venerdì 17 marzo 2017

Le dieci sigle più belle della storia dei telefilm

Si è parlato tanto di telefilm, negli ultimi anni, come della nuova frontiera della letteratura, sia d'intrattenimento che colta. Tralasciando l'ormai tragica confusione di medium, che è una delle grandi malattie della critica popolare, capisco e condivido il sentimento di questa affermazione perché io stesso sono un grande consumatore di serie televisive. Ho quindi deciso di ritagliarmi questo articolo per scriverne un po'.


Di telefilm, si diceva, parlano in tanti - ma poco spazio, almeno per quello che ho potuto constatare, è stato dedicato a quella nuova forma d'arte senza la quale i nostri pomeriggi su Netflix non sarebbero più gli stessi: l'arte di comporre, di questi telefilm, le sigle d'apertura. Non voglio colmare questo vuoto - non ne sarei capace -, ma così, per sfizio, mi è venuta l'idea di raccontarvi quali sono le mie sigle preferite.
Le sigle sono elencate non in ordine di bellezza (non sono capace di fare queste classifiche), ma in ordine cronologico: cioè, a seconda di quando ho visto per la prima volta il telefilm. Pronti? Pronti.


ECCE CLASSIFICA 

1. Buffy l'Ammazzavampiri



Sono passati vent'anni dalla prima stagione di Buffy l'Ammazzavampiri, che era, è e sarà per sempre il mio telefilm preferito. Vent'anni da quando un gruppo di artisti, capitanati dall'oramai leggendario Joss Whedon, con abbastanza spiccioli da riempirci un portauovo e tanta voglia di sovvertire i cliché del genere hanno messo in piedi un capolavoro. Per capirlo basti guardare la sigla d'apertura: parte maestosa, con un motivo da film horror classico, e poi via, il rock, quello che non ti aspetti. Praticamente un manifesto. 
Potrei stare qui per ore a parlare di Buffy, Dio mio è testimone, ma stavolta siete salvi. Solo una cosa vi dico: recuperatela recuperatela e recuperatela. Non si parlerà mai abbastanza bene delle stagioni di Buffy dalla seconda alla quinta, e mai abbastanza bene di una manciata di episodi della sesta e della settima. Per esempio (e di esempi ve ne potrei fare a bizzeffe) Il corpo, un episodio autoconclusivo della quinta stagione, rimane a mio parere l'esempio più alto di ciò che si può ottenere in cinquanta minuti. Un episodio talmente bello e angosciante che quasi nessuno riesce a vederlo più di una volta, pur conservandone un ricordo eccezionale. 



Moonlghting è uno di quei telefilm di cui tragicamente si parla poco. Eppure è di qualità più elevata di molti dei suoi colleghi moderni (Moonlighting è andato in onda nella seconda metà degli anni '80). Aveva una scrittura fantastica, avanti di anni rispetto ai suoi contemporanei; era fresco, brillante, ricco di humour e di azione, ma sapeva perdersi nel puro dramma. In effetti credo sia uno dei primi esempi - se non il primo - di comedy-drama della storia dei telefilm, un genere che, con Ally McBeal e Sex and the City, ha mietuto centinaia di successi. Gli attori erano splendidi: una straordinaria Cybil Shepherd e un allora esordiente Bruce Willis. Io, ad esempio, Bruce Willis non posso più vederlo scisso dal personaggio che interpretava in Moonlighting, David Addison, il detective pigro e godereccio dal cuore grande e dalle profonde passioni. 
La sigla d'apertura della serie è stata composta e cantata dal leggendario jazzista Al Jarreau, purtroppo morto di recente. Ebbe un tale successo che, per mesi, il disco rimase in cima alle classifiche di tutta America. Il tono malinconico della sigla dona profondità al telefilm, che per la maggior parte del tempo rimane ancorato sul versante della comedy.




Torniamo al solo strumentale. La sigla di Doctor Who, il cui originale è un pezzo di storia della fantascienza, ha la straordinaria capacità di suonare orribile la prima volta che la si sente, e alla terza di galvanizzare tanto lo spettatore che quello la canticchierà ovunque in saecula saeculorum. E pensare che è stata messa insieme così, un po' alla carlona, nei primi anni '60 (sì: Doctor Who è il telefilm più longevo di sempre, che io sappia).
Non parlerò della serie in sé. Un intero libro non basterebbe per farlo. Vi dico solo di recuperare le avventure del Nono e del Decimo Dottore, e gli episodi The Doctor's Wife e The Rings of Akhaten dell'Undicesimo. Poi fate voi.



E arriviamo al momento clou dell'articolo, alla regina delle sigle. Sì, perché come la sigla di True Detective (prima stagione), cantata dai The Handsome Family, non ce n'è. Io, dopo averla sentita, sono andato a recuperarmi tutta la discografia del gruppo.
Dell'effetto volto/paesaggio ormai siamo sommersi: ma all'epoca un uso tanto massiccio mi parve cosa nuova e meravigliosa. A parte questo, la sigla riesce a trasmettere in maniera perfetta il clima del telefilm, da provincia corrotta del midwest americano, quello strano amalgama di sesso e religione; e anche lo spirito dei protagonisti, che viene pian piano demolito (in particolare quello del detective Marty) dall'orrore che coscientemente scelgono di affrontare.
Da recuperare True Detective? Sì, da recuperare. La prima stagione senz'altro.



Prodotto molto meno conosciuto dei precedenti è Camelot, della STARZ. In effetti io lo scoprii un po' perché mi trovavo in astinenza da Spartacus (CHE TELEFILM, RAGAZZI), sempre della STARZ, e un po' perché sono un patito di Ciclo Arturiano, come ben sa chiunque segua questo blog. Ma di altre persone che l'avessero visto, non ne ho mai trovate.
Siamo sinceri: il telefilm non è questo gran che. Si salva giusto perché nel cast ci sono due ottimi attori, Joseph Fiennes ed Eva Green. Ma la sigla è tutt'altro affare: l'uso dei colori, delle immagini e della velocità a cui sono presentate è da manuale, e la colonna sonora aumenta il clima di epicità. L'immagine dei guerrieri che cavalcano nella nebbia, sarà un cliché, ma da allora mi è entrata dentro; e non è poco riuscire a scolpire così la mente di una persona.



Sottovalutata questa sigla, che però ha grandi meriti. La parte sonora è dannatamente catchy, e il video sembra una serie di dettagli di qualche piccola scultura finemente cesellata. Magari il telefilm fosse all'altezza! In realtà è un prodotto molto interessante, per certi versi, ma con stagioni fin troppo altalenanti. Io ho iniziato a seguirlo perché la premessa era ottima: far convivere tutte le grandi figure della pirateria in un solo mondo, sia leggendarie che storiche che narrative. Il focus della serie sarebbe dovuta essere la relazione tra il Capitano Flint e Long John Silver, di cui si parla anche nel primo romanzo classico che io (e, con me, chissà quanti altri) abbia mai letto: L'isola del tesoro di Stevenson. Alla quarta stagione però l'ho abbandonato, e in fede non saprei se consigliarvelo o meno.



Arriviamo a quella che per me è la sigla migliore tra quelle elencate qui. Penny Dreadful è un telefilm con protagonista Eva Green, come Camelot, il cui titolo gioca sul nome di una rivista - o su una tipologia di rivista - di romanzi d'appendice, come True Detective, e il cui concept è molto simile a quello di Black Sails: riunire in un solo scenario i più famosi personaggi della letteratura ottocentesca dell'orrore. Questa idea di creare universi condivisi è stata, credo, sdoganata dal fumetto La Lega degli Straordinari Gentleman di Alan Moore... Moore il cui lavoro ha influenzato anche True Detective. Non approfondisco: ve ne ho parlato solo perché volevo farvi sentire il brivido di lavorare in questo ambiente.
La sigla d'apertura di Penny Dreadful, che è poi l'argomento in oggetto, è fenomenale. Riesce a trasmettere - credo in maniera perfetta - il senso di quella particolare bellezza che si può trovare in ciò che è orrorifico, in ciò che genera terrore, in ciò che è viscido o malato. La si può chiamare bellezza sublime o bellezza perturbante. La sigla però non parla del Fascino del Male,: in Penny Dreadful siamo al di là della facile dicotomia bene/male. Qui la bellezza è ciò che illumina, è ciò che salva; i personaggi del telefilm riescono a trovarla solo nelle manifestazioni del male, ma cambia poco.
Come telefilm ve lo consiglierei? Prima di vedere il finale avrei detto di sì. Per tre stagioni Penny Dreadful aveva mantenuto un equilibrio perfetto tra mimmata e poesia, un equilibrio molto specifico che io adoravo. Ma quel finale così affrettato e sconclusionato... be', almeno non ha rovinato la sigla.




Sigla creata appositamente per il telefilm e non riciclata da qualche album, questa opening è a mio parere un capolavoro (li ripeto spesso? Be', non è un caso che queste siano le mie sigle preferite). Le immagini, il testo, la voce della cantante, ma soprattutto gli strumenti, che si aggiungono pian piano, e quando arrivi al finale ti chiedi quando hanno cominciato a sentirsi, è tutto fatto a regola d'arte.
Di The Affair ho visto solo la prima stagione, che presentava una struttura a flashback simile a quella di True Detective. Ha vinto molti premi, e capisco perché; anche se non è nella rosa dei telefilm che mi sentirei di consigliare è lo stesso un prodotto di qualità. Tra l'altro mi ha dato l'occasione di rivalutare l'attore Joshua Jackson, che finora avevamo conosciuto quasi esclusivamente per i ruoli non proprio brillanti di Pacey in Dawson's Creek e Peter in Fringe.




BoJack Horseman è una di quelle serie comedy-drama di cui si parlava prima; ma in cui sia la commedia sia il dramma sono spinti fino ai limiti massimi della decenza - e spesso più in là. Cercate in giro, su internet: non troverete una recensione che sia meno che entusiasta. Questo perché Bojack è divertente, assurdamente divertente, ma è anche spiazzante, è anche commovente. BoJack siamo tutti noi, e non possiamo che amare e odiare questo assurdo uomo-cavallo che passa la vita a soffrire e a rovinare ogni occasione che ha di essere felice o amato. Ogni stagione, poi, ha almeno un episodio che è destinato a fare storia, tanto è bello.
La sigla d'apertura trasmette questo e altro. Basta guardarla e ci troviamo catapultati nell'universo di disagio, di alienazione e di solitudine del nostro protagonista. Menzione speciale anche per la sigla di chiusura, che vi posto qui per stare in pace con la coscienza.


Ecco. Spero si sia capito che sono un fan entusiasta di BoJack. Per il resto posso solo dire QUAND'È CHE ARRIVA LA NUOVA STAGIONE?



Sigla cantata da Neil Patrick Harris, protagonista della serie e delle cui doti canore avevamo già avuto una prova in quel gioiellino di tre quarti d'ora che è il Doctor Horrible's Sing Along Blog (ideato e scritto da quel Joss Whedon di cui si parlava all'inizio dell'articolo ❤). Una opening speciale davvero, dato che è stata cambiata ogni due episodi e, più che riassumere, spoilera parte della trama di ogni episodio... il bello è che l'episodio poi si scopre tanto ricco e immaginifico che lo spoiler iniziale non rovina assolutamente nulla. Del resto, questa è una serie televisiva (be', quasi... è Netflix) che rimane legata ai libri originali, e questi libri dell'anticipazione hanno fatto un marchio di fabbrica.
Curiosità: A series of Unfortunate Events è l'ultimo telefilm che io abbia visto. Ve lo consiglio, ve lo consiglio, ve lo consiglio, ma vi consiglio di recuperare anche il film con Jim Carrey!

...

Bene, e voi? Quali sono le vostre sigle preferite? Sono sicuro che ne avete un sacco in mente. Fatemelo sapere qui sotto o su Facebook. E se l'articolo vi è piaciuto, al solito, cliccate per condividerlo sui vostri social, oppure per iscrivervi al gruppo FB del blog. A presto, Veri Credenti!

sabato 4 marzo 2017

Gli inganni di Locke Lamora, L'Ultimo Elfo, L'Ombra del Torturatore

Vivere (d)i libri è, credo, la più vecchia rubrica di questo blog, e quella che, in coscienza, non chiuderò mai. Questo perché leggo molto, e prima o poi di dire qualcosa sui libri che leggo mi viene voglia.
Gli ultimi due appuntamenti con Vivere (d)i libri sono stati articoli tematici: fumetti e libri che vorrei vedere pubblicati in Italia. Anche questo articolo sarà tematico, e riguarderà la nostra vecchia amica, la mia prima passione, la letteratura Fantasy.

GLI INGANNI DI LOCKE LAMORA
di Scott Lynch
Non so perché finora avessi evitato Gli Inganni di Locke Lamora. Il titolo mi incuriosiva e anche la trama, ma per qualche motivo lo associavo alla saga di Bartimeus di Jonathan Stroud che, odiatemi, non mi ha mandato fuori di testa. Bellissima l'idea iniziale, ma stile anonimo e svolgimento classico e noiosetto (parlo del primo libro: più in là non sono andato).
Invece Locke Lamora non è Bartimeus. Non è neanche, credo, un libro propriamente per ragazzi, vista la quantità di passaggi altamente diseducativi che offre al lettore. Ma è un libro molto ben scritto, denso di avvenimenti, con personaggi interessanti e una trama che cattura dalla prima pagina. Poi magari sono io, ma quello delle truffe è uno di quei temi (gli altri sono i viaggi nel tempo, i supereroi e il ciclo bretone) che, dove metti li metti, hai già fatto metà dell'opera nel farmi aprire il portafoglio.
Brevemente la sinossi: Locke Lamora è un ragazzo molto dotato nelle arti del raggiro e del ladrocinio. Vive nella città di Camorr, una specie di Venezia fantasy, e insieme alla sua banda, i "Bastardi Galantuomini", si ritrova immischiato in certe faccende da cui avrebbe fatto meglio a star lontano - anzi lontanissimo. Di più non dico, perché altrimenti dov'è la sorpresa, che è il cuore della letteratura delle truffe?
Libro consigliato, anzi -issimo! Non un capolavoro, certo, ma un gran bel libro. Tra l'altro, mi dicono che sia un Fantasy cappa-e-spada, un genere che io ho frequentato poco. Si rimedierà!

L'ULTIMO ELFO
di Silvana De Mari
Avevamo già parlato della De Mari qui, e in toni non troppo lusinghieri, a proposito delle sue ultime fatiche letterarie. Non abbiamo invece parlato di lei personaggio pubblico, e cioè moderno alfiere dell'odio omofobico. Oggi comunque voglio dimenticare le sue posizioni più radicali e parlare di lei com'era una decina d'anni fa. Di quello che riuscì a fare. E quello che riuscì a fare è questo: un libro meraviglioso. Un libro che ho riletto in questi giorni, e che mi sono goduto dalla prima all'ultima pagina.
Spesso, quando si tira in ballo il Fantasy italiano contemporaneo, il primo nome che ci viene in mente è Francesco Dimitri o Valerio Evangelisti. Parlo del Fantasy di qualità; altrimenti, certo, il primo nome che verrebbe in mente sarebbe Licia Troisi. Fino a qualche anno fa invece era la De Mari la miglior scrittrice Fantasy d'Italia, e L'Ultimo Elfo ne è la prova.
Anche qui, una breve sinossi. Yorsh è un bambino elfo orfano di madre, di padre e in generale di tutta la famiglia. Questo perché gli umani hanno provveduto a sterminare la sua razza. Ma Yorsh, sperduto nel vasto mondo, incontra una coppia di uomini che decide di andare oltre le apparenze e gli stereotipi di razza e di adottarlo. Il cammino di Yorsh lo condurrà attraverso la Contea di Daligar, governata dall'incarnazione stessa del male - il Giudice Amministratore - e a incontrare Erbrow, l'ultimo dei draghi.
L'Ultimo Elfo è uno di quei libri perfetti. La De Mari lascia l'High Fantasy per i capitoli successivi di questa saga (il primo dei quali si intitola L'Ultimo Orco, ed è un altro romanzo bellissimo); questo libro invece è ancora una favola, una favola cruda e piena di meraviglia, qualcosa con una morale solida e ben argomentata. La De Mari scrive un Fantasy per parlarci del nostro mondo, ma quando lo fa non è per niente pedante. Anzi. Noi ci meravigliamo insieme ai suoi personaggi, ridiamo con loro, li amiamo, e soprattutto ci indigniamo con loro di fronte alle ingiustizie.
L'Ultimo Elfo è un libro bellissimo. Un libro che consiglio a chiunque, ovunque, di leggere, e mi spiace davvero per chi deciderà di non farlo.

L'OMBRA DEL TORTURATORE
di Gene Wolfe
Qualche settimana fa leggevo questo articolo di Davide Mana, scrittore, paleontologo e titolare del blog Strategie Evolutive. Subito mi sono detto "Cos'è questa mancanza? Devo recuperare Il Libro del Nuovo Sole di Wolfe!"
Buoni propositi purtroppo caduti nel dimenticatoio. Non perché pensassi che non ne sarebbe valsa la pena - l'articolo mi aveva convinto -, ma perché sono così pieno di libri che, onestamente, sto cercando di smaltirne un po' prima di accumularne di nuovi. Pochi giorni dopo però ho letto un altro articolo, in cui stavolta Neil Gaiman, uno dei miei autori preferiti, elencava i propri libri preferiti (certo non lui in prima persona: qualcuno lo ha fatto per lui, passando da un articolo ufficiale). Proprio in cima alla lista c'era Il Libro del Nuovo Sole. Sentii che non avevo più scuse: corsi subito in libreria e ordinai L'Ombra del Torturatore.
Breve sinossi: Severian è prima un apprendista e poi un artigiano torturatore (chi l'avrebbe detto) che abita una Terra futura - Urth e non più Earth - che gira attorno a un sole vecchio e tiepido. Gli uomini hanno esplorato lo spazio e sono tornati. Il passato e le sue conquiste sembrano essere stati parzialmente dimenticati, sebbene qua e là brillino ancora sprazzi di strane tecnologie. Urth - o almeno la porzione di Urth in cui vive Severian, dato che c'è una guerra in corso da qualche parte a nord - è governata dalla figura semidivina dell'Autarca. Severian viene inviato a Thrax, la Città Senza Finestre, per svolgere il lavoro di littore (cioè boia. Sembra che Wolfe non abbia mai inventato nessuna parola per la sua saga - littore è di facile origine, e in generale quelle che derivano dal greco e dal latino sono di immediata comprensione, ma altre sono particolarmente ostiche).
Devo dirvi la verità? In fondo l'ho detta su Bartimeus, quindi più in basso di così non posso scendere. Sono rimasto parzialmente deluso dall'Ombra del Torturatore. Il libro ha una scrittura - ma forse è la traduzione, chissà - appena decente, ed è pieno di quella retorica pesante, di quella filosofia da quattro soldi, e di quei dialoghi pomposi che mi urticano. Poi è zeppo di passaggi involontariamente comici: praticamente a metà di ogni capitolo, da quando a Severian è stata regalata la preziosa spada Terminus Est, il torturatore è convinto di averla perduta in qualche modo assurdo, e se ne lamenta; e alla fine di ogni capitolo scopre che l'ha ancora con sé. La perdita e il ritrovamento della spada sono un topos, e Wolfe gioca coi topos come un gatto coi... lasciamo perdere; ma, veramente, lo schema è così ripetitivo che mi vien da ridere. E volete sapere qual è la frase più detta all'interno del romanzo? Be', c'è sempre qualcuno - non importa chi, paesano o persona istruita - che riporta un'assurda credenza popolare e poi aggiunge "ma io non credo sia così" o "ma io non lo credo", lasciando intendere che ci sia sotto qualcosa di più profondo. No, questo sarebbe troppo per chiunque!
Mi son sfogato, quindi ora veniamo alle note positive. Che ci sono, e son parecchie. Il segreto e il mistero (inteso in senso mistico) sono i punti di forza della saga: questo lo sanno tutti. E, circa quando Severian e accompagnatrice entrano nei Giardini Botanici di Nessus, l'interesse per la loro storia cresce sensibilmente e non cala più fino alla fine del romanzo. Ma il punto di svolta è ben oltre la metà del libro, e se non ci fossero stati Gaiman e, come più tardi ho scoperto, la Le Guin a incitarmi, l'avrei abbandonato molto prima.
Forse è un limite mio. Forse, a saga completata, ogni cosa andrà al suo posto, e quelle che a me paiono sciocchezze si scopriranno essere delle perle. In fondo Il Libro del Nuovo Sole, oltre a essere universalmente amato, è stato insignito di non so più quanti Hugo, Nebula, Locus e altri. Forse, come per Dune, questo non è un libro che è stato scritto per me; per come io leggo; e tuttavia è un buon libro.
Comprerò anche il secondo volume della saga, L'Artiglio del Conciliatore. Ormai la storia di Severian mi ha preso, e sono curioso di vedere come finisce; a quali misteri sarà data una soluzione, e quali invece saranno lasciati all'acume (nel mio caso, evidentemente scarso) del lettore.

martedì 21 febbraio 2017

Un mondo da buttare

Siamo sopraffatti dal consumismo [...]. Nell'uomo prevale una mentalità a tal punto nichilista da costringerlo a credere che solo adottando, in maniera metodica e su ampia scala, il principio del consumo e della distruzione degli oggetti si possa arrivare al benessere e all'esercizio della libertà.
Laddove la produzione non tollera interruzioni, le merci hanno assoluta necessità di essere consumate e, se il bisogno non è spontaneo, bisognerà creare le condizioni essenziali perché il bisogno diventi un fatto indispensabile. A ciò assolve la pubblicità, che ha la funzione di assecondare la nostra necessità di distruggere i beni. [...] In una società come la nostra, dove l'identità di ciascuno è sempre più rappresentata dagli oggetti che possiede, gli stessi devono essere sostituiti nel più breve tempo possibile con altri oggetti di migliore qualità, perché questo impone la società stessa. Ed allora il dilagare del sistema di distruzione d'ogni cosa risulta, paradossalmente, quasi la garanzia per il mantenimento della nostra sopravvivenza.

[Fabrizio Ciappi, Prefazione
in Giovanni Mancini, L'intervento sul disagio scolastico in adolescenza]


venerdì 17 febbraio 2017

Meglio tre parole

Quando si scrive, una delle tante regole da tenere a mente - e scrivere è un'arte densa di regole, forse la più densa in epoca moderna - è quella che possiamo definire "della brevità". Scrivere tre parole è meglio che scriverne cinque, quando le tre parole e le cinque hanno lo stesso significato. Ma è davvero così?
Quando l'argomento è venuto fuori, in una delle lezioni di scrittura creativa, ho chiarito alla mia classe che, in quanto regola, doveva però essere usata solo come extrema ratio. Cerco di spiegarmi perché credo che, troppo spesso, il suo significato venga frainteso.

the X-TREME (ratio)
COSA SIGNIFICA 
Non so chi in origine enunciò questa regola. Sospetto che la si possa rintracciare in qualche manuale di atticismo, ma confesso che non ne ho mai letto nessuno*. Oggi comunque fa parte di quel bagaglio di massime sulla scrittura, creativa e non, che accomuna la maggior parte degli autori di professione. Il senso che se ne ricava è che uno scrittore debba essere diretto e preciso il più possibile, quando scrive; che non debba aggravare un testo col peso della propria retorica. L'idea è che, più il mezzo di espressione è complesso, più si rischia di disperdere l'informazione. Sono quindi sconsigliati, anche se non proibiti, i giri di parole, le strizzatine d'occhio e le similari, soprattutto per gli scrittori alle prime armi, che 1) rischiano continuamente di scivolare in un tipo di scrittura opaca (più parole hai a disposizione, più è facile che tu possa intervenire nella storia) e 2) ancora non hanno sviluppato un orecchio per la prosa. Naturalmente, anche per i puristi, questa regola vale al netto di tutte le altre: scrivere "Stefano era triste" piuttosto che descriverne le rimuginazioni e i corrispettivi fisiologici rispetta la regola della brevità, ma potrebbe ignorare quella dello "show, don't tell"... qui entriamo a gamba tesa in un discorso molto lungo, che sarebbe meglio affrontare in uno spazio apposito.
Forse è meglio, per analizzare la regola in dettaglio, studiarne qualche esempio. Ecco, prendiamo un piccolo testo del tipo:
Pensò, con una punta di arrendevolezza, che quando qualcuno inizia a fare qualcosa, allora dovrebbe essere tagliato per fare quella cosa. Pensò che questa era una regola generale, vale a dire valida sempre e per tutti. Pensò che questo significasse avere talento.
Un testo non pessimo (bisognerebbe valutarlo nel suo contesto per dirlo) ma comunque brutto, assolutamente passabile di potatura. Spero non ci siano dubbi su questo. Adesso proviamo ad applicare questa benedetta regola della brevità per ricavarne l'essenziale:
Dobbiamo essere tagliati per quello che facciamo, tutti quanti, pensò.
Una frase condensata di cui potremmo accontentarci. Ma siamo sicuri che non possiamo, veicolando lo stesso significato, ridurla ancora un po'?
Dobbiamo essere tutti tagliati per quello che facciamo.
Et voilà, più di così non si può fare. Voi quale delle tre versioni preferite? Un indizio: Hemingway, che scrisse questa frase ne Le Nevi del Kilimangiaro - uno dei suoi racconti più tardi, quelli che corrispondono alla perfezione della sua maturità -, non preferì la più corta.


Il punto è che, quando si scrive un testo, non è il numero di parole quello che si considera. Ogni frase ha un proprio equilibrio, o una propria armonia, che va a creare l'equilibrio del paragrafo, e poi del capitolo, e infine del romanzo stesso. A volte questo equilibrio necessita di più parole, per essere mantenuto. E parlo da un punto di vista squisitamente formale e non contenutistico. Leggere una frase breve, senza coordinate, con una scelta di vocaboli aspri, avrà un effetto ben diverso dal leggere la stessa frase - la stessa azione descritta, diciamo - ma in un periodo ricco di subordinate e di suoni dolci. Anche mettendo tra parentesi tutto questo (mi si potrebbe obiettare che anche quello, allora, è contenuto), la bellezza di una frase neutra è data dai rapporti tra le parole e i segni di punteggiatura al suo interno. Non credo davvero, in cuor mio, che uno scrittore possa ignorarlo, o anche far finta che non sia vero**.
Se poi si abdica all'idea che la letteratura sia un'arte, o almeno un'arte in potenza, della musicalità della forma uno se ne può anche sbattere le p°°°e. Per carità, liberissimo. Ma io tengo al fatto che, pur mantenendola la più possibile trasparente, la mia scrittura sia ben equilibrata, o armonica, se è più chiaro questo termine. Questo significa che, in corso di rilettura, a volte mi capita non di accorciare una frase, ma di allungarla. Di preferire una versione più lunga. Ad esempio, di allungare la coda di un periodo.
Quando dico che questa regola va usata solo come extrema ratio intendo quindi che, a parità non solo di contenuto ma anche di forma (se, cioè, la frase con cinque parole e la frase con tre parole hanno un effetto indistinguibile sul resto del testo), allora è preferibile la frase con tre parole. Naturalmente, nella prosa narrativa, spesso la forma più breve è anche la più musicale, ma questo è lungi dall'essere una regola generalizzabile, qualcosa di vero sempre. Diciamo che esiste un rapporto di sette a uno in favore della forma breve: sette volte in cui è meglio tagliare un po', dalla prima stesura, per ognuna delle volte in cui sarebbe meglio allungare. Ma prendete un testo di trecento pagine e dio-solo-sa-quante frasi: la proporzione rimane la stessa, ma il numero di frasi che peggiorerebbe se esse venissero tagliate diventa altissimo.

LA PRIMA PERSONA
Esistono comunque due casi, nel mondo della scrittura, in cui di questa regola dobbiamo dimenticarci del tutto. Sono i casi in cui la forma è il contenuto.
Consideriamo il discorso diretto - si intendano anche quei particolari momenti della terza persona (interna) in cui ci si sintonizza con la frasepensiero del personaggio-punto di vista - o anche, più semplicemente, la narrazione in prima persona. In entrambi questi casi non bisogna tenere a mente di preferire le tre parole alle cinque parole; bisogna preferire solo quello che direbbe il personaggio. Il che quasi mai soddisfa la regola della brevità (a meno che, ad esempio, il personaggio-P.d.V. non sia uno scrittore in erba). Noi non parliamo né pensiamo in maniera trasparente, e allo stesso modo non parliamo né pensiamo usando il minor numero di parole. E non possiamo sporcare il personaggio per mantenerci nei limiti imposti della nostra scrittura.
Prendiamo ad esempio, stavolta, La vita e le opinioni di Tristram Shandy, Gentiluomo di Laurence Sterne. In questo romanzo in nove volumi sembra valere la regola opposta: se si può dire qualcosa con tre parole, allora è meglio sforzarsi di dirla con cinque. Certo il Tristram Shandy è un'opera parodistica, ma rappresenta una prova importante perché è tanto più piacevole da leggere della maggior parte dei libri scritti da chi rispetta la regola della brevità! E stiamo parlando di Sterne, non di Proust: un livello che, anche se difficile, è perfettamente raggiungibile anche a chi non è stato benedetto dal fattore genio.

INSOMMA
Insomma, non sto dicendo di ignorate la regola della brevità. Anzi, consiglio di tenerla bene a mente, soprattutto se siete alle prime armi. E anche se siete scrittori navigati e vi trovate in dubbio. Ma è una regola ben lungi dall'essere vera sempre, e in generale molto mitizzata; è un suggerimento, al più. Dovremmo chiederci se quella frase non starebbe meglio con meno parole, e non partire dal presupposto che sia così e agire di conseguenza, come un rullo compressore.

_________________
*L'economia espressiva che raccomandava Calvino coincide solo in parte con la regola della brevità, ed è piuttosto una conseguenza della sua ricerca di rapidità e densità - di cui la brevità, intesa come conteggio di parole, è appena una delle sfaccettature. Lo stesso si può dire, se ricordo bene, del Leopardi dello Zibaldone. Quindi mi rassegno e risalgo fino a una frase di Guglielmo di Ockham, che in origine andava applicata al campo della filosofia naturale e che, purtroppo, col tempo ha strabordato anche in altri campi: frustra fit per plura quod potest fieri per pauciora - vanamente sarà fatto con più cose ciò che può essere fatto con meno.
**Non riesco a immaginare l'incubo di tradurre un buon testo da una lingua straniera. Fortunatamente non tengo lezioni di traduzione. Sarà per questo, credo, che in Italia si usa dire "Traduttore traditore".


(Ringrazio il blog Book and Negative che mi ha dato lo spunto per questo argomento. Leggendolo, non credo che il suo autore sostenga la "tesi forte" della regola, ma che sappia istintivamente quando applicarla e quando no. Del resto lui si occupa di scrittura per lavoro, e probabilmente ne sa molto più di me.)

lunedì 6 febbraio 2017

L'Italian Book Challenge

È partita da poco la seconda edizione dell'Italian Book Challenge, una sfida tra lettori a chi riesce a raggiungere la quota di 100 libri in un anno (o 35, se si sceglie la challenge di primo livello). La sfida è stata introdotta nel nostro bel paese da Serena Casini, della Libreria Volante di Lecco - che salutiamo, nel caso ci stesse seguendo.
Pur sapendo che non è tanto il numero quanto la qualità dei libri il problema, non posso fare a meno di essere contento di questa iniziativa. Noi italiani produciamo una quantità spropositata di libri (circa 66000 titoli solo l'anno scorso), ma meno della metà dei nostri compaesani legge almeno un libro all'anno. Siamo un popolo di scrittori che non leggono.
Nelle mie lezioni di scrittura creativa insisto parecchio sul fatto che, se uno decide di scrivere, prima deve aver letto moltissimo. Ma naturalmente deve leggere anche chi non ha alcuna ambizione autoriale. Bisogna leggere - bisogna! - perché è uno dei pochi metodi, nel nostro mondo occidentale, che ci resta per imparare a pensare liberamente, e a rendere più acuto il nostro pensiero. Gli altri che mi vengono in mente sono il teatro e l'ascolto di persone che ne sanno più di noi, i maestri e i professori, sia all'interno che fuori dalla scuola (ma bisogna saperli riconoscere, questi professori, così come bisogna saper riconoscere i libri buoni da quelli orribili, e per farlo serve aver sviluppato in partenza già un minimo di competenza). Fortunatamente un collega, al corso di Letteratura Italiana, obbliga i suoi studenti a leggere ventidue libri selezionati per anno scolastico.

Lo sfondo di questo blog. Un caso? Io non credo
Se siete interessati a raccogliere la challenge dei libri, questo è il sito ufficiale e questo è il gruppo Facebook della sfida. Ma anche se non decidete di aderire, ricordatevi sempre di LEGGERE, di LEGGERE e di LEGGERE, e soprattutto di PENSARE. Quindi a presto, cari lettori!

mercoledì 1 febbraio 2017

Il colloquio degli uccelli

Il remoto re degli uccelli, il Simurg, lascia cadere nel centro della Cina una piuma splendida. Gli uccelli, stanchi della loro antica anarchia, decidono di intraprenderne la ricerca. Sanno che il nome del loro re vuol dire trenta uccelli; sanno che la sua reggia è nel Kaf, la montagna circolare che circonda la terra. Si lanciano nella quasi infinita avventura; superano sette valli, o mari; il nome del penultimo è Vertigine; l'ultimo si chiama Annichilamento. Molti dei pellegrini disertano; altri periscono. Trenta, purificati dalle fatiche durate, giungono alla montagna del Simurg. La contemplano alfine: s'accorgono che essi stessi sono il Simurg, e che il Simurg è ciascuno di essi.

(Riassunto del Mantiq al-Tayr di Farin ad-din Attar)
Jorge Luis Borges, L'accostamento ad Almotasim


lunedì 16 gennaio 2017

Shakespeare, Dostoevskij e Pratchett

Alcuni articoli fa, sempre in occasione del quattrocentesimo dalla morte di Shakespeare, scrissi qualcosa riguardo alla grandezza dei suoi personaggi. Concludevo sostenendo che quella grandezza era dovuta al fatto che essi, i personaggi cioè, ci sembrassero vivi a prescindere dal loro dramma, o, meglio, nonostante il loro dramma, che spesso non era alla loro altezza. Mi chiedevo se esistessero altri casi simili nella storia della letteratura; di personaggi cioè così reali da poter prescindere dalla loro storia. No, mi pareva allora, nemmeno in Dostoevskij, il maestro della creazione di caratteri (prendevo in considerazione in particolare il caso di Raskolnikov in Delitto e Castigo). Se volete recuperare quell'articolo prima di affrontare questo, lo potete trovare qui.
Ma cosa c'entra tutto questo col post di oggi? Bene, qualche giorno fa stavo leggendo alcune riflessioni di David Foster Wallace su Dostoevskij. Foster Wallace mi assicurava che, perlomeno in Memorie dal Sottosuolo, il grande scrittore russo riuscì a creare un personaggio assolutamente vivo, per l'appunto il cosiddetto uomo del sottosuolo. Se così fosse stato, allora parte del mio vecchio articolo sarebbe stata da riscrivere.
Nota a mezza pagina. Possiedo una piccola biblioteca e, come tutti coloro che possiedono una biblioteca, sono colpevole di non averla esplorata a fondo. Tra i libri che possiedo ma che non ho letto c'è anche Memorie dal Sottosuolo. Mi sono detto che questa era una buona occasione per rimediare, e verificare se esisteva davvero qualche personaggio paragonabile per vitalismo a quelli shakespeariani.



L'uomo del sottosuolo è, effettivamente, un personaggio per molti versi simile a quelli di Shakespeare. Per capire se sia anche un personaggio reale, vivo o quale che sia la corretta definizione avrei bisogno di un po' di tempo. È infatti la prova del tempo quella che deve superare questo tipo di personaggio: allontanandomi dalla sua storia, lui mi sembrerà ancora vivo?
Posso comunque già notare che alcune caratteristiche che possiede lo accomunano fortemente ai personaggi che ho considerato vivi finora. Innanzitutto il fatto che, per un terzo del libro, lui parli con il suo pubblico in senso astratto, senza riferimenti storici cioè, in qualcosa di simile a un soliloquio shakespeariano in cui i personaggi origliano se stessi (Shakespeare spesso si rivolge al suo pubblico con una strizzatina d'occhio, proprio come fa l'uomo dal sottosuolo, che parla a un pubblico ma nega che esso esista). Lui a dire il vero non cambia né si comprende, anche se affina la propria comprensione generale di sé, e si svela piano piano.
Proprio come in Shakespeare, l'acume psicologico dell'uomo del sottosuolo è assoluto, e quando parla di sé ci sembra che parli in realtà di noi, o di parte di noi; e la sua filosofia fisica e morale, anche se ingenua e, a dire il vero, scarsamente condivisibile, ha spesso dei barlumi di verità talmente puri che per noi è impossibile ignorarla (di nuovo, esattamente come in Shakespeare).
Ancora, l'uomo dal sottosuolo è pieno di contraddizioni, proprio come i grandi personaggi shakespeariani: Amleto è tutto insieme buffone e principe, matto e saggio, guerriero e filosofo, codardo e impavido. Come tutte le persone vive, davvero vive - e vien quasi il dubbio che molti uomini reali non siano affatto vivi, ma sarebbe falso crederlo -, non sono mai questo o quello, ma tutto questo e quello e altro ancora, la somma di queste cose e la relazione che si instaura tra queste cose e le caratteristiche emergenti da questo insieme. E come autore mi chiedo se sia questo uno dei modi per creare dei personaggi vivi: lasciare che sboccino dalla propria spontanea contraddizione.

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A essere onesti non sarebbe stato necessario che leggessi Memorie dal sottosuolo per smentire la mia affermazione che i personaggi di Shakespeare costituiscano un unicum della storia della letteratura. C'è infatti uno scrittore che si accosta prepotentemente a Shakespeare, che conosco e che amo, e che è quasi nostro contemporaneo: infatti è morto da pochi anni. Parlo dell'ingiustamente sottovalutato Terry Pratchett, l'autore della serie umoristica di Mondo Disco.


Di Pratchett avevamo già parlato in queste due occasioni. I paralleli con Shakespeare sono molti e qui elenco quelli che mi saltano subito all'occhio. In primo luogo la capacità, lo dico semplificando, di trovare sempre la parola giusta per sortire l'effetto, più che desiderato, necessario al momento. Parlando di inventiva e invenzione linguistica l'unico rivale di Shakespeare è naturalmente Joyce, ma per quanto riguarda la riuscita linguistica al Bardo di Stratford possiamo accostare solo Pratchett. In nuce questa capacità è sempre richiesta in un romanzo comico nella tradizione di Jerome K. Jerome, e quindi passa quasi inosservata... ma non c'è nessuno che abbia scritto romanzi comici più genuinamente divertenti o intelligenti di quelli di Pratchett.
In secondo luogo - e qui mi ricollego al senso dell'articolo - Pratchett è stato l'autore in grado di regalarci il personaggio più squisitamente vivo (dire tridimensionale è sminuirlo, perché in questo caso essere tridimensionale è il minore dei traguardi) dai tempi di Amleto: parlo naturalmente di Nonnina Weatherwax.

Per chi non conoscesse Nonnina Weatherwax, io non credo di poterla descrivere in maniera adeguata. Quello è un compito che va al di là delle capacità di qualunque blogger come me. Passando per Shakespeare, potrei forse dirvi di immaginare una Beatrice (Molto rumore per nulla) ottantenne ma ancora arzilla e coi poteri magici di Prospero (La Tempesta), che però sa usare - o non usare - con maggior naturalezza. Diciamo con la naturalezza di un cuoco che prepara gli agnolotti, e non sta troppo a seguire le ricette, ché si può affidare direttamente alla propria esperienza. Un cuoco con un pessimo carattere e un mattarello molto lungo.


Nonnina Weatherwax è viva e non posso dirlo in un altro modo. Sfogliate uno dei tanti romanzi di cui Pratchett l'ha fatta protagonista (come Falstaff in Shakespeare, la Nonnina è un personaggio troppo strabordante per essere contenuto in una sola storia) e, arrivati al punto in cui appare, sentirete il vostro cuore battere più forte, gli occhi muoversi a velocità maggiore sul foglio, la mente lavorare a un ritmo più elevato, e la risata farsi più profonda dentro di voi. Ma anche questo è poco. Quando ripenso a Nonnina Weatherwax non mi sembra di ripensare a un personaggio di fantasia, ma a un qualche parente che non vedo da anni.
Non so perché in Italia non esista un culto di Pratchett. Eppure siamo capaci di apprezzare Shakespeare e Dostoevskij come meritano. Forse questo avviene perché Nonnina Weatherwax è un personaggio di una serie di racconti comici, e per di più fantasy.
A voi cari lettori consiglio di recuperare Pratchett il prima possibile - in lingua originale (che è l'inglese), se potete, ancora meglio, perché le traduzioni che girano non sono molto buone. Se siete poi interessati a Nonnina Weatherwax in particolare - e fareste bene a esserlo - vi consiglio di leggere Wyrd Sisters, qui da noi Sorellanza Stregonesca, che è, oltretutto, un lungo omaggio-parodia al teatro shakespeariano (superficialmente e non: quando il Buffone riflette sul potere quasi magico che hanno le parole, è a Shakespeare che corre il pensiero).

Borges scrisse che persino in Inghilterra il culto di Shakespeare non nacque in maniera spontanea. Esso, per diventare quello che è oggi, occupò il tempo di qualche generazione, e anzi passò come prima tappa dalla Germania. I suoi contemporanei lo amavano ma riconoscevano i suoi limiti - e qui il pensiero corre a Ben Jonson, vecchio amico di Shakespeare e uno dei suoi primi critici agguerriti. Forse per Pratchett sarà lo stesso, e quando noi suoi contemporanei avremo smesso di esistere, allora il suo nome entrerà definitivamente e a pieno titolo tra quello degli scrittori che hanno fatto la storia del canone occidentale... dove è il suo posto.