualcosa non è d'utilità immediata, allora è in qualche modo sbagliata. Peccaminosa perché piacevole. Un'idea puritana, possiamo dire, forse importata dall'America.
Il lavoro è giusto, non il pensiero. I soldi sono giusti, non il come li si è guadagnati o come li si vuole spendere. Il sesso è giusto, non l'amore.
E la fantasia, l'immaginazione, puzzano ferocemente di inutilità all'italiano medio, e finiscono per essere relegate alla letteratura d'evasione, e ritenute buone solo per i perditempo o i bambini. Non è un caso, tra l'altro, che sia proprio la letteratura per l'infanzia quella che in Italia vanta la crescita maggiore, da un punto di vista economico: in fondo è l'unica a essere ancora viva.

Mille anni di questo, piuttosto che rileggere La Solitudine dei Numeri Primi

Il fenomeno, a essere giusti, risale a tempi non sospetti: quando il romanzo gotico nacque, in Inghilterra, i libri erano cose per le casalinghe, per le femmine, e nulla più. Ricordiamo tutti quelle caricature di donne terrorizzate attorno a un tavolo, che sfogliano Walpole o Lewis e tremano: questo un po' perché l'uomo, prima e durante l'Età Vittoriana, oltre a non poter essere omosessuale, non poteva neanche perdere tempo con sciocchezze come l'immaginazione. Doveva lavorare e far quadrare i conti.
(L'immaginazione è sempre stata considerata una qualità disprezzabile, nella società capitalista, quasi femminea - e già il fatto che "femmineo" sia un insulto ce la dice lunga; ma è grazie a essa che abbiamo avuto i nostri Victor Hugo e i nostri Albert Einstein.)
Non so se l'intellighenzia nostrana abbia fatto o meno propria quest'intuizione - quella dell'inutilità dell'immaginazione, cioè -, fatto sta che, in anni recenti (in passato l'Italia vantava un'ottima produzione di letteratura fantastica), ha trasformato la Fantasy nel genere più disprezzabile e disprezzato. Credo sia stata una generalizzazione dettata dall'ignoranza e dalla voglia di sentirsi più intelligenti degli altri, di quelli cioè che, piuttosto che avere un genere di riferimento, hanno solo un'unica richiesta: che il libro che stanno leggendo sia buono.

Brava, intellighenzia. Sette più

L'articolo aveva lo scopo di chiarire i motivi per cui la Fantasy/Sci-Fi non deve essere considerata un genere minore, ma mi è sfuggito di mano e ha parlato d'altro. Non me ne pento: anche io, come tutti, devo allontanarmi dai porti sicuri, dai piani prestabiliti, per scrivere qualcosa di buono, e magari di sincero.
Potrei ora concludere l'articolo con un elenco dei grandi autori che hanno di fatto scritto Fantasy (Orwell e Huxley, ad esempio: il genere distopico è figlio naturale della Fantascienza... oppure la candidata al Nobel Margaret Atwood; o ancora, a tornare indietro, Omero, Apollonio Rodio, Virgilio, Luciano di Samosata, Ludovico Ariosto, Torquato Tasso... fino ad arrivare a Jonathan Swift, a Rudolph Erich Raspe, a H.G. Wells e finalmente al Re, Italo Calvino); oppure spiegare che sì, io gli italiani a cui la Fantasy fa senso li capisco pure, dopo l'invasione fantatrash dei primi anni duemila che fin da allora ha saturato il mercato con persone al limite dell'analfabetismo e che però un High Fantasy te lo buttavano giù, sarà mica una cosa difficile, ho visto due volte Il Signore degliAnelli in home video; ma preferisco concludere con una nota di speranza, facendo mie le parole di Ursula Le Guin, una dei più grandi scrittori viventi, che ha dedicato la sua vita alla Fantasy (Il Ciclo di Terramare) e alla Fantascienza (Il Ciclo dell'Ecumene) - e che quando ha scritto d'altro ha fatto solo un clamoroso buco nel ROTFL. Parole pensate che riflettono il mio pensiero, e che spero mettano un punto fermo all'annosa questione della validità della Fantasy.

[Parlando della mancanza di realismo nella letteratura fantastica] so anche che attraverso quella parzialità, quell'indipendenza, quello straniamento dall'esperienza comune, [la realtà] sarà nuova: sarà una rivelazione. Sarà una visione, un sogno più o meno vigoroso e indimenticabile. Uno sguardo all'interno, non all'esterno. Un viaggio attraverso lo spazio degli abissi psichici di un altro [...].
L'immaginazione, secondo me, [...] partecipa della Creazione, che è un aspetto della gioia eterna. E tutto il resto non è che Politica, o Pedanteria, o Mainstream Fiction, che possa riposare in pace[1].

Ursula K. Le Guin. Santino del giorno




[1] Le Guin, U.K. (1979). The Language of the Night. Essays on Fantasy and Science Fiction. Trad. it. a cura di Anna Scacchi. Editori Riuniti, Roma, 1986