venerdì 17 febbraio 2017

Meglio tre parole

Quando si scrive, una delle tante regole da tenere a mente - e scrivere è un'arte densa di regole, forse la più densa in epoca moderna - è quella che possiamo definire "della brevità". Scrivere tre parole è meglio che scriverne cinque, quando le tre parole e le cinque hanno lo stesso significato. Ma è davvero così?
Quando l'argomento è venuto fuori, in una delle lezioni di scrittura creativa, ho chiarito alla mia classe che, in quanto regola, doveva però essere usata solo come extrema ratio. Cerco di spiegarmi perché credo che, troppo spesso, il suo significato venga frainteso.

the X-TREME (ratio)
COSA SIGNIFICA 
Non so chi in origine enunciò questa regola. Sospetto che la si possa rintracciare in qualche manuale di atticismo, ma confesso che non ne ho mai letto nessuno*. Oggi comunque fa parte di quel bagaglio di massime sulla scrittura, creativa e non, che accomuna la maggior parte degli autori di professione. Il senso che se ne ricava è che uno scrittore debba essere diretto e preciso il più possibile, quando scrive; che non debba aggravare un testo col peso della propria retorica. L'idea è che, più il mezzo di espressione è complesso, più si rischia di disperdere l'informazione. Sono quindi sconsigliati, anche se non proibiti, i giri di parole, le strizzatine d'occhio e le similari, soprattutto per gli scrittori alle prime armi, che 1) rischiano continuamente di scivolare in un tipo di scrittura opaca (più parole hai a disposizione, più è facile che tu possa intervenire nella storia) e 2) ancora non hanno sviluppato un orecchio per la prosa. Naturalmente, anche per i puristi, questa regola vale al netto di tutte le altre: scrivere "Stefano era triste" piuttosto che descriverne le rimuginazioni e i corrispettivi fisiologici rispetta la regola della brevità, ma potrebbe ignorare quella dello "show, don't tell"... qui entriamo a gamba tesa in un discorso molto lungo, che sarebbe meglio affrontare in uno spazio apposito.
Forse è meglio, per analizzare la regola in dettaglio, studiarne qualche esempio. Ecco, prendiamo un piccolo testo del tipo:
Pensò, con una punta di arrendevolezza, che quando qualcuno inizia a fare qualcosa, allora dovrebbe essere tagliato per fare quella cosa. Pensò che questa era una regola generale, vale a dire valida sempre e per tutti. Pensò che questo significasse avere talento.
Un testo non pessimo (bisognerebbe valutarlo nel suo contesto per dirlo) ma comunque brutto, assolutamente passabile di potatura. Spero non ci siano dubbi su questo. Adesso proviamo ad applicare questa benedetta regola della brevità per ricavarne l'essenziale:
Dobbiamo essere tagliati per quello che facciamo, tutti quanti, pensò.
Una frase condensata di cui potremmo accontentarci. Ma siamo sicuri che non possiamo, veicolando lo stesso significato, ridurla ancora un po'?
Dobbiamo essere tutti tagliati per quello che facciamo.
Et voilà, più di così non si può fare. Voi quale delle tre versioni preferite? Un indizio: Hemingway, che scrisse questa frase ne Le Nevi del Kilimangiaro - uno dei suoi racconti più tardi, quelli che corrispondono alla perfezione della sua maturità -, non preferì la più corta.


Il punto è che, quando si scrive un testo, non è il numero di parole quello che si considera. Ogni frase ha un proprio equilibrio, o una propria armonia, che va a creare l'equilibrio del paragrafo, e poi del capitolo, e infine del romanzo stesso. A volte questo equilibrio necessita di più parole, per essere mantenuto. E parlo da un punto di vista squisitamente formale e non contenutistico. Leggere una frase breve, senza coordinate, con una scelta di vocaboli aspri, avrà un effetto ben diverso dal leggere la stessa frase - la stessa azione descritta, diciamo - ma in un periodo ricco di subordinate e di suoni dolci. Anche mettendo tra parentesi tutto questo (mi si potrebbe obiettare che anche quello, allora, è contenuto), la bellezza di una frase neutra è data dai rapporti tra le parole e i segni di punteggiatura al suo interno. Non credo davvero, in cuor mio, che uno scrittore possa ignorarlo, o anche far finta che non sia vero**.
Se poi si abdica all'idea che la letteratura sia un'arte, o almeno un'arte in potenza, della musicalità della forma uno se ne può anche sbattere le p°°°e. Per carità, liberissimo. Ma io tengo al fatto che, pur mantenendola la più possibile trasparente, la mia scrittura sia ben equilibrata, o armonica, se è più chiaro questo termine. Questo significa che, in corso di rilettura, a volte mi capita non di accorciare una frase, ma di allungarla. Di preferire una versione più lunga. Ad esempio, di allungare la coda di un periodo.
Quando dico che questa regola va usata solo come extrema ratio intendo quindi che, a parità non solo di contenuto ma anche di forma (se, cioè, la frase con cinque parole e la frase con tre parole hanno un effetto indistinguibile sul resto del testo), allora è preferibile la frase con tre parole. Naturalmente, nella prosa narrativa, spesso la forma più breve è anche la più musicale, ma questo è lungi dall'essere una regola generalizzabile, qualcosa di vero sempre. Diciamo che esiste un rapporto di sette a uno in favore della forma breve: sette volte in cui è meglio tagliare un po', dalla prima stesura, per ognuna delle volte in cui sarebbe meglio allungare. Ma prendete un testo di trecento pagine e dio-solo-sa-quante frasi: la proporzione rimane la stessa, ma il numero di frasi che peggiorerebbe se esse venissero tagliate diventa altissimo.

LA PRIMA PERSONA
Esistono comunque due casi, nel mondo della scrittura, in cui di questa regola dobbiamo dimenticarci del tutto. Sono i casi in cui la forma è il contenuto.
Consideriamo il discorso diretto - si intendano anche quei particolari momenti della terza persona (interna) in cui ci si sintonizza con la frasepensiero del personaggio-punto di vista - o anche, più semplicemente, la narrazione in prima persona. In entrambi questi casi non bisogna tenere a mente di preferire le tre parole alle cinque parole; bisogna preferire solo quello che direbbe il personaggio. Il che quasi mai soddisfa la regola della brevità (a meno che, ad esempio, il personaggio-P.d.V. non sia uno scrittore in erba). Noi non parliamo né pensiamo in maniera trasparente, e allo stesso modo non parliamo né pensiamo usando il minor numero di parole. E non possiamo sporcare il personaggio per mantenerci nei limiti imposti della nostra scrittura.
Prendiamo ad esempio, stavolta, La vita e le opinioni di Tristram Shandy, Gentiluomo di Laurence Sterne. In questo romanzo in nove volumi sembra valere la regola opposta: se si può dire qualcosa con tre parole, allora è meglio sforzarsi di dirla con cinque. Certo il Tristram Shandy è un'opera parodistica, ma rappresenta una prova importante perché è tanto più piacevole da leggere della maggior parte dei libri scritti da chi rispetta la regola della brevità! E stiamo parlando di Sterne, non di Proust: un livello che, anche se difficile, è perfettamente raggiungibile anche a chi non è stato benedetto dal fattore genio.

INSOMMA
Insomma, non sto dicendo di ignorate la regola della brevità. Anzi, consiglio di tenerla bene a mente, soprattutto se siete alle prime armi. E anche se siete scrittori navigati e vi trovate in dubbio. Ma è una regola ben lungi dall'essere vera sempre, e in generale molto mitizzata; è un suggerimento, al più. Dovremmo chiederci se quella frase non starebbe meglio con meno parole, e non partire dal presupposto che sia così e agire di conseguenza, come un rullo compressore.

_________________
*L'economia espressiva che raccomandava Calvino coincide solo in parte con la regola della brevità, ed è piuttosto una conseguenza della sua ricerca di rapidità e densità - di cui la brevità, intesa come conteggio di parole, è appena una delle sfaccettature. Lo stesso si può dire, se ricordo bene, del Leopardi dello Zibaldone. Quindi mi rassegno e risalgo fino a una frase di Guglielmo di Ockham, che in origine andava applicata al campo della filosofia naturale e che, purtroppo, col tempo ha strabordato anche in altri campi: frustra fit per plura quod potest fieri per pauciora - vanamente sarà fatto con più cose ciò che può essere fatto con meno.
**Non riesco a immaginare l'incubo di tradurre un buon testo da una lingua straniera. Fortunatamente non tengo lezioni di traduzione. Sarà per questo, credo, che in Italia si usa dire "Traduttore traditore".


(Ringrazio Book and Negative, che mi ha dato lo spunto per affrontare questo argomento. Leggendo i suoi post, non credo che il suo autore sostenga la "tesi forte" della regola, ma che istintivamente capisca quando applicarla e quando no. Del resto lui si occupa di scrittura per lavoro, e probabilmente ne sa molto più di me.)

lunedì 6 febbraio 2017

L'Italian Book Challenge

È partita da poco la seconda edizione dell'Italian Book Challenge, una sfida tra lettori a chi riesce a raggiungere la quota di 100 libri in un anno (o 35, se si sceglie la challenge di primo livello). La sfida è stata introdotta nel nostro bel paese da Serena Casini, della Libreria Volante di Lecco - che salutiamo, nel caso ci stesse seguendo.
Pur sapendo che non è tanto il numero quanto la qualità dei libri il problema, non posso fare a meno di essere contento di questa iniziativa. Noi italiani produciamo una quantità spropositata di libri (circa 66000 titoli solo l'anno scorso), ma meno della metà dei nostri compaesani legge almeno un libro all'anno. Siamo un popolo di scrittori che non leggono.
Nelle mie lezioni di scrittura creativa insisto parecchio sul fatto che, se uno decide di scrivere, prima deve aver letto moltissimo. Ma naturalmente deve leggere anche chi non ha alcuna ambizione autoriale. Bisogna leggere - bisogna! - perché è uno dei pochi metodi, nel nostro mondo occidentale, che ci resta per imparare a pensare liberamente, e a rendere più acuto il nostro pensiero. Gli altri che mi vengono in mente sono il teatro e l'ascolto di persone che ne sanno più di noi, i maestri e i professori, sia all'interno che fuori dalla scuola (ma bisogna saperli riconoscere, questi professori, così come bisogna saper riconoscere i libri buoni da quelli orribili, e per farlo serve aver sviluppato in partenza già un minimo di competenza). Fortunatamente un collega, al corso di Letteratura Italiana, obbliga i suoi studenti a leggere ventidue libri selezionati per anno scolastico.

Lo sfondo di questo blog. Un caso? Io non credo
Se siete interessati a raccogliere la challenge dei libri, questo è il sito ufficiale e questo è il gruppo Facebook della sfida. Ma anche se non decidete di aderire, ricordatevi sempre di LEGGERE, di LEGGERE e di LEGGERE, e soprattutto di PENSARE. Quindi a presto, cari lettori!

mercoledì 1 febbraio 2017

Il colloquio degli uccelli

Il remoto re degli uccelli, il Simurg, lascia cadere nel centro della Cina una piuma splendida. Gli uccelli, stanchi della loro antica anarchia, decidono di intraprenderne la ricerca. Sanno che il nome del loro re vuol dire trenta uccelli; sanno che la sua reggia è nel Kaf, la montagna circolare che circonda la terra. Si lanciano nella quasi infinita avventura; superano sette valli, o mari; il nome del penultimo è Vertigine; l'ultimo si chiama Annichilamento. Molti dei pellegrini disertano; altri periscono. Trenta, purificati dalle fatiche durate, giungono alla montagna del Simurg. La contemplano alfine: s'accorgono che essi stessi sono il Simurg, e che il Simurg è ciascuno di essi.

(Riassunto del Mantiq al-Tayr di Farin ad-din Attar)
Jorge Luis Borges, L'accostamento ad Almotasim


lunedì 16 gennaio 2017

Shakespeare, Dostoevskij e Pratchett

Alcuni articoli fa, sempre in occasione del quattrocentesimo dalla morte di Shakespeare, scrissi qualcosa riguardo alla grandezza dei suoi personaggi. Concludevo sostenendo che quella grandezza era dovuta al fatto che essi, i personaggi cioè, ci sembrassero vivi a prescindere dal loro dramma, o, meglio, nonostante il loro dramma, che spesso non era alla loro altezza. Mi chiedevo se esistessero altri casi simili nella storia della letteratura; di personaggi cioè così reali da poter prescindere dalla loro storia. No, mi pareva allora, nemmeno in Dostoevskij, il maestro della creazione di caratteri (prendevo in considerazione in particolare il caso di Raskolnikov in Delitto e Castigo). Se volete recuperare quell'articolo prima di affrontare questo, lo potete trovare qui.
Ma cosa c'entra tutto questo col post di oggi? Bene, qualche giorno fa stavo leggendo alcune riflessioni di David Foster Wallace su Dostoevskij. Foster Wallace mi assicurava che, perlomeno in Memorie dal Sottosuolo, il grande scrittore russo riuscì a creare un personaggio assolutamente vivo, per l'appunto il cosiddetto uomo del sottosuolo. Se così fosse stato, allora parte del mio vecchio articolo sarebbe stata da riscrivere.
Nota a mezza pagina. Possiedo una piccola biblioteca e, come tutti coloro che possiedono una biblioteca, sono colpevole di non averla esplorata a fondo. Tra i libri che possiedo ma che non ho letto c'è anche Memorie dal Sottosuolo. Mi sono detto che questa era una buona occasione per rimediare, e verificare se esisteva davvero qualche personaggio paragonabile per vitalismo a quelli shakespeariani.



L'uomo del sottosuolo è, effettivamente, un personaggio per molti versi simile a quelli di Shakespeare. Per capire se sia anche un personaggio reale, vivo o quale che sia la corretta definizione avrei bisogno di un po' di tempo. È infatti la prova del tempo quella che deve superare questo tipo di personaggio: allontanandomi dalla sua storia, lui mi sembrerà ancora vivo?
Posso comunque già notare che alcune caratteristiche che possiede lo accomunano fortemente ai personaggi che ho considerato vivi finora. Innanzitutto il fatto che, per un terzo del libro, lui parli con il suo pubblico in senso astratto, senza riferimenti storici cioè, in qualcosa di simile a un soliloquio shakespeariano in cui i personaggi origliano se stessi (Shakespeare spesso si rivolge al suo pubblico con una strizzatina d'occhio, proprio come fa l'uomo dal sottosuolo, che parla a un pubblico ma nega che esso esista). Lui a dire il vero non cambia né si comprende, anche se affina la propria comprensione generale di sé, e si svela piano piano.
Proprio come in Shakespeare, l'acume psicologico dell'uomo del sottosuolo è assoluto, e quando parla di sé ci sembra che parli in realtà di noi, o di parte di noi; e la sua filosofia fisica e morale, anche se ingenua e, a dire il vero, scarsamente condivisibile, ha spesso dei barlumi di verità talmente puri che per noi è impossibile ignorarla (di nuovo, esattamente come in Shakespeare).
Ancora, l'uomo dal sottosuolo è pieno di contraddizioni, proprio come i grandi personaggi shakespeariani: Amleto è tutto insieme buffone e principe, matto e saggio, guerriero e filosofo, codardo e impavido. Come tutte le persone vive, davvero vive - e vien quasi il dubbio che molti uomini reali non siano affatto vivi, ma sarebbe falso crederlo -, non sono mai questo o quello, ma tutto questo e quello e altro ancora, la somma di queste cose e la relazione che si instaura tra queste cose e le caratteristiche emergenti da questo insieme. E come autore mi chiedo se sia questo uno dei modi per creare dei personaggi vivi: lasciare che sboccino dalla propria spontanea contraddizione.

...

A essere onesti non sarebbe stato necessario che leggessi Memorie dal sottosuolo per smentire la mia affermazione che i personaggi di Shakespeare costituiscano un unicum della storia della letteratura. C'è infatti uno scrittore che si accosta prepotentemente a Shakespeare, che conosco e che amo, e che è quasi nostro contemporaneo: infatti è morto da pochi anni. Parlo dell'ingiustamente sottovalutato Terry Pratchett, l'autore della serie umoristica di Mondo Disco.


Di Pratchett avevamo già parlato in queste due occasioni. I paralleli con Shakespeare sono molti e qui elenco quelli che mi saltano subito all'occhio. In primo luogo la capacità, lo dico semplificando, di trovare sempre la parola giusta per sortire l'effetto, più che desiderato, necessario al momento. Parlando di inventiva e invenzione linguistica l'unico rivale di Shakespeare è naturalmente Joyce, ma per quanto riguarda la riuscita linguistica al Bardo di Stratford possiamo accostare solo Pratchett. In nuce questa capacità è sempre richiesta in un romanzo comico nella tradizione di Jerome K. Jerome, e quindi passa quasi inosservata... ma non c'è nessuno che abbia scritto romanzi comici più genuinamente divertenti o intelligenti di quelli di Pratchett.
In secondo luogo - e qui mi ricollego al senso dell'articolo - Pratchett è stato l'autore in grado di regalarci il personaggio più squisitamente vivo (dire tridimensionale è sminuirlo, perché in questo caso essere tridimensionale è il minore dei traguardi) dai tempi di Amleto: parlo naturalmente di Nonnina Weatherwax.

Per chi non conoscesse Nonnina Weatherwax, io non credo di poterla descrivere in maniera adeguata. Quello è un compito che va al di là delle capacità di qualunque blogger come me. Passando per Shakespeare, potrei forse dirvi di immaginare una Beatrice (Molto rumore per nulla) ottantenne ma ancora arzilla e coi poteri magici di Prospero (La Tempesta), che però sa usare - o non usare - con maggior naturalezza. Diciamo con la naturalezza di un cuoco che prepara gli agnolotti, e non sta troppo a seguire le ricette, ché si può affidare direttamente alla propria esperienza. Un cuoco con un pessimo carattere e un mattarello molto lungo.


Nonnina Weatherwax è viva e non posso dirlo in un altro modo. Sfogliate uno dei tanti romanzi di cui Pratchett l'ha fatta protagonista (come Falstaff in Shakespeare, la Nonnina è un personaggio troppo strabordante per essere contenuto in una sola storia) e, arrivati al punto in cui appare, sentirete il vostro cuore battere più forte, gli occhi muoversi a velocità maggiore sul foglio, la mente lavorare a un ritmo più elevato, e la risata farsi più profonda dentro di voi. Ma anche questo è poco. Quando ripenso a Nonnina Weatherwax non mi sembra di ripensare a un personaggio di fantasia, ma a un qualche parente che non vedo da anni.
Non so perché in Italia non esista un culto di Pratchett. Eppure siamo capaci di apprezzare Shakespeare e Dostoevskij come meritano. Forse questo avviene perché Nonnina Weatherwax è un personaggio di una serie di racconti comici, e per di più fantasy.
A voi cari lettori consiglio di recuperare Pratchett il prima possibile - in lingua originale (che è l'inglese), se potete, ancora meglio, perché le traduzioni che girano non sono molto buone. Se siete poi interessati a Nonnina Weatherwax in particolare - e fareste bene a esserlo - vi consiglio di leggere Wyrd Sisters, qui da noi Sorellanza Stregonesca, che è, oltretutto, un lungo omaggio-parodia al teatro shakespeariano (superficialmente e non: quando il Buffone riflette sul potere quasi magico che hanno le parole, è a Shakespeare che corre il pensiero).

Borges scrisse che persino in Inghilterra il culto di Shakespeare non nacque in maniera spontanea. Esso, per diventare quello che è oggi, occupò il tempo di qualche generazione, e anzi passò come prima tappa dalla Germania. I suoi contemporanei lo amavano ma riconoscevano i suoi limiti - e qui il pensiero corre a Ben Jonson, vecchio amico di Shakespeare e uno dei suoi primi critici agguerriti. Forse per Pratchett sarà lo stesso, e quando noi suoi contemporanei avremo smesso di esistere, allora il suo nome entrerà definitivamente e a pieno titolo tra quello degli scrittori che hanno fatto la storia del canone occidentale... dove è il suo posto.

lunedì 2 gennaio 2017

Così vasto e intenso

William Butler Yeats, Premio Nobel per la Letteratura nel 1923, è stato un noto occultista, un altrettanto noto studioso e forse il poeta più dotato del suo tempo - sicuramente il più dotato d'Irlanda. Nel suo libro Il Crepuscolo Celtico compila un ampio catalogo di storie fatate. In appendice, nell'edizione in mio possesso, viene inclusa una recensione di Beside the Fire del Dottor Hyde, un tempo parte integrante della raccolta, in cui Yeats discute da un punto di vista generale riguardo i racconti di fate. I racconti di fate, inutile dirlo, oggi sono ascritti al genere della Fantasy. Di seguito lascio la parola a Yeats (questo articolo fa parte della serie Ma gli italiani sognano pecore realiste? in difesa della Fantasy):
Ecco finalmente un universo in cui tutto è così vasto e intenso da poter soddisfare le emozioni dell'uomo. Certamente storie simili non sono un'analisi critica della vita, ne sono piuttosto un arricchimento, perciò hanno una più stretta affinità con Omero di quell'ultima recente e invero ammirevole fase del libro "che ti migliora", un dramma sociale di Henrik Ibsen. Essi vivono un'esperienza vera, non mentale, e fanno apparire il nostro mondo di tavoli da tè una ben misera penombra.

Yeats conclude il ragionamento con delle parole che forse erano vere ai suoi tempi, ma che lette oggi, in Italia, in un clima avverso al fantastico, sembrano solo tragiche speranze di qualche lettore o di qualche scrittore che non ne può più dell'offerta libraria nostrana.
[...] Ci siamo stancati di accordare i nostri violini allo sferragliare delle nostre pesanti catene, e le deponiamo felici per ascoltare chi ci racconta di uomini antichi centinaia d'anni e in una gioia senza fine.
Che è esattamente il pensiero che avevo in mente mentre scrivevo Galvano. Speriamo che qualche editore sia dello stesso avviso!
...

Qui di seguito c'è il video con The song of Wandering Aengus di Yeats letta dal bravissimo Michael Gambon. Ve la lascio come regalo per queste feste. Buon anno a tutti, Veri Credenti!


venerdì 23 dicembre 2016

Vivere (d)i libri: X-Mas List




In occasione del Natale ecco un appuntamento speciale con Vivere (d)i libri. Questa volta non parlerò dei libri che ho letto o di quelli che sto leggendo, ma di quelli che prima o poi vorrei leggere. Anzi, se tra voi c'è qualcuno che vuole farmi un regalo... ♥
Attenzione, però! Questi non sono libri che si trovano su Amazon. Sono libri molto particolari. In che senso? Be', scopriamolo subito!

PRIMO REGALO: UN LIBRO DI POESIE DI DANTE GABRIEL ROSSETTI (TRADOTTO) CHE COSTI MENO DI VENTI EURO
Sono anni che lo cerco. Sono riuscito a mettere le mani solo su raccolte minori compilate da persone prive di criterio (e di gusto). Allora mi chiedo se sia così assurdo sperare che prima o poi qualche Casa Editrice decida di pubblicare in economica e in italiano le opere di Dante Gabriel Rossetti.
Rossetti fu un poeta e pittore inglese di origini italiane. C'è chi ha detto di lui che fosse un pittore troppo buono per essere un grande poeta, e un poeta troppo buono per essere un grande pittore. Cosa che è, anche se simpatica, doppiamente sbagliata. Rossetti fu un gigante in tutto ciò che fece. Tra le altre cose, fu uno dei fondatori del movimento preraffaellita. Suo padre è stato un meritorio divulgatore delle opere dell'Alighieri in Inghilterra, e sua sorella Christina, anche lei poetessa, scrisse quella poesia deliziosa che è Il Mercato dei Goblin.
Perché ci piace? Le poesie di Dante Gabriel Rossetti sono le più musicali che io abbia mai letto in lingua inglese. Me ne sono innamorato fin dal primo momento. Sono inoltre poesie molto visive, probabilmente a causa o in virtù del suo lavoro di pittore. Purtroppo le raccolte italiane di poesie - non i cataloghi di quadri, di quelli ce ne sono a bizzeffe - di Rossetti che ho trovato partono da un costo minimo di quaranta euro e arrivano a un costo massimo superiore ai cento. Bene, io mi sono abituato a leggere Rossetti in inglese - la poesia va sempre letta in lingua originale (guai a non farlo!), ma trovo utile appoggiarsi anche a una solida traduzione. E poi accidenti, divulghiamo un po' di preraffaellismo anche qui da noi!

SECONDO REGALO: LA RACCOLTA COMPLETA DELLE CONFERENZE DI C.S. LEWIS
Non è un mistero che Lewis, l'autore de Le Cronache di Narnia, sia, quando si parla di libri per bambini, uno dei miei punti di riferimento. Io sono ateo ma spesso, leggendo questo o quel passo, Lewis mi ha quasi convinto a convertirmi. Ecco: vorrei poter leggere tutte le sue conferenze sull'argomento del cristianesimo, e tutte le sue opere di teologia. Devono essere bellissime e commoventi, a giudicare da quel poco che ho già letto. Ma dove le trovo in italiano?
Credo nel cristianesimo così come credo che il sole sia sorto: non solo perché lo vedo, ma perché attraverso esso posso vedere tutte le altre cose [cit. Lewis, La teologia è poesia?]. 
TERZO REGALO: LA RACCOLTA COMPLETA DEL CEREBUS DI DAVE SIM
Cerebus l'Oritteropo è un fumetto indipendente di Dave Sim. Consta di trecento albi raccolti in sedici volumi, di cui solo due editi in Italia (Alta Società e Chiesa & Stato vol. 1). Nonostante non sia d'accordo con Sim su moltissimi argomenti (ad esempio, la sua strabordante misoginia), devo riconoscere che Cerebus è uno dei massimi prodotti dell'arte del fumetto. Affronta con arguzia, acume e spettacolarità argomenti come la politica, la religione e il destino individuale. Senza considerare il tipo di narrazione e di disegno, spesso sperimentale, spesso al limite del medium. Qualcosa, insomma, da paragonare a un Moore, a un Gaiman o a un Morrison. E davvero vi chiedete perché lo voglio?
La Casa Editrice che aveva iniziato a stampare Cerebus in Italia è fallita, e sembra che da allora nessuno abbia rilevato i diritti di pubblicazione. Io ho letto quasi tutto Cerebus in inglese e in formato elettronico, ma, se dovessero tornare a pubblicarlo cartaceo nel nostro Paese, state pur certi che mi dissanguerei per averlo. E come me tantissimi lettori. Hai sentito, Bao Publishing? 😁

QUARTO REGALO: LE VITE DEI PIÙ INSIGNI POETI INGLESI (DI SAMUEL JOHNSON) E LA VITA DI SAMUEL JOHNSON (DI BOSWELL)
Samuel Johnson, il Dottor Johnson, è stato uno dei critici e letterati più importanti della storia inglese - sicuramente il più importante della sua epoca. Le sue Vite dei poeti sono una raccolta di brevi biografie e saggi sui maggiori letterati di lingua inglese, ed elevano la critica d'arte a opera d'arte in senso proprio. Ahimé, Johnson, un po' come il vecchio De Quincey, anche se considerato uno degli uomini più dotti del suo tempo, oggi è relativamente sconosciuto in Italia. Tant'è che io le Vite di Johnson non son mai riuscito a trovarle.
Secondo comma. Boswell era un caro amico di Johnson, per intenderci il Sancho Panza per quel Don Chisciotte che era Johnson, e ne scrisse una voluminosa biografia. In effetti credo sia la biografia più famosa che sia mai stata scritta, e, a sentire l'opinione comune, una di quelle opere d'arte che sfiorano la perfezione dell'archetipo. Anche questa, naturalmente, qui è introvabile - ma Dio sa se vorrei leggerla! Anzi, se ne avete una vecchissima copia (credo ne esista un'edizione italiana antidiluviana, ma a cercare conferma su internet non trovo nulla), contattatemi immediatamente. Ci possiamo mettere d'accordo sul prezzo *occhiolino occhiolino*.

QUINTO REGALO: THE MOON AND SERPENT BUMPER BOOK OF MAGIC
E a proposito di Moore (Alan e Steve, addirittura), quand'è che finalmente uscirà il loro annunciato grimorio di magia? Sono appassionato di fumetti e di occultismo: quindi per me questo è una specie di Santo Graal. E se in Promethea Alan Moore era riuscito a dare così tanto, al mondo della magia, fremo al pensiero di quello che riuscirà a fare con questo libro. Se esce prima del prossimo secolo, beninteso. Voglio dire, Steve Moore nel mentre ha fatto in tempo a trapassare...!








Eccoci alla fine, Veri Credenti. Con questo post vi saluto per un po' - almeno fino al prossimo anno, e poi vedremo. Comunque abbandono l'abitudine di pubblicare un articolo ogni lunedì: scriverò ancora per il blog, certo, ma quando capita, quando mi prende l'ispirazione - l'entusiasmo, anzi, cioè quando il Dio della scrittura entra in me, si guarda un po' attorno e chiede all'agente immobiliare di mostrargli un'altra proprietà. Questa non gli piace.
Voi però non dimenticatevi di mettere "mi piace" alla pagina Facebook del blog e di condividere questo o altri articoli che vi interessano sui vostri social preferiti. A presto con Psicologia e Scrittura, e passate delle Buone Feste!

lunedì 19 dicembre 2016

La teoria dello Shakespeare bicamerale


Come promesso settimana scorsa si torna a parlare di Westworld, la fortunata serie della HBO che ha spaccato in due il pubblico, ma che personalmente ho apprezzato molto - più, lo ammetto, per quello che suggerisce che per quello che dice. In questo articolo rispondevo a tutti coloro che accusavano lo show di essere troppo irrealistico, perché pieno di personaggi antisociali; ovvero a chi tacciava l'idea di un West World di immoralità. Oggi voglio affrontare un discorso diverso, di quelli che mi hanno fatto dire che Westworld è un telefilm psicologico-filosofico: l'onnipresenza ideale di William Shakespeare.

SHAKESPEARE E IL VECCHIO WEST
Westworld è ricco di citazioni tratte da drammi shakespeariani. Questo lo si nota in particolare nei primi episodi. Le citazioni emergono generalmente a segnalare i momenti di svolta del processo attraverso cui gli androidi raggiungono l'autocoscienza, o perlomeno la consapevolezza di loro stessi. Il primo personaggio che cita Shakespeare è Peter Abernathy, padre della protagonista Dolores. Cita in particolare La Tempesta ("L'inferno è vuoto, e tutti i diavoli sono qui!") e il Re Lear ("Farò cose tali - quali saranno non so ancora, ma saranno il terrore della terra"). Queste citazioni hanno in sé qualcosa di terribile, perché sembrano svelare sia l'orrore di Abernathy nei confronti della propria condizione sia la rabbia che prova verso i suoi creatori. I programmatori liquidano la cosa come se fosse un glitch: Abernathy ricorda un vecchio personaggio che aveva interpretato, un professore in una linea narrativa horror che sembra omaggiare l'Hannibal di Anthony Hopkins (che in Westworld interpreta il direttore e ideatore del parco, Robert Ford).
Aperta parentesi. Non c'era bisogno di tirare in ballo un professore, per spiegare il fatto che Abernathy conoscesse Shakespeare. Riporto una citazione in merito - chi volesse leggere l'articolo completo, lo trova qui. In breve, Shakespeare era conosciuto in lungo e in largo nel west; anzi, forse dopo la Bibbia quella shakespeariana era l'opera più conosciuta in assoluto.
What these portentous allusions don’t seem to register, however, is the actual role that Shakespeare played in the American West. Far from missing his cues, the robot homesteader who hisses Ariel’s line could have been any number of settlers who performed Shakespeare from Missouri to San Francisco on the 19th Century frontier, where gold-miners queued up to land a plum part in favorites like the bloodthirsty Macbeth or Richard III. Traveling through America in the 1830s, Alexis de Tocqueville observed: “There is hardly a pioneer’s hut that does not contain a few odd volumes of Shakespeare. I remember that I read the feudal drama of Henry V for the first time in a log cabin.” An army scout in Wyoming traded a yoke of oxen for an edition of Shakespeare; mines named Cordelia, Ophelia, and Desdemona dotted the Colorado mountains. 

L'ultima citazione shakespeariana, e la più altisonante, è tratta dal Romeo e Giulietta. "Questi violenti piaceri hanno violente conclusioni", dice Abernathy (e poi Dolores, e Maeve, e molti altri). Ancora una volta, quello a cui sembrano riferirsi i personaggi di Westworld è qualcosa di terribile. I "violenti piaceri" sono quelli che i visitatori si concedono all'interno del parco e a spese dei robot: lo stupro, il furto, l'assassinio. La "violenta conclusione" sembra riferirsi al massacro del film originale, che forse sarà il punto d'arrivo di tutta la serie. La citazione è però leggermente inesatta: è una battuta di Frate Lorenzo a Romeo, e "violento" qui non va inteso nel senso di "sanguinario", ma nel senso di "improvviso", "impetuoso". Frate Lorenzo cerca di mettere in guardia Romeo dall'amore improvviso per Giulietta. Certo, sapendo come il dramma finisce, questo ammonimento assume un altro tono, molto più fosco.

LA TEORIA DELLA MENTE BICAMERALE
Torneremo subito a parlare di Shakespeare, ma adesso preparatevi a una piccola digressione. Nel 1976 lo psicologo statunitense Julian Jaynes pubblicò il rivoluzionario saggio Il crollo della mente bicamerale e l'origine della coscienza. Il libro, che credo si possa ancora trovare in libreria o negli store online, è molto bello e vi consiglio di leggerlo. Qui faremo un breve riassunto della teoria in questione.
Jaynes afferma che, fino al 1000 a.C., gli esseri umani non possedevano una mente cosciente. Possedevano invece un surrogato di coscienza, una o più voci che parlavano loro incessantemente, spesso mimando un'autorità, e che li guidavano nella vita di tutti i giorni. L'origine delle voci si trova nelle zone cerebrali dell'emisfero destro preposte al linguaggio, in particolare l'Area di Wernicke (perlomeno nei destrimani, la cui lateralizzazione emisferica è in genere associata al predominio delle aree linguistiche sinistre). Gli esseri umani interpretavano tali voci come le voci degli dèi, anche se all'inizio erano poco più sofisticate di un istinto verbalizzato. Jaynes offre, a sostegno di questa ipotesi, tra le tante prove anche un'interessante disamina dell'Iliade: sembra che nel testo originale non si faccia mai uso di parole appartenenti al lessico psicologico (riguardo i sentimenti, ad esempio). Sembra inoltre che le intromissioni del numinoso siano molto simili alle esperienze di pazienti che oggidì soffrono di allucinazioni uditive e visive. Gli eroi seguirebbero quindi le decisioni che arrivano loro dall'emisfero destro: una divisione tra emisfero decisionale ed emisfero esecutivo che ricorda un parlamento a struttura bicamerale.
La marcata divisione emisferica che darebbe origine alla mente bicamerale è scomparsa dal nostro retaggio, sia per motivi storici (la narrazione, non per parlare sempre delle stesse cose, è un dialogo che intratteniamo con noi stessi, e che rende superfluo un terzo interlocutore), ed evolutivi (una mutazione delle nostre strutture cerebrali), lasciandoci la speranza che là fuori ci sia qualcuno che si preoccupa per noi, le forme base della nostra società e i profeti. Al suo posto l'essere umano ha sviluppato una coscienza vera e propria, individuale e interna. L'Odissea invece, molto più tarda dell'Iliade, è ricca di lessico psicologico in senso proprio.


WESTWORLD BICAMERALE
Arnold e Ford sono i due ingegneri-filosofi che hanno costruito il parco divertimenti di West World. Ford desiderava solo creare un mondo dove inscenare le proprie fantasie solipsistiche, ma Arnold intendeva ricreare il miracolo della coscienza umana. E, per farlo, si è affidato alla Teoria della Mente Bicamerale di Jaynes.
Nella versione beta del parco i robot sentivano in continuazione la sua voce dentro le proprie teste, come quella degli dèi dell'Iliade, che li guidava nelle loro azioni. Questo esperimento in larga parte fallì: i robot rimanevano paralizzati dalle informazioni in entrata e non riuscivano a capire da dove venissero. Entravano in uno stato catatonico. Ford allora sostituì questo metodo con uno più pratico, un dettagliatissimo programma installato nel robot. Ma, esattamente, cos'è che Arnold voleva, e come si aspettava che la sua voce diventasse coscienza nelle macchine?
Credo che quello che Arnold voleva fosse che i robot dialogassero con lui. Che la loro fosse una coscienza nata dialetticamente e stuzzicata da input preprogrammati. Un po' come un bambino che interiorizza la voce dei genitori (o un paziente che interiorizza la voce dello psicoterapeuta), sperava che un giorno i suoi robot potessero fare a meno della sua presenza. Sperava che riuscissero ad ascoltare se stessi: sperava che fossero liberi e coscienti di se stessi.

AMLETO CHE ORIGLIA SE STESSO
In questo articolo avevo cercato di dare una spiegazione della natura inafferrabile dei personaggi shakespeariani, tanto veri da strabordare dai loro drammi. Harold Bloom ha una teoria che unisce psicodinamica e dramma shakespeariano: che i personaggi di Shakespeare origlino se stessi - cioè, banalmente, si ascoltino durante i propri soliloqui - e attraverso questo origliare, questo riconoscersi e questo comprendersi, cambino se stessi. Come dicevo nell'articolo, l'unico modo in cui i personaggi di Shakespeare cambiano sembra essere attraverso l'ascolto delle proprie parole.
Io penso che sia questo quello che Arnold intendeva. Una coscienza nata dialetticamente. Voleva che i suoi robot parlassero a se stessi più che a lui, che la sua voce fosse solo un pretesto, e così cambiassero liberamente, senza interferenze. Lo dimostra il fatto che
Dolores, l'unico robot che riesca a svegliarsi completamente, quando alla fine visualizza la fonte delle voci che sente dentro la testa, scopre che non si tratta di Arnold ma di se stessa.

C'è adesso da chiedersi se sia questo il segreto della grandezza dei personaggi di Shakespeare. Origliando prima la voce del drammaturgo che parla per loro, poi la propria stessa voce, è così che hanno raggiunto una forma di coscienza all'interno della coscienza di Shakespeare? Può darsi sia, perlomeno, uno dei motivi. Ma ecco qui: ora sembrano più vivi del loro creatore.


IL TELEFILM
Io capisco le persone a cui Westworld non è piaciuto. Spesso è lento, a volte sembra poco pensato, ed è sicuramente molto confuso. Si ha anche la spiacevole sensazione che tralasci molti buoni spunti. Al contrario io credo che sia proprio questo il segreto di Westworld: l'ellissi. La deliberata mancanza di un lavoro dettagliato di approfondimento, sia riguardo il mondo al di fuori del parco sia riguardo le implicazioni del risveglio della coscienza nei robot. Un'ellissi che mi permette di proiettare, pur dentro le solide strutture del telefilm, interpretazioni personali. Come quella di cui ho parlato qui sopra. Ma è stato Westworld a mettermela in bocca, e solo guardandolo l'ho potuta pensare.
Quindi, non c'è da dirlo, io aspetto trepidante la seconda stagione!