domenica 21 maggio 2017

I meglio articoli (Settembre 2016 - Maggio 2017)


Probably Jeff Wysaski

Dopo una pausa di circa un milione di miliardi di anni, oggi torna la rubrica metabloggaria in cui segnalo quelli che, retrospettivamente, mi sono parsi i miei articoli migliori; per meriti di stile, di contenuto, o di qualunque altra cosa. Lo faccio perché - lo confesso - ho sempre la speranza che un nuovo lettore, capitato su queste pagine per caso, usi questa mappa per orientarsi all'interno del blog. Nuovo tag: I migliori articoli del blog.
Dato che è passata una vita dall'ultima volta, e insomma questa è un'occasione speciale, eccezionalmente non saranno segnalati solo tre articoli, ma quattro... anzi a ben vedere cinque.

Incominciamo adesso con la classifica (si va, come sempre, in ordine cronologico, e non di merito):


1) VIVERE (D)I LIBRI: X-MAS LIST


Un articolo della rubrica Vivere (d)i libri incentrato non sui libri che ho letto e di cui vorrei parlarvi, ma su quelli che vorrei leggere, e guai a trovarli, o a trovarli in italiano. Lo segnalo perché mi piacerebbe che questo articolo avesse quante più visualizzazioni possibili. Perché? Spero semplicemente che, prima o poi, qualche C.E. si metta una mano sul cuore (e sul portafoglio: sono tutti successi garantiti) e inizi a pubblicare i capolavori che ho segnalato. Che poi, l'elenco di libri fondamentali che tradotti non si trovano più è in continua crescita: proprio qualche settimana fa in libreria mi hanno detto che non potevano ordinare le Ballate Liriche di Wordsworth e Coleridge. Sembrava una barzelletta!

2) MEGLIO TRE PAROLE


Un articolo in cui parlo di quello di cui so parlare meglio: la scrittura. Non credo ci sia altro da aggiungere; solo, che mi piacerebbe scriverne di più. Naturalmente se anche voi siete d'accordo fatemelo sapere!

3) UNA DIFESA DELL'INGANNEVOLE OROSCOPO


Molte, troppe persone, anche istruite, oggi credono che gli astri esercitino un'influsso soprannaturale sulle vicende terrestri. Questo articolo dal titolo borgesiano è la mia protesta contro tutte le superstizioni che ci portiamo dietro... e una loro rivalutazione.

4) LA CORSA DI ACHILLE E DELLA TARTARUGA È STATA ANNULLATA


Nient'altro che uno scherzo patalogico (non patologico); un po' come lo fu quest'altro. Ma è uno scherzo divertente, o mi pare divertente, nel suo genere - che è un genere molto poco divertente -, quindi finisce di prepotenza in questa classifica. 
Non so se questo paradosso, che ho derivato equamente da Zenone e da Russell, sia mai stato espresso, o se sia mai stato espresso in questa forma. Probabilmente sì: non credo di essere un tipo particolarmente innovativo. Oggi come oggi, comunque, non avrebbe alcun valore.


- BONUS -


Mi è capitato di rileggere questo articolo, che risale a maggio del 2016, ed è stato pubblicato in occasione dell'anniversario della morte di Cervantes (23 aprile: stesso giorno, secondo la leggenda, della morte di Shakespeare), e l'ho trovato breve, ben scritto, e con un contenuto, non dico originale, ma senz'altro interessante. Quindi perché non inserirlo nella raccolta degli articoli migliori? Non ho trovato nessun motivo valido, perciò eccolo qui.


Finita la classifica in senso proprio, chiudiamo anche con la tradizionale analisi delle letture. Qualche dato a caso: l'articolo più letto del periodo settembre 2016 - maggio 2017 è Quel che resta del giorno, con circa 1150 visualizzazioni. Il blog nel suo complessivo, a poco più di un anno e mezzo dalla sua fondazione, ha totalizzato quasi 30000 visualizzazioni... di cui, immagino, 25000 solo mie.
Basta: non voglio annoiarvi più di quanto non abbia già fatto. Quindi vi ringrazio per il vostro supporto, vi segnalo (per chi ancora non si fosse iscritto) il nostro gruppo Facebook ufficiale, e fatto questo vi saluto. A presto, Veri Credenti, sempre su... ormai lo sapete: PSICOLOGIA E SCRITTURA!

lunedì 8 maggio 2017

La corsa di Achille e della tartaruga è stata annullata

Affresco databile alla fine del XIX secolo, Achilleion, Corfù. Non vista, la tartaruga ha già fatto il giro di Ilio due volte

Dopo che la corsa, arbitrata da quel Zenone così di parte, per un esposto di Achille venne anullata dai giudici di gara, si decise che, per togliersi lo scrupolo, e perché quella medaglia a qualcuno bisognava pur conferirla, fosse meglio correrla tutta daccapo. Per correttezza stavolta Achille e la tartaruga partirono insieme e dallo stesso punto. Ma, meraviglia! Se prima Achille non riusciva a raggiungere la tartaruga, ora non riesce più a superarla, e i due viaggiano testa a testa fino al traguardo. Col che i giudici non sanno proprio più cosa fare.

[La spiegazione di quanto ho detto è semplice. Prendiamo due coppie di numeri a caso: facciamo 0 e 1 e 0 e 2 (e che non mi si venga a dire che, per qualche motivo, 0 non è un numero valido, perché non ha importanza ai fini della dimostrazione. L'ho scelto solo per semplificare i passaggi, ma avrei potuto usare qualsiasi numero meno arbitrario). Ora, è evidente che tra una qualsiasi coppia di numeri ci sia un numero infinito di numeri. Tra 0 e 1 ci sono 0,1, e 0,11, e 0,111, e così via; tanti per l'appunto da essere infiniti. Lo stesso si può dire tra 0 e 2, dato che 2 è addirittura maggiore di 1 (e un numero infinito a cui si aggiungesse un'unità sarebbe a maggior ragione infinito). Ora, dato che entrambi gli insiemi contengono numeri infiniti, è vero che a ogni numero di A (0... 1) corrisponde un numero di B (0... 2). Dimostrarlo è veloce: anche se continuaste a tirare fuori numeri di B, basterebbe aggiungere un qualsiasi numero in fondo a un numero di A per ottenerne uno libero da associargli. Possiamo dirlo in un altro modo: che le risorse dell'insieme A sono infinite da definizione.
Adesso immaginiamo che Achille e la tartaruga partano assieme. Bene: qualunque distanza percorrano saranno sempre nello stesso punto, perché non possono che aver percorso un numero uguale di punti (se Achille ha percorso 50 metri e la tartaruga 1, tra lo 0 della linea di partenza e 50, e tra lo stesso 0 e 1, ci sono tanti numeri quanti tra qualunque altra coppia di numeri). Ma questo è vero anche se Achille parte prima o dopo la tartaruga: qualunque sia il numero di punti, o distanza, percorso da Achille, potrò fargliene corrispondere uno uguale percorso dalla tartaruga, se considero anche la distanza che li separa come percorsa da Achille.
Inoltre, se la velocità è lo spazio percorso fratto il tempo di percorrenza, se si considera uguale il tempo, sarà anche uguale la velocità. Zenone insomma non dimostra che il movimento non esiste, ma che non esistono, ad esempio, la distanza o l'accelerazione (v2-v1/t2-t1).]

[Naturalmente il mio ragionamento è una sciocchezza patafilosofica, come questa: ma internet è un posto brutto, ed è meglio mettere le mani avanti prima di essere accusato!]

martedì 2 maggio 2017

Storia di una storia (parte 2)

[qui la Prima Parte]

Parleremo di nuovo di una storia che è anche un paradosso e che, nelle sue varie forme, ha attraversato le epoche e ha segnato irrimediabilmente il nostro modo di pensare. Il primo a formularla fu Zenone di Elea, il cui scopo era difendere e avvalorare Parmenide, fondatore della sua scuola, in questo caso per quanto riguardava l'impossibilità del movimento. Se infatti il vuoto non esiste (in quanto il non essere non è e non può essere, sostiene Parmenide), allora 1) il cambiamento non esiste; e comunque 2) i corpi non avrebbero dove spostarsi.
Il paradosso di Zenone arriva a noi attraverso la Fisica di Aristotele. Aristotele non ne è entusiasta. Lo liquida con queste parole:
Il secondo argomento di Zenone è quello chiamato di Achille. Un mobile più lento non può essere raggiunto da uno più rapido; giacché quello che segue deve arrivare al punto che occupava quello che è seguito e dove questo non è più (quando il secondo arriva); in tal modo il primo conserva sempre un vantaggio sul secondo.
Per la forma estesa del paradosso (che è di Achille e della Tartaruga) mi affido a Borges, Altre Inquisizioni:
Achille, simbolo di rapidità, deve raggiungere la tartaruga, simbolo di lentezza. Achille corre dieci volte più svelto della tartaruga e le concede dieci metri di vantaggio. Achille percorre quel metro, la tartaruga percorre un decimetro; Achille percorre quel decimetro, la tartaruga percorre un centimetro; Achille percorre quel centimetro, la tartaruga percorre un millimetro; Achille percorre quel millimetro, la tartaruga percorre un decimo di millimetro, e così via all'infinito; di modo che Achille può correre per sempre senza raggiungerla.
Non so chi per primo interpolò l'immagine della tartaruga nel racconto; so o immagino che Achille venne scelto perché uno dei suoi epiteti è piè veloce, cosa che doveva esasperare il paradosso.
Le soluzioni date al problema sono decine e decine e ne avanzano ancora; alcune francamente idiote, come il fatto che il piede di Achille non è qualcosa di a sua volta divisibile, e quindi se è lungo più di un decimo di millimetro di meno non potrà percorrere (che è quella che detti io al liceo, e che, in mia difesa, non è troppo dissimile nello spirito a quella che diede Bergson, che parlò di mancata sincronizzazione dei passi); altre che sembrano creare nuovi paradossi, come quella che è contenuta ne I Principi della Matematica di Russell, e che qui spiegheremo dicendo che, se è vero che tra 0 e 1 ci sono tanti numeri quanti sono tutti i numeri (e cioè numeri infiniti), allora dobbiamo concludere che a ogni punto (numero) di Achille ne corrisponde uno della tartaruga, e che per forza di cose lui la raggiungerà(!).


Inutile dire che il paradosso di Achille ha prodotto una teoria infinita di elaborazioni letterarie (oltreché filosofiche): da quella di Platone nel Parmenide, che anticipa e discute l'argomento del terzo uomo contro le Idee con cui cercherà di confutarlo Aristotele*, al racconto del Reverendo Dodgson (quel Lewis Carroll che scriverà le avventure di una bambina che si chiama Alice), Quello che la tartaruga disse ad Achille, che invece si diverte a dimostrare l'impredicabilità di ogni ragionamento, perché per collegare due premesse a una conclusione dovremmo aggiungere un'altra premessa, e cioè che dalle premesse valide segue logicamente la conclusione valida; e poi una quarta, che dalle due premesse più la precisazione valide segue la conclusione valida, e poi una quinta, e così via. Questi esercizi appartengono più alla filosofia della scienza e all'epistemologia che non alla narrativa, quindi eviterò di discuterli.

Charles L. Dodgson (Lewis Carroll)
Zenone ci propone altri paradossi. La tradizione - se non mi sbaglio - gliene attribuisce una quarantina, ma a noi ne sono giunti pochi. Quello della freccia (una freccia scagliata contro un bersaglio non lo raggiungerà mai, perché in ogni istante, se sospendessimo il tempo, essa sarà immobile - occuperebbe solo lo spazio della propria lunghezza -, e allora dove sta il movimento?), quello della dicotomia e qualche altro. Aristotele riporta il secondo (che poi, storicamente, è il primo), lapidariamente:
[...] l'oggetto spostato deve giungere alla metà prima che al termine finale.
Di nuovo, ci affideremo a Borges per un'elaborazione più piacevolmente leggibile del paradosso**:
Un mobile che sta in A (afferma Aristotele) non potrà raggiungere il punto B, perché prima dovrà percorrere la metà della strada che è tra i due punti, e prima la metà della metà, e prima la metà della metà della metà, e così all'infinito.
Questo paradosso è più elegante, per quello che posso giudicare, di quello di Achille e della Tartaruga. Uso parole da logico o da matematico quando dico che la semplicità è una forma dell'eleganza: in questo paradosso è solo uno il corpo in movimento, non due; inoltre il mobile in A e il traguardo in B possono essere ridotti a oggetti puntiformi; ed essendo il punto, per definizione, privo di dimensioni, risolve alcune delle difficoltà, perlomeno figurative, del più noto Achille.
Possiamo provare a risolverlo come abbiamo provato a fare con quello di Achille. Notiamo, come Cantor e prima di lui altri, che tra 0 e 1 ci sono numeri infiniti, tanti cioè quanti sono tutti i numeri; che insomma il finito è infinitamente divisibile, e che un'infinita divisibilità non comporta un tempo infinito né un aumento delle grandezze da contare.
Sull'evoluzione letteraria di quest'ultimo paradosso si concentreranno le prossime righe.

Nel 1919 Franz Kafka dette alle stampe una raccolta di racconti intitolata Il Medico di Campagna. Tra i racconti, alcune sono evidenti drammatizzazioni del paradosso di Zenone. Il più famoso di questi è Il messaggio imperiale (ambientato in estremo oriente, forse in Giappone, considerata la simbologia solare; o forse in Cina, considerato che una delle fonti di Kafka fu Il Milione di Marco Polo; e anzi sicuramente in Cina, dato che il racconto ritorna, invariato, in Durante la costruzione della muraglia cinese; e che influenzò Borges per la stesura di un altro racconto paradossale), ma il più bello è, io credo, Il villaggio vicino. Così suona:
Mio nonno soleva dire: "La vita è straordinariamente breve. Ora mi si contrae a tal punto, nel ricordo, che non riesco a comprendere come, per esempio, un giovane possa decidersi a cavalcare fino al villaggio più vicino senza temere che - a parte ogni disgrazia - la durata di una vita normale, che trascorra serenamente, possa non essere affatto sufficiente a compiere un simile tragitto".
Il messaggio imperiale, invece, è quest'altro:
L'imperatore - così si dice - ha inviato a te, al singolo, all'umilissimo suddito, alla minuscola ombra sperduta nel più remoto cantuccio di fronte al sole imperiale, proprio a te l'imperatore ha mandato un messaggio dal suo letto di morte. Ha fatto inginocchiare il messaggero accanto al letto e gli ha bisbigliato il messaggio nell'orecchio; tanto gli stavi a cuore che s'era fatto ripetere, sempre all'orecchio, il messaggio. Con un cenno del capo ne ha confermato l'esattezza. E dinanzi a tutti coloro che erano accorsi per assistere al suo trapasso: tutte le pareti che ingombrano sono abbattute e sulle scalinate che si ergono in larghezza e in altezza stanno in cerchio i grandi dell'impero; dinanzi a tutti questi ha congedato il messaggero. Il messaggero s'è messo subito in cammino; un uomo robusto, instancabile; stendendo a volte un braccio, a volte l'altro fende la moltitudine; se incontra resistenza indica il petto dove c'è il segno del sole; egli avanza facilmente come nessun altro. Ma la moltitudine è enorme; le sue abitazioni non finiscono mai. Come volerebbe se potesse arrivare in aperta campagna e presto udresti il meraviglioso bussare dei suoi pugni al tuo uscio. Invece si affatica quasi senza scopo; si dibatte ancora lungo gli appartamenti del palazzo interno; non li supererà mai, e se anche ci riuscisse nulla sarebbe ancora raggiunto; dovrebbe lottare per scendere le scale, e se anche ci riuscisse nulla sarebbe ancora raggiunto; bisognerebbe attraversare i cortili, e dopo i cortili il secondo palazzo che racchiude il primo; altre scale, altri cortili; e un altro palazzo; e così via per i millenni; e se riuscisse infine a sbucare fuori dal portone più esterno - si troverebbe ancora davanti la capitale, il centro del mondo, ricoperta di tutti i suoi rifiuti. Nessuno può uscirne fuori e tanto meno col messaggio di un morto. Tu, però, stai alla tua finestra e lo sogni, quando scende la sera.
Il paradosso doveva essere adatto alla mente di Kafka, per via del suo particolare carattere mostruoso; e Kafka ha felicemente provveduto a esplorarne le possibilità d'incubo. Se posso dirlo, i suoi racconti ci fanno pensare a quei particolari sogni in cui corriamo, corriamo, e cerchiamo qualcosa; ma non riusciamo mai a trovarla.

Il 1942 è il turno di Dino Buzzati di dare alle stampe una raccolta di racconti, I sette messaggeri. Il primo di questi racconti dà il nome a tutta la raccolta. Il tema è il paradosso di Zenone; ma mi pare di trovarci anche il particolare sapore di Kafka. Non dimentichiamo che Buzzati conosceva Kafka, e che ne era stato influenzato come è impossibile dire in questa sede.
Ci limiteremo stavolta a riportare alcuni estratti del racconto, che altrimenti sarebbe troppo lungo per i limiti di un blog:
Partito ad esplorare il regno di mio padre, di giorno in giorno vado allontanandomi dalla città e le notizie che mi giungono si fanno sempre più rare.
Ho cominciato il viaggio poco più che trentanne e più di otto anni sono passati, esattamente otto anni, sei mesi e quindici giorni di ininterrotto cammino. Credevo, alla partenza, che in poche settimane avrei facilmente raggiunto i confini del regno, invece ho continuato ad incontrare sempre nuove genti e paesi; e dovunque uomini che parlavano la mia stessa lingua, che dicevano di essere sudditi miei.
Penso talora che la bussola del mio geografo sia impazzita e che, credendo di procedere sempre verso il meridione, noi in realtà siamo forse andati girando su noi stessi, senza mai aumentare la distanza che ci separa dalla capitale; questo potrebbe spiegare il motivo per cui ancora non siamo giunti all'estrema frontiera.
Ma più sovente mi tormenta il dubbio che questo confine non esista, che il regno si estenda senza limite alcuno e che, per quanto io avanzi, mai potrò arrivare alla fine.
Mi misi in viaggio che avevo già più di trent'anni, troppo tardi forse. Gli amici, i familiari stessi, deridevano il mio progetto come inutile dispendio degli anni migliori della vita. Pochi in realtà dei miei fedeli acconsentirono a partire.
Sebbene spensierato - ben più di quanto sia ora! - mi preoccupai di poter comunicare, durante il viaggio, con i miei cari, e fra i cavalieri della scorta scelsi i sette migliori, che mi servissero da messaggeri.
[...] Avanti, avanti! Vagabondi incontrati per le pianure mi dicevano che i confini non erano lontani. Io incitavo i miei uomini a non posare, spegnevo gli accenti scoraggianti che si facevano sulle loro labbra. Erano già passati quattro anni dalla mia partenza; che lunga fatica. La capitale, la mia casa, mio padre, si erano fatti stranamente remoti, quasi non ci credevo. Ben venti mesi di silenzio e di solitudine intercorrevano ora fra le successive comparse dei messaggeri. Mi portavano curiose lettere ingiallite dal tempo, e in esse trovavo nomi dimenticati, modi di dire a me insoliti, sentimenti che non riuscivo a capire. Il mattino successivo, dopo una sola notte di riposo, mentre noi ci rimettevamo in cammino, il messo partiva nella direzione opposta, recando alla città le lettere che da parecchio tempo io avevo apprestate.
Ma otto anni e mezzo sono trascorsi. Stasera cenavo da solo nella mia tenda quando è entrato Domenico***, che riusciva ancora a sorridere benché stravolto dalla fatica. Da quasi sette anni non lo rivedevo. Per tutto questo periodo lunghissimo egli non aveva fatto che correre, attraverso praterie, boschi e deserti, cambiando chissà quante volte cavalcatura, per portarmi quel pacco di buste che finora non ho avuto voglia di aprire. Egli è già andato a dormire e ripartirà domani stesso all'alba.
Ripartirà per l'ultima volta. Sul taccuino ho calcolato che, se tutto andrà bene, io continuando il mio cammino come ho fatto finora e lui il suo, non potrò rivedere Domenico che fra trentaquattro anni.
[...] Non esiste, io sospetto, frontiera, almeno nel senso che noi siamo abituati a pensare. Non ci sono muraglie di separazione, né valli divisorie, né montagne che chiudano il passo. Probabilmente varcherò il limite senza accorgermene neppure, e continuerò ad andare avanti, ignaro [...]
Si veda come, dall'ambientazione ai personaggi, I sette messaggeri si configuri come un'elaborata variazione de Il messaggio imperiale.

Arrivati alla fine, vi confesso che questa lunga e faticosa serie per me ha un valore, come quell'altra lunga e faticosa serie, perché quattro anni fa mi ha offerto l'occasione per scrivere a mia volta un racconto, che fosse una continuazione di questi. Cosa sia successo quattro anni fa perché sia in qualche modo il centro dei miei pensieri non so dirlo; ma in questi articoli è così. Il racconto si intitola L'incidente di Zenone e, se fino ad ora tutti i precedenti si concentravano sull'impossibilità di muoversi nello spazio, questo tratta della simmetrica impossibilità di muoversi nel tempo****. Eccolo:
Mentre la macchina esce di carreggiata e il muro si avvicina al parabrezza a una velocità che è quasi di 97 km/h, mi sorprendo a pensare a dove io abbia sbagliato.
La divinazione non è la credenza che le stelle influenzino il nostro destino; piuttosto quella che, quando Dio creò il mondo, lo sincronizzò in modo tale che il cielo prefigurasse la terra, o che la terra prefigurasse il cielo, e che ogni simbolo e minima variazione dell'uno corrispondessero a un cambiamento nell'altro. Avrei potuto indovinare questa giornata dai segni in fondo al tè, o altrettanto facilmente dal volo degli uccelli... ma ero di fretta, e il cielo stamane era coperto.
(Ricordo Laio e Acrisio e mi appunto mentalmente che la risposta dell'oracolo è sempre morte. Questo forse acquieterà i miei tardi rimpianti.)
La macchina punta, in una traiettoria che ormai mi è impossibile evitare, contro una parete di sassi e calce a una velocità che è 12 volte inferiore a quella del suono. Di converso immagino il rumore lancinante che produrrà l'accartocciarsi delle lamiere e della barriera che infine cede, e poi l'acre aroma della carne bruciata; e so che in quell'attimo morirò. Niente può più salvarmi.
A meno che... a meno che. Dove la magia e la tecnica falliscono, forse allora riuscirà il ragionamento. Devo tenere a mente che, secondo Crowley, la magia non è che una malattia del linguaggio; così come, secondo Wittgenstein, lo è la filosofia. Guardo il muro di fronte a me: ormai non disterà più di un metro. Io so che, per completare questo metro, prima dovrò percorrerne la metà: vale a dire che, prima di aver percorso un metro, dovrò avere percorso 50 centimetri. Una volta convintomi di questo, il passo seguente è più facile: per percorrere 50 centimetri, prima, dovrei percorrerne 25; e prima 12,5; e prima ancora 6,25. E così via, scomponendo sempre della metà, prima di percorrere la metà della metà della metà della metà dovrei percorrerne la metà: l'operazione è ricorsiva perché il punto, che è il fondamento della retta, è privo di dimensioni.
Dilatando le distanze a una somma infinita di mezzi, riesco a dilatare anche il tempo di percorrenza, e per percorrere un numero infinito di punti ho bisogno di una quantità infinita di tempo.
All'improvviso la corsa della macchina si arresta, e io con lei. Sono bloccato, e con me il mondo, cristallizzato in questo attimo che non potrà mai cessare, perché prima dovrebbe passarne la metà, e prima ancora la metà della metà e così via; ma finché terrò questo a mente, sarò immortale.

Calvino, nel racconto Ti con zero (1967), sfrutta il paradosso della freccia per dedurne l'immortalità dell'arciere, e poi per indagare la natura e il valore del tempo e dello spazio. Questo mio racconto lo riassume, lo semplifica, e lo varia quel tanto che basta per poter dire che è mio. 

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* Se l'Idea Iperuranica di Uomo è la somma di tutte le caratteristiche più rilevanti e comuni tra gli uomini, tali per cui noi li chiamiamo per l'appunto uomini, allora esso dovrà essere a sua volta un uomo. Ma allora dovrà esistere un terzo uomo che è partecipa delle caratteristiche comuni tra l'Uomo e gli uomini, e via così con un quarto uomo, e poi un quinto, e poi...
** I testi che abbiamo di Aristotele sono quelli tecnici, o esoterici; i suoi dialoghi, che nell'antichità sono state le uniche testimonianze del suo genio, per quanto ne so, sono andati tutti perduti. Sorte opposta a quella toccata al suo maestro Platone, di cui abbiamo conservato solo i dialoghi, o opere essoteriche. Per questo, se posso azzardarmi, leggere Platone è infinitamente più piacevole che leggere Aristotele.
*** I sette messaggeri hanno nomi che iniziano con le prime sette lettere dell'alfabeto latino: Alessandro, Bartolomeo, Caio, Domenico, Ettore, Federico, Gregorio. Il gioco geometrico è qui evidentissimo.
**** Anni dopo ho scoperto che William James, nel 1911, trattò lo stesso argomento sfruttando lo stesso paradosso.

lunedì 24 aprile 2017

Storia di una storia (parte 1)

Iniziamo: nel 1899 il filosofo Josiah Royce (Il mondo e l'individuo) scrisse questa parabola:
Immaginiamo che una porzione del suolo d'Inghilterra sia stata livellata perfettamente, e che in essa un cartografo tracci una mappa d'Inghilterra. L'opera è perfetta; non c'è particolare del suolo d'Inghilterra, per minimo che sia, che non sia registrato nella mappa; tutto ha lì la sua corrispondenza. La mappa, in tal caso, deve contenere una mappa della mappa, che deve contenere una mappa della mappa della mappa, e così all'infinito.
Il problema di Royce, che cercò di tradurre in forma narrativa, riguardava l'immagine mentale che un individuo ha della propria mente, che dovrebbe contenere un'immagine dell'immagine e così via. Il problema naturalmente è lo stesso che ha sollevato Zenone di Elea, e si chiama regressus ad infinitum. Prima di Royce l'Amleto, il Chisciotte e Le Mille e Una Notte portavano esempi illustri di storie contenute all'interno di se stesse e potenzialmente ripetute in eterno; dopo di lui, l'esempio più famoso è quello di Ende.

























Nel 1946 Jorge Luis Borges scrisse un'altra breve storia, attribuendola però - gioco letterario e filosofico a cui spesso prestava la propria penna - a un tale Suàrez Miranda (Viaggi di uomini prudenti, 1658). Questo studioso, inutile dirlo, non è mai esistito. La storia, o meglio la nota, si intitola Del rigore della scienza, e in italiano la potete trovare nella raccolta di poesie L'artefice.
... In quell'Impero, l'Arte della Cartografia raggiunse tale Perfezione che la mappa di una sola Provincia occupava un'intera Città, e la mappa dell'Impero un'intera Provincia. Col tempo, queste Mappe Smisurate non soddisfecero più e i Collegi dei Cartografi crearono una Mappa dell'Impero che aveva la grandezza stessa dell'Impero e con esso coincideva esattamente. Meno Dedite allo Studio della Cartografia, le Generazioni Successive capirono che quella immensa Mappa era Inutile e non senza Empietà l'abbandonarono alle Inclemenze del Sole e degli Inverni. Nei deserti dell'Ovest restano ancora lacere Rovine della Mappa, abitate da Animali e Mendicanti: nell'intero Paese non vi sono altre reliquie delle Discipline Geografiche.
Come si può vedere Borges, che conosceva i paradossi del regressus, eliminò quello che c'era dalla storia di Royce e conservò l'idea della mappa. Ispirato da un altro racconto di Kafka (di cui parleremo nel prossimo articolo), spostò il luogo dove questa mappa fu realizzata dalla prosaica Inghilterra all'esotica Cina, proprio perché lontanissima nello spazio e nel tempo.

Ma la storia di questa storia non finisce qui.

Nel 2006, per l'introduzione alla sua raccolta di racconti Cose Fragili, Neil Gaiman riciclò una vecchia storia che aveva scritto e che ricorda da vicino sia la parabola di Royce che l'apocrypha di Borges. Ve ne propongo una traduzione mia, e me ne scuso in anticipo, dato che non ho mai acquistato il libro in italiano. Il racconto si intitola Il cartografo, o, meglio, Il creatore di mappe.
Si può riassumere al meglio una storia raccontandola. Capite? Il modo in cui si riassume una storia, a se stessi o al mondo, è raccontando quella storia. È un atto d'equilibrio, ed è un sogno. Più è accurata la mappa, più essa assomiglierà al territorio. La mappa più accurata possibile dovrebbe essere il territorio, e così sarebbe perfettamente accurata e perfettamente inutile.
Il racconto è la mappa che è il territorio.
Questo dovete tenerlo a mente.
C'era un imperatore della Cina, quasi duemila anni fa, che divenne ossessionato dall'idea di creare una mappa del territorio su cui si estendeva il suo governo. Su un'isola artificiale fece costruire la Cina in miniatura, con grande dispendio di denaro e incidentalmente anche di vite umane (poiché le acque erano profonde e fredde) in un lago all'interno della tenuta imperiale. Su quell'isola ogni montagna era un monticello di talpe, e ogni fiume il più piccole dei rivoli. Serviva una mezzora buona all'imperatore per fare tutto il giro della sua isola.
Ogni mattina, nella pallida luce che precede l'alba, cento uomini avrebbero guadato il lago e nuotato verso l'isola e avrebbero riparato e ricostruito con attenzione qualunque elemento del paesaggio che fosse stato danneggiato dal clima o dai passeri selvatici, o portato via dal lago; e avrebbero tolto e rimodellato qualsiasi territorio imperiale che fosse stato danneggiato nella realtà da inondazioni o terremoti o frane, per meglio riflettere il mondo così com'era.
L'imperatore si sentì soddisfatto della sua isola per la maggior parte di quell'anno, poi si avvide dell'insoddisfazione che cresceva dentro di lui e iniziò, nei momenti di dormiveglia prima del sonno, a pianificare un'altra mappa del suo dominio, in scala uno a cento. Ogni capanna e ogni casa e ogni palazzo, ogni albero e ogni collina e ogni animale sarebbero stati riprodotti in scala uno a cento della loro reale altezza.
Era un piano maestoso, che avrebbe prosciugato il tesoro imperiale per essere realizzato; e avrebbe necessitato di più uomini di quanti la mente umana ne possa contenere, uomini per mappare e uomini per misurare, agrimensori, addetti al censimento, pittori; avrebbe richiesto creatori di modellini, vasai, muratori e artigiani. Seicento sognatori di professione sarebbero serviti, per svelare la natura delle cose nascoste dietro le radici degli alberi, nelle più profonde caverne montane, e negli abissi del mare, poiché la mappa, per valere qualcosa, doveva contenere sia l'impero visibile che quello invisibile.
Questo era il piano dell'imperatore.
Una sera il suo Ministro della Mano Destra si lagnò con lui, mentre camminavano nei giardini del palazzo sotto una grossa luna dorata.
"Dovresti sapere, o Maestà Imperiale" disse il Ministro della Mano Destra, "che ciò che hai intenzione di fare è..."
E poi, avendolo il coraggio abbandonato, fece una pausa. Una carpa con le squame pallide infranse la superficie dell'acqua, rompendo il riflesso della luna dorata in cento frammenti che danzavano, ognuno a pieno diritto una piccola luna, e poi le lune si fusero in un unico cerchio di luce riflessa, dorato nell'acqua del colore del cielo notturno, che era un porpora così intenso che nessuno avrebbe mai potuto confonderlo col nero.
"... Impossibile?" chiese l'imperatore quietamente. È quando gli imperatori e i re sembrano più calmi che sono più pericolosi.
"Niente di ciò che l'imperatore desidera potrebbe mai plausibilmente essere impossibile," disse il Ministro della Mano Destra. "Sarà, comunque, costoso. Prosciugherai il tesoro imperiale per fare questa mappa. Svuoterai città e fattorie solo per ottenere il terreno su cui piazzare la tua mappa. Lascerai dietro di te un Paese che i tuoi eredi saranno troppo poveri per governare. Come tuo consigliere, verrei meno ai miei doveri se non ti avvertissi di questo pericolo".
"Forse hai ragione" disse l'imperatore. "Forse. Ma se dovessi ascoltarti e dimenticare la mia mappa del mondo, lasciarla incompiuta, essa infesterebbe il mio mondo e la mia mente e toglierebbe il sapore al cibo sulla mia lingua e al vino nella mia bocca".
E poi fece una pausa. Lontano nei giardini potevano sentire il canto di un usignolo. "Ma questa mappa" gli confidò l'imperatore, "è soltanto l'inizio. Poiché persino mentre essa sarà costruita, io già mi starò struggendo per pianificare il mio capolavoro".
"E quale sarebbe?" chiese il Ministro della Mano Destra, quietamente.
"Una mappa," disse l'imperatore, "dei domini imperiali, in cui ogni casa sarà rappresentata da una casa a grandezza naturale, ogni montagna sarà ritratta da una montagna, ogni albero da un albero della stessa grandezza e della stesse specie, ogni fiume da un fiume, e ogni uomo da un uomo".
Il Ministro della Mano Destra si inchinò alla luce della luna, e se ne tornò al palazzo imperiale a parecchi e rispettosi passi di distanza dall'imperatore, che era chiuso nei suoi pensieri.
È scritto nei registri ufficiali che l'imperatore morì nel sonno, e questo è vero fino ad un certo punto - sebbene qualcuno possa osservare che la sua morte non fu interamente non assistita; e il suo figlio più anziano, che divenne imperatore a sua volta, nutrì ben poco interesse in mappe e cartografia.
L'isola nel lago divenne asilo per i passeri selvatici e per tutti i tipi di uccelli acquatici, con nessun uomo che li scacciasse, ed essi beccarono fino a far crollare le piccole montagne di fango per costruire i propri nidi, e il lago erose la spiaggia dell'isola, e presto essa venne dimenticata completamente, e rimase solo il lago.
La mappa se n'era andata, e il cartografo, ma la terra sopravvisse.
In Gaiman rimane l'idea della mappa, e della mappa smisurata, e della Cina; e insomma è una specie di narrazione piana della nota di Borges. Anche, a inizio del testo inserisce una piccola battuta: tutti gli psicologi conosco l'aforisma di Alfred Korzybski per cui "La mappa non è il territorio, e non rappresenta tutto il territorio"; che invita, tra le altre cose, a tenere presenta la distinzione tra teoria e pratica individuale, e tra patologia sulla carta e patologia vissuta.



Siamo ormai arrivati alla fine di questo articolo, e al presente. Quattro anni fa avevo già letto queste tre versioni della storia (lo dico per non farmi bello delle idee degli altri); e pensando che fosse una bella storia, e che fosse una bella serie (non dimentichiamo che Borges e Gaiman sono due dei miei scrittori preferiti), decisi di contribuirvi anche io, per come potevo, nel mio piccolo. A dire il vero era solo un gioco tra me e me, ma questo ne è stato il risultato.
La prima volta che il racconto venne pubblicato fu su Lokee - il social network del fantastico, e lo potete ancora trovare a questo indirizzo. Si intitola Il Problema della Pagoda.
L’Imperatore Wu ordinò di costruire una pagoda. Questa pagoda avrebbe dovuto contenere un numero infinito di piani; in ogni piano, l’Imperatore aveva piacere che fosse allestito un riassunto, una breve rappresentazione di ognuna delle grandi attrazioni di cui si componeva l'Impero di Mezzo. Così, ad esempio, al primo piano un sistema di pulegge e acquedotti avrebbe dovuto simulare il Fiume Giallo, e un campionario di piante e animali ne avrebbe preservato l’ambiente; al secondo, un muro doveva essere contenuto tra quattro mura, e questo muro sarebbe stato la sconfinata Muraglia che proteggeva l’Impero dai mongoli. Viaggiando di piano in piano, l’Imperatore avrebbe potuto viaggiare di regione in regione e visitare tutti i suoi possedimenti. Certo le ambientazioni avrebbero dovuto essere costantemente aggiornate, perché l’Imperatore non si trovasse a giudicare un villaggio che era appena stato raso al suolo, o una miniera di rame che i demoni avevano prosciugato anzitempo. In questo modo le sue legiferazioni (che egli contava ormai di prendere all’interno della pagoda) non sarebbero risultate vane.
La realizzazione della pagoda richiese dodici anni e vasti progetti prima che l'Imperatore fosse chiamato a visionarla. Egli esaminò con piacere i piani di cui si componeva la sua opera; ma, arrivato all’ultimo, prese da parte i costruttori e li fece fustigare.
“Ma come”, sentenziò. “Vi ho ordinato di costruire una pagoda che racchiudesse tutte le meraviglie del mio Impero, e voi vi dimenticate la meraviglia più grande di tutte, che è la pagoda stessa?” Quindi, poiché era un sovrano generoso, rinviò la punizione che i costruttori giustamente meritavano e concesse loro di completare l'opera.
Quello posto dal Figlio del Cielo sembrava un problema insolubile: come riassumere un riassunto? Come sintetizzare un diagramma? Alla fine qualcuno propose che replicassero, in una stanza, tutte le altre stanze: non sarebbe stato difficile, ora che anche gli altri progetti erano pronti. Il suggerimento parve disorientare i più, ma alla fine venne accettato.
L'adeguamento della pagoda richiese sei anni. I costruttori avevano deciso di mandare a chiamare l’Imperatore, quando uno di loro, memore delle scudisciate dispensate dalla mano generosa dei soldati, osservò con prudenza che la pagoda non era ancora completa: avevano riprodotto la pagoda, ma ora la pagoda era cambiata e la riproduzione doveva essere a sua volta cambiata. La pagoda era, affermò, non più solo la pagoda, ma la pagoda cui era stata aggiunta la stanza della pagoda: secondo gli inappellabili dettami dell'Imperatore, così doveva essere rappresentata.
I lavori ripresero, instancabili; ma la conclusione preluse a un nuovo aggiornamento, perché ormai la pagoda conteneva la pagoda e una stanza che conteneva una pagoda con una terza pagoda, e così doveva essere rappresentata. I nuovi progetti raddoppiavano di volta in volta l'estensione, per star dietro all'innaturale crescita dell'opera.
Gli architetti e i muratori perirono durante l’infinita costruzione e le loro ossa furono trasformate in calce con cui continuare il loro lavoro. Anche l’Imperatore morì, e il suo successore si dimenticò della follia della pagoda che era infinita.
Un ordine dell’Imperatore non può essere revocato da altri. I figli degli architetti e dei muratori continuarono la costruzione della pagoda, e dopo di loro i loro figli. Ancora oggi, nei deserti della Cina, si narra di una setta di architetti, abbruttiti dall'incesto e dall'isolamento, che continua la costruzione di una pagoda infinita.
Il sogno che mosse un Imperatore ora è l'incubo di continue generazioni.


Nel mio racconto ho mantenuto l'idea della Cina e della mappa che si trovano in Borges, e della follia dell'imperatore di Gaiman; e ho re-introdotto quella del regressus, che era stata di Royce. L'idea della pagoda è un ribaltamento di quell'insegnamento di Hui Shi, per cui se dovessi dimezzare un bastone lungo un piede ogni giorno (quindi il secondo giorno dimezzare la metà del primo, e il terzo la metà del secondo), anche dopo diecimila generazioni me ne sarebbe rimasto comunque un poco da dimezzare. Queste riflessioni provocarono lo sdegno di Chuang Tzu.

Eccoci alla fine. Abbiamo seguito la storia di un paradosso, in prosa, per più di un secolo. La cosa migliore di questa serie è, mi pare, che essa diventa a sua volta, se non un paradosso, comunque una realtà ad infinitum: ognuno degli autori ha stimolato quelli successivi a ricrearla. Abbiamo quindi un segmento a cui, per virtù proprie, si aggiunge un altro segmento, e poi un altro, e un altro ancora; ma, al contrario della corsa di Achille e della Tartaruga, ogni segmento ha la stessa estensione del precedente. Non ci resta che vedere se questa tendenza si manterrà anche in futuro; potenzialmente, essa non ha necessità di interrompersi mai.

[La prossima settimana parleremo di un'altra serie di racconti e di un altro paradosso. Quindi, se non volete perdervi nulla, ricordate di visitare regolarmente questo blog e di iscrivervi alla nostra pagina FB. Basta un clic.]

martedì 18 aprile 2017

Una difesa dell'ingannevole oroscopo

Io non credo nell'oroscopo. Sono anzi convinto che credervi sia sbagliato non solo, diciamo, epistemologicamente, ma anche moralmente. Ogni volta, infatti, che una persona mente assassina una parte del mondo, e questo è certo; ma ogni volta che una persona crede in una menzogna quando ha le capacità e i dati per smascherarla, è colpevole tanto quanto lo è il mentitore.
Non voglio spingermi più un là con questo discorso, perché ciò che vorrei dire è poco educato, è comunque evidente, e per di più rischia di assomigliare ai monologhi di quella sottocategoria umana a cui appartiene chi indossa i fedora.
Questo articolo, nel caso non si fosse capito, riguarda l'oroscopo.


A COSA CREDE CHI CREDE NELL'OROSCOPO
Chi crede nell'oroscopo si affida al fatto (ha quindi propriamente fede, nel senso che compie un salto irrazionale verso una credenza non dimostrabile, esattamente come fa chi, ad esempio, crede in Dio*) che, interpretando correttamente gli avvenimenti celesti, si possa conoscere qualcosa del futuro terrestre. Questo al netto dell'astronomia ufficiale: vedere un meteorite con un diametro di nove chilometri che punta dritto sulla Terra... be', qualcosa del nostro futuro ce lo dice, ma in maniera del tutto razionale e afideistica, vivaddio.
Che l'oroscopo sia una credenza vera o una credenza falsa non è argomento del nostro articolo - benché io creda sia falsa, esattamente come credo che non esistano unicorni invisibili, o. per dirla con Russell, una teiera in orbita tra la Terra e Marte -: propriamente, è una credenza il cui valore di verità è indecidibile. Anche, è una credenza non scientifica, secondo la distinzione di Popper, perché non falsificabile. Tra le varie cose perché non presenta un corpo organico di credenze da analizzare attraverso metodi statistici, e perché chi vi si affida sembra incapace di riconoscerne gli errori, e quindi di usarli come prova di un fallimento del sistema**. Col che non voglio dire nulla di male: secondo lo stesso principio anche il materialismo dialettico marxista e la prima psicanalisi non sarebbero dottrine scientifiche (e infatti non lo sono).
Dunque, credere che studiare gli astri sollevi il velo del domani significa essenzialmente credere in una delle seguenti:

  1. che i casi celesti esercitino un influsso decodificabile su quelli terreni. In questo caso, che Giove entri in Vergine causa un cambiamento nella vita di chi è nato Vergine.
  2. che i casi terreni esercitino un influsso decodificabile su quelli celesti. In questo caso la Stella Cometa scende verso Betlemme perché è attirata dalla nascita del Bambin Gesù, e non il Bambin Gesù nasce a Betlemme perché passava di lì anche la Stella.
  3. sia (1) che (2)***.
  4. che i casi celesti e quelli terreni siano sincronizzati, e ogni minimo cambiamento dell'uno corrisponda a un cambiamento dell'altro. Dietro l'astrologia non ci sarebbe quindi il principio di causa-effetto, ma semplicemente di contemporaneità.

Che (1) sia un'assurdità bella e buona è certo da molto tempo. Oltre al fatto che non esistono prove scientifiche di questo fenomeno - ma credere nell'oroscopo è un atto di fede, e quindi prescinde da una spiegazione scientifica - è facile dimostrare come la fede nell'oroscopo sia una fede malriposta. Per farla breve, anzi brevissima, cito Odifreddi (2001):
In ogni caso, le costellazioni visibili dello Zodiaco sono tredici e non dodici: manca infatti all'appello Ofiuco, o Serpentario. E il Sole percorre le dodici costellazioni canoniche in tempi diversi, non mensili. E la processione degli equinozi ha ormai sfasato l'assegnazione classica dei segni [...].
Se gli eventi celesti esercitano un influsso su quelli terreni, insomma, l'astrologia non prende in considerazione i giusti eventi celesti per indagare quale sia questo influsso. A meno che la nostra fede non ci spinga a credere che le Potenze sovralunari abbiano tanti riguardi nei nostri confronti da agire in accordo con la nostra ignoranza dei loro movimenti.
La falsità di (2), che è una falsità semantica, la possiamo dimostrare allo stesso modo: se anche fossero i casi terreni a esercitare un influsso, l'astrologia questo influsso non potrebbe leggerlo, perché non prende in considerazione i giusti casi celesti. Ergo, affidarsi all'astrologia è fideisticamente inconsistente, dato che si crede a una cosa e se ne ascolta un'altra del tutto diversa.

[Per finire, che (3) sia sbagliato è evidente, ma lo dimostreremo lo stesso sintatticamente. La congiunzione di due proposizioni, in questo caso (1) ∧ (2), nella logica proposizionale, è falsa se almeno una delle due proposizioni è falsa: e in questo caso sono entrambe false. Ma questo è un mio scrupolo, e spero che al punto in cui siamo nessuno abbia davvero potuto credere in (3).]

Passando a (4), invece, il discorso si fa leggermente più serio. Includiamo pure questa posizione tra le applicazioni di quella teoria parascientifica che si chiama della sincronicità, la cui prima enunciazione risale all'introduzione all'I-Ching di Jung. La sincronicità, nonostante i contributi del Premio Nobel per la fisica Wolfgang Pauli, manca di prove scientifiche a sostegno a livello macroscopico (la sincronicità junghiana, si dica quel che si dica, riguarda il mondo macrosposico e non quello microscopico; ed è bene ricordarlo viste le diverse leggi che sembrano regolarli). Io posso credere, e anzi credo, nell'esistenza di significati emergenti nella psiche dell'uomo, e nella sincronicità come processo di attribuzione di tali significati a elementi fisici; ma non credo che essa sia anche un principio fisico. Tuttavia affidarsi alla teoria della sincronicità (4) è di per sé non contraddittorio (1, 2, 3), e quindi, se si ha fede, accettabile.

Wolfgang Pauli

REALTÀ DELL'OROSCOPO
Questo articolo - nonostante le premesse - si propone come difesa dell'indifendibile, e come giustificazione dell'oroscopo. Questa giustificazione può giungere dall'analisi personologica dell'uomo.
È risaputo che nascere in un determinato mese ha un effetto sull'individuo. Nascere nel mese X significa essere stati concepiti in X - 9 o in X - 8 mesi, a meno di casi particolari. Significa anche che il nutrimento nella fase prenatale è stato di un certo tipo (frutta e verdura di stagione), l'apporto di vitamine e di sole è stato di un certo tipo, e spesso che anche l'umore della madre è stato più o meno solare di quanto sarebbe stato, ceteris paribus, in un'altra stagione. Lo stesso si potrà dire per la fase immediatamente postnatale. Qui e qui ci sono alcuni articoli, liberamente consultabili, che riportano i risultati di un paio ricerche - il cui numero è, vi assicuro, legione - in proposito agli effetti del periodo di nascita sulla vita del bambino.


Ora, essere di un segno zodiacale, cioè della Vergine o della Bilancia, significa per l'appunto essere nati in un determinato periodo di tempo della durata di un mese - anche se, come abbiamo visto, non nel mese in cui il Sole si trova nella casa del segno. In questo caso il segno zodiacale può essere considerato un nome, un metodo di categorizzazione, che trae valore non tanto dalle costellazioni quanto dal periodo a cui è tradizionalmente associato.
Certo, come strumento di analisi personologica l'oroscopo è alquanto limitato. Passare il periodo perinatale in una valle montana in cui il sole c'è quattro ore al giorno è ben diverso dal passarlo in pianura... e così via, dato che, ad esempio, la stagione delle piogge non corrisponde a nessuna delle stagioni europee. Inoltre allo sviluppo personologico individuale (le ricerche sono generalizzazioni su popolazioni significative) contribuiscono tanti e tali accidenti che dire che un Leone è così e così perché è nato ad agosto è peggio che un'ingenuità. Al massimo si può dire che, al netto di tutto il resto, sia predisposto in tal senso.
Ancora una volta l'oroscopo, pur avendo, se considerato dalla giusta prospettiva, un fondamento scientifico, risulta inadeguato a descrivere le complessità della vita. Col che concludo la mia filippica contro l'astrologia e vi invito a cliccare sui pulsantini qui sotto per condividere l'articolo sui social. A presto, Veri Credenti!


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* Per questo chi è cristiano non dovrebbe ridere di chi crede nell'occulto, a meno di non voler sembrare ipocrita. Prova ne è il fatto che, nell'antichità non potendo i cristiani credere nella predestinazione a scapito del libero arbitrio, ma non potendo neanche credere che l'astrologia fosse falsa a causa delle fonti che la citavano come certa, risolsero l'antinomia dicendo che sì, l'astrologia vincola pure i non battezzati; ma che i battezzati, in grazia del Signore, sono liberi dagli influssi celesti. Chi non lo crede provi a rileggersi Clemente Alessandrino. In Età Medievale invece - e poi mi fermo, prima che la nota diventi più lunga dell'articolo -, il pensiero corre a Dante, che nel XVI del Purgatorio afferma (fa affermare a uno dei suoi personaggi) che gli astri potranno pure avere un qualche influsso sulle cose terrene, iniziando tutti o alcuni gli affari degli uomini, ma in ogni caso è proprio dell'uomo dover scegliere tra il bene e il male (letteralmente: "Lo cielo i vostri movimenti inizia; | non dico tutti, ma, posto ch'i 'l dica, | lume v'è dato a bene e a malizia, || e libero voler; che, se fatica | ne le prime battaglie col ciel dura, | poi vince tutto, se ben si notrica").
** L'astrologia si trova davvero, oggi, in una situazione unica tra quelle che la coscienza scientifica ha prodotto. Chi vi crede accetta senza battere ciglio i suoi errori, proprio perché sono errori attesi (dato che a livello razionale la maggior parte delle persone ammette che non ci si possa basare sull'oroscopo per conoscere il futuro); le volte in cui invece sembra che le sue predizioni siano corrette sono considerate prove a favore della sua esattezza generale.
La coscienza scientifica popolare sembra quindi assorbire i colpi degli errori del metodo e preservarne le conferme: ancora una volta ci troviamo di fronte a una situazione di infalsificabilità secondo la filosofia popperiana.
*** In questa ipotesi, che a prima vista può sembrare contraddittoria, credevano gli antichi alchimisti. Sulla Tabula Smaragdina di Ermete Trismegisto sta per l'appunto scritto che "Ciò che è in alto è come ciò che è in basso". La precedente è a tutti gli effetti un postulato di isomorfismo tra realtà microcosmica e realtà macrocosmica. Studiare l'essere umano, quindi, equivarrebbe a studiare l'universo; e cambiare se stessi significherebbe cambiare il mondo, non in astratto o in piccolo, ma in concreto e completamente. 

mercoledì 5 aprile 2017

Ma gli argentini sognano ovejas eléctricas?

Già nello scorso appuntamento di Ma gli italiani sognano pecore realiste? avevamo letto le parole di un grande scrittore che ci parlava, attraverso il muro degli anni, in difesa del fantastico. Oggi, nello stesso spirito, vi propongo un'altra voce: quella di Jorge Luis Borges. Chi fosse Borges sarà materia per un altro e più complesso articolo: vi basti sapere che è stato uno dei maggiori letterati del secolo scorso.

Entrambe le citazioni sono tratte da prologhi che Borges scrisse per libri di altri. La prima - in originale - si trova nell'edizione argentina di Cronache Marziane di Ray Bradbury (1955), e la seconda in L'Invenzione di Morel del suo caro amico Adolfo Bioy Casares (1953). Quest'ultima contrappone la letteratura "psicologica" a quella "d'avventura"; ma essendo la psicologica una variazione di quella realistica ed avendo Borges, tra gli avventurosi, ricordato L'asino d'oro, i Sette viaggi di Sindbad e altri, direi che possiamo, dati gli ovvi distinguo, considerare i suoi argomenti validi anche per la nostra tesi: che la letteratura fantastica non sia inferiore a quella realistica.
Iniziamo. Innanzitutto Borges ci dice che
Ogni letteratura [...] è simbolica; esistono poche esperienze fondamentali ed è indifferente che uno scrittore, per trasmetterle, ricorra al "fantastico" o al "reale", a Macbeth o a Rasklni'kov, all'invasione del Belgio nell'agosto del 1914 o a un'invasione di Marte. Che importano le finzioni, o le fantasie, della science-fiction
Questa, o una tesi simile, il blog l'ha sostenuta fin dal momento della sua fondazione. Basti leggere questo articolo o quest'altro per averne la prova.
Stevenson, intorno al 1882, osservò che i lettori britannici disdegnavano un po' le peripezie e ritenevano maggior abilità scrivere un romanzo senza argomento*, o con un argomento infinitesimale, atrofizzato. José Ortega y Gasset - La deshumanizaciòn del arte, 1925 - cerca di analizzare il disdegno notato da Stevenson e stabilisce, a pagina 96, che "è molto difficile che oggi si riesca a inventare una trama in grado di interessare la nostra superiore sensibilità" e, a pagina 97, che tale invenzione "è praticamente impossibile". In altre pagine, in quasi tutte le altre pagine, intercede per il romanzo "psicologico" e ritiene che il piacere per le avventure sia inesistente o puerile. Questa è, indubbiamente, l'opinione comune del 1882, del 1925 e persino del 1940. Alcuni scrittori (tra i quali mi piace annoverare Adolfo Bioy Casares) ritengono sia ragionevole dissentire. [...] il romanzo "psicologico" vuole anche essere romanzo "realistico": preferisce che dimentichiamo il suo carattere di artificio verbale e fa di ogni vana precisione (o di ogni debole vaghezza) un nuovo tratto verosimile. Ci sono pagine, capitoli di Marcel Proust, che sono inaccettabili come invenzioni: a esse ci rassegniamo, senza saperlo, come alla banalità e alla futilità di ogni giorno. 


Sembra quindi impossibile, anche andando a ritroso, da che i francesi e i russi hanno inventato o sdoganato il romanzo psicologico, che l'intellighenzia di un Paese riconosca le pari qualità di quello realistico e fantastico. Ci consoliamo: a riconoscerle sono gli scrittori, col che si intendano i grandi scrittori... ammetteranno i critici (a malincuore?) che anche loro capiscono qualcosa di scrittura.


Tutti gli articoli nella categoria Ma gli italiani sognano pecore realiste? in difesa del fantastico:

  1. Ma gli italiani sognano pecore realiste?
  2. Ma gli italiani sognano (ancora) pecore realiste?
  3. Ancora di italiani e di pecore realiste
  4. Così vasto e intenso


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*Che è poi la tesi, egualmente ridicola, di molti intellettuali o critici italiani.

venerdì 17 marzo 2017

Le dieci sigle più belle della storia dei telefilm

Si è parlato tanto di telefilm, negli ultimi anni, come della nuova frontiera della letteratura, sia d'intrattenimento che colta. Tralasciando l'ormai tragica confusione di medium, che è una delle grandi malattie della critica popolare, capisco e condivido il sentimento di questa affermazione perché io stesso sono un grande consumatore di serie televisive. Ho quindi deciso di ritagliarmi questo articolo per scriverne un po'.


Di telefilm, si diceva, parlano in tanti - ma poco spazio, almeno per quello che ho potuto constatare, è stato dedicato a quella nuova forma d'arte senza la quale i nostri pomeriggi su Netflix non sarebbero più gli stessi: l'arte di comporre, di questi telefilm, le sigle d'apertura. Non voglio colmare questo vuoto - non ne sarei capace -, ma così, per sfizio, mi è venuta l'idea di raccontarvi quali sono le mie sigle preferite.
Le sigle sono elencate non in ordine di bellezza (non sono capace di fare queste classifiche), ma in ordine cronologico: cioè, a seconda di quando ho visto per la prima volta il telefilm. Pronti? Pronti.


ECCE CLASSIFICA 

1. Buffy l'Ammazzavampiri



Sono passati vent'anni dalla prima stagione di Buffy l'Ammazzavampiri, che era, è e sarà per sempre il mio telefilm preferito. Vent'anni da quando un gruppo di artisti, capitanati dall'oramai leggendario Joss Whedon, con abbastanza spiccioli da riempirci un portauovo e tanta voglia di sovvertire i cliché del genere hanno messo in piedi un capolavoro. Per capirlo basti guardare la sigla d'apertura: parte maestosa, con un motivo da film horror classico, e poi via, il rock, quello che non ti aspetti. Praticamente un manifesto. 
Potrei stare qui per ore a parlare di Buffy, Dio mio è testimone, ma stavolta siete salvi. Solo una cosa vi dico: recuperatela recuperatela e recuperatela. Non si parlerà mai abbastanza bene delle stagioni di Buffy dalla seconda alla quinta, e mai abbastanza bene di una manciata di episodi della sesta e della settima. Per esempio (e di esempi ve ne potrei fare a bizzeffe) Il corpo, un episodio autoconclusivo della quinta stagione, rimane a mio parere l'esempio più alto di ciò che si può ottenere in cinquanta minuti. Un episodio talmente bello e angosciante che quasi nessuno riesce a vederlo più di una volta, pur conservandone un ricordo eccezionale. 



Moonlghting è uno di quei telefilm di cui tragicamente si parla poco. Eppure è di qualità più elevata di molti dei suoi colleghi moderni (Moonlighting è andato in onda nella seconda metà degli anni '80). Aveva una scrittura fantastica, avanti di anni rispetto ai suoi contemporanei; era fresco, brillante, ricco di humour e di azione, ma sapeva perdersi nel puro dramma. In effetti credo sia uno dei primi esempi - se non il primo - di comedy-drama della storia dei telefilm, un genere che, con Ally McBeal e Sex and the City, ha mietuto centinaia di successi. Gli attori erano splendidi: una straordinaria Cybil Shepherd e un allora esordiente Bruce Willis. Io, ad esempio, Bruce Willis non posso più vederlo scisso dal personaggio che interpretava in Moonlighting, David Addison, il detective pigro e godereccio dal cuore grande e dalle profonde passioni. 
La sigla d'apertura della serie è stata composta e cantata dal leggendario jazzista Al Jarreau, purtroppo morto di recente. Ebbe un tale successo che, per mesi, il disco rimase in cima alle classifiche di tutta America. Il tono malinconico della sigla dona profondità al telefilm, che per la maggior parte del tempo rimane ancorato sul versante della comedy.




Torniamo al solo strumentale. La sigla di Doctor Who, il cui originale è un pezzo di storia della fantascienza, ha la straordinaria capacità di suonare orribile la prima volta che la si sente, e alla terza di galvanizzare tanto lo spettatore che quello la canticchierà ovunque in saecula saeculorum. E pensare che è stata messa insieme così, un po' alla carlona, nei primi anni '60 (sì: Doctor Who è il telefilm più longevo di sempre, che io sappia).
Non parlerò della serie in sé. Un intero libro non basterebbe per farlo. Vi dico solo di recuperare le avventure del Nono e del Decimo Dottore, e gli episodi The Doctor's Wife e The Rings of Akhaten dell'Undicesimo. Poi fate voi.



E arriviamo al momento clou dell'articolo, alla regina delle sigle. Sì, perché come la sigla di True Detective (prima stagione), cantata dai The Handsome Family, non ce n'è. Io, dopo averla sentita, sono andato a recuperarmi tutta la discografia del gruppo.
Dell'effetto volto/paesaggio ormai siamo sommersi: ma all'epoca un uso tanto massiccio mi parve cosa nuova e meravigliosa. A parte questo, la sigla riesce a trasmettere in maniera perfetta il clima del telefilm, da provincia corrotta del midwest americano, quello strano amalgama di sesso e religione; e anche lo spirito dei protagonisti, che viene pian piano demolito (in particolare quello del detective Marty) dall'orrore che coscientemente scelgono di affrontare.
Da recuperare True Detective? Sì, da recuperare. La prima stagione senz'altro.



Prodotto molto meno conosciuto dei precedenti è Camelot, della STARZ. In effetti io lo scoprii un po' perché mi trovavo in astinenza da Spartacus (CHE TELEFILM, RAGAZZI), sempre della STARZ, e un po' perché sono un patito di Ciclo Arturiano, come ben sa chiunque segua questo blog. Ma di altre persone che l'avessero visto, non ne ho mai trovate.
Siamo sinceri: il telefilm non è questo gran che. Si salva giusto perché nel cast ci sono due ottimi attori, Joseph Fiennes ed Eva Green. Ma la sigla è tutt'altro affare: l'uso dei colori, delle immagini e della velocità a cui sono presentate è da manuale, e la colonna sonora aumenta il clima di epicità. L'immagine dei guerrieri che cavalcano nella nebbia, sarà un cliché, ma da allora mi è entrata dentro; e non è poco riuscire a scolpire così la mente di una persona.



Sottovalutata questa sigla, che però ha grandi meriti. La parte sonora è dannatamente catchy, e il video sembra una serie di dettagli di qualche piccola scultura finemente cesellata. Magari il telefilm fosse all'altezza! In realtà è un prodotto molto interessante, per certi versi, ma con stagioni fin troppo altalenanti. Io ho iniziato a seguirlo perché la premessa era ottima: far convivere tutte le grandi figure della pirateria in un solo mondo, sia leggendarie che storiche che narrative. Il focus della serie sarebbe dovuta essere la relazione tra il Capitano Flint e Long John Silver, di cui si parla anche nel primo romanzo classico che io (e, con me, chissà quanti altri) abbia mai letto: L'isola del tesoro di Stevenson. Alla quarta stagione però l'ho abbandonato, e in fede non saprei se consigliarvelo o meno.



Arriviamo a quella che per me è la sigla migliore tra quelle elencate qui. Penny Dreadful è un telefilm con protagonista Eva Green, come Camelot, il cui titolo gioca sul nome di una rivista - o su una tipologia di rivista - di romanzi d'appendice, come True Detective, e il cui concept è molto simile a quello di Black Sails: riunire in un solo scenario i più famosi personaggi della letteratura ottocentesca dell'orrore. Questa idea di creare universi condivisi è stata, credo, sdoganata dal fumetto La Lega degli Straordinari Gentleman di Alan Moore... Moore il cui lavoro ha influenzato anche True Detective. Non approfondisco: ve ne ho parlato solo perché volevo farvi sentire il brivido di lavorare in questo ambiente.
La sigla d'apertura di Penny Dreadful, che è poi l'argomento in oggetto, è fenomenale. Riesce a trasmettere - credo in maniera perfetta - il senso di quella particolare bellezza che si può trovare in ciò che è orrorifico, in ciò che genera terrore, in ciò che è viscido o malato. La si può chiamare bellezza sublime o bellezza perturbante. La sigla però non parla del Fascino del Male,: in Penny Dreadful siamo al di là della facile dicotomia bene/male. Qui la bellezza è ciò che illumina, è ciò che salva; i personaggi del telefilm riescono a trovarla solo nelle manifestazioni del male, ma cambia poco.
Come telefilm ve lo consiglierei? Prima di vedere il finale avrei detto di sì. Per tre stagioni Penny Dreadful aveva mantenuto un equilibrio perfetto tra mimmata e poesia, un equilibrio molto specifico che io adoravo. Ma quel finale così affrettato e sconclusionato... be', almeno non ha rovinato la sigla.




Sigla creata appositamente per il telefilm e non riciclata da qualche album, questa opening è a mio parere un capolavoro (li ripeto spesso? Be', non è un caso che queste siano le mie sigle preferite). Le immagini, il testo, la voce della cantante, ma soprattutto gli strumenti, che si aggiungono pian piano, e quando arrivi al finale ti chiedi quando hanno cominciato a sentirsi, è tutto fatto a regola d'arte.
Di The Affair ho visto solo la prima stagione, che presentava una struttura a flashback simile a quella di True Detective. Ha vinto molti premi, e capisco perché; anche se non è nella rosa dei telefilm che mi sentirei di consigliare è lo stesso un prodotto di qualità. Tra l'altro mi ha dato l'occasione di rivalutare l'attore Joshua Jackson, che finora avevamo conosciuto quasi esclusivamente per i ruoli non proprio brillanti di Pacey in Dawson's Creek e Peter in Fringe.




BoJack Horseman è una di quelle serie comedy-drama di cui si parlava prima; ma in cui sia la commedia sia il dramma sono spinti fino ai limiti massimi della decenza - e spesso più in là. Cercate in giro, su internet: non troverete una recensione che sia meno che entusiasta. Questo perché Bojack è divertente, assurdamente divertente, ma è anche spiazzante, è anche commovente. BoJack siamo tutti noi, e non possiamo che amare e odiare questo assurdo uomo-cavallo che passa la vita a soffrire e a rovinare ogni occasione che ha di essere felice o amato. Ogni stagione, poi, ha almeno un episodio che è destinato a fare storia, tanto è bello.
La sigla d'apertura trasmette questo e altro. Basta guardarla e ci troviamo catapultati nell'universo di disagio, di alienazione e di solitudine del nostro protagonista. Menzione speciale anche per la sigla di chiusura, che vi posto qui per stare in pace con la coscienza.


Ecco. Spero si sia capito che sono un fan entusiasta di BoJack. Per il resto posso solo dire QUAND'È CHE ARRIVA LA NUOVA STAGIONE?



Sigla cantata da Neil Patrick Harris, protagonista della serie e delle cui doti canore avevamo già avuto una prova in quel gioiellino di tre quarti d'ora che è il Doctor Horrible's Sing Along Blog (ideato e scritto da quel Joss Whedon di cui si parlava all'inizio dell'articolo ❤). Una opening speciale davvero, dato che è stata cambiata ogni due episodi e, più che riassumere, spoilera parte della trama di ogni episodio... il bello è che l'episodio poi si scopre tanto ricco e immaginifico che lo spoiler iniziale non rovina assolutamente nulla. Del resto, questa è una serie televisiva (be', quasi... è Netflix) che rimane legata ai libri originali, e questi libri dell'anticipazione hanno fatto un marchio di fabbrica.
Curiosità: A series of Unfortunate Events è l'ultimo telefilm che io abbia visto. Ve lo consiglio, ve lo consiglio, ve lo consiglio, ma vi consiglio di recuperare anche il film con Jim Carrey!

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Bene, e voi? Quali sono le vostre sigle preferite? Sono sicuro che ne avete un sacco in mente. Fatemelo sapere qui sotto o su Facebook. E se l'articolo vi è piaciuto, al solito, cliccate per condividerlo sui vostri social, oppure per iscrivervi al gruppo FB del blog. A presto, Veri Credenti!